Stili di vita | Dal numero

Passeggiate a Marsiglia

La città portuale, di traffici e migrazioni, sta vivendo il suo momento migliore.

di Cristiano de Majo

Una veduta generale di Marsiglia, nel sud della Francia, con la basilica di Notre-Dame de la Garde (Foto di Christophe Simon/Afp/Getty Images)

Sempre lì a contendersi con Lione il primato di seconda città di Francia, e a cercare di ripulire la sua nomea non proprio immacolata, città portuale, di traffici e migrazioni, volto del Mediterraneo, Napoli transalpina come pure si è sempre detto, Marsiglia oggi pare davvero nel suo momento migliore, dopo la riqualificazione del waterfront del 2013 su cui è apposta la firma delle solite archistar – Zaha Hadid, Norman Foster, Stefano Boeri – e l’innesco del classico circolo virtuoso. Bello oggi passeggiare al Vieux Port guardando gli alberi ondeggianti delle barche da diporto ormeggiate prima di fermarsi a fumare la shisha in uno di quei dehors tamarri sul lungo porto con le luci viola e la trap da banlieu a tutto volume, così come inerpicarsi sul Panier, il vecchio borgo che domina l’insenatura e che ha perso del tutto la sua mitica fama criminale; i suoi vicoli e le sue piccole case appaiono all’inizio di una gentrification fatta di neo-artigiani, più che di artisti (begli oggetti e gioielli all’Atelier Céladon, rue Saint Francoise 40), e di famiglie anche normali, ma chissà ovviamente dove porterà.

La sera si va a mangiare il cous cous da Femina – turistico ma filologico, al grano saraceno, puoi chiederne a piacimento – oppure, proprio di fianco, le ostriche e il crudo da Toinou, storica pescheria e vera e propria istituzione culinaria della città: fai la fila prima di entrare, ordini frutti e crostacei al pezzo, poi ti siedi col tuo cestino con pane, burro e aioli. A pranzo, invece, fondamentale passare per il Marché des Capucins a Noailles e attraversati i banchi di frutta e spezie, in piena calca nordafricana, fermarsi in qualche chiosco dove provare la kesra (tipico pane di semola non lievitato algerino), un panino con felafel, o le gelatine turche. Si cambia paesaggio verso rue Paradis, con acquisti raffinati, da fare per esempio da Jogging, piccola boutique che espone come pezzi di un museo concettuale le novità più interessanti dei designer contemporanei, dalle micro-borse di Jacqemus agli impermeabili in pvc di Marine Serre, oppure piccolo design alla Maison Marseillaise nella vicina rue Francis Davso. Spostandosi dal centro, nella trafficatissima place Castellane, si prende un caffè prima di salire sull’autobus che lascia proprio davanti all’Unité d’Habitation, il vero e imperdibile monumento della città, utopia ancora in funzione che testimonia della visionarietà condominiale del grande Le Corbusier.

Un altro paio d’ore sono da riservare sicuramente alla collina più alta, dove spunta l’appuntita chiesa di Notre-Dame de la Garde: si affronta una salita scoscesa, ma si accavallano ricordi di città così lontane così vicine, Napoli, appunto, ma anche Atene con il suo Licabetto o Barcellona, per poi guardare lì dall’alto, col vento che ti soffia in faccia, la città che si apre al mare. Al tramonto ci si riposa con un pastis in Cours Honoré-d’Estienne-d’Orves – una grande piazza pedonale, a dispetto del nome – accompagnato da pane e tapenade (il paté provenzale di olive, capperi e acciughe). E se pensate che non si possa andare a Marsiglia senza mangiare la bouillabasse, sappiate che qui molti dicono che è meglio mangiarla sulla Corniche per evitare la sua riduzione turistica (e una buona bouillabasse costa almeno 50 euro a persona comunque).

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