Per l'esposizione "The Ear Is the Eye of the Soul" la Santa Sede ha messo assieme una lineup degna dei migliori festival musicali.
Vivo in Barona da un po’ di tempo ormai. Non era previsto. È stato il risultato di una serie di peregrinazioni tra la città e la periferia, un avanti e indietro che si è concluso abbastanza imprevedibilmente qui. Qui a dirla tutta non è proprio il cuore della Barona, è un incrocio di vie più vicino alla città che a dove fino a qualche anno fa c’erano le risaie, però la dimensione di quartiere resiste: tutta la via conosce il mio cane e lo saluta quando passo (inclusa la sua toelettatrice, da dietro la vetrina del negozio), i ragazzi del bar dove si beve bene sotto casa ormai sanno cosa ordiniamo quando entriamo e il signore che inganna la solitudine cantando Nel blu dipinto di blu dalla finestra (solo una parte del ritornello, a dirla tutta) ormai è entrato a far parte della mia quotidianità.
Che qui sia ancora Barona, comunque, non lo dico io, ma il gruppo Facebook “Sei di Barona se”, più autorevole del certificato di residenza del Comune (a cui per altro viene rinfacciato di aver tagliato l’erba solo per il concerto). Le regole in Barona, però, non le faccio io ma il suo Principe, e se Marra ha deciso che la prelazione per i biglietti del suo Block Party spettasse ai residenti dei CAP 20142 e 20143, vuol dire che quello è il confine della Barona. Punto.
Precedenza alla Barona
Il 5 marzo davanti al Barrio’s, questo sì cuore della Barona, quando arrivo per la prevendita ci sono due file transennate. Una riservata ai residenti, l’altra per i non residenti che sperano avanzi qualche biglietto. Questi ultimi sono bloccati in fila da ore, alcuni dall’alba, la loro linea non si è mossa di un millimetro. Prima di loro tocca a tutti residenti che si presenteranno. L’altra, quella riservata, scorre invece con un costante afflusso di gente che arriva alla spicciolata, dopo il lavoro. Alle 19, quando riesco a mettere le mani sui miei biglietti, la ragazza alla biglietteria mi dice quasi sottovoce: «Mi spiace per l’altra fila, ma ad andar bene rimarranno 5 o 10 biglietti per quelli da fuori Barona». In coda ne conto qualche centinaia, ma intorno a loro il quartiere si è mosso come risvegliato da una convocazione collettiva.
Mi guardo intorno e vedo miei coetanei, volti che non conosco in cui rivedo le dinamiche tra me e il mio gruppo di amici d’infanzia, oggi tutti 40enni. Si salutano come chi si conosce da sempre, ma non si incrocia da una vita: sai, i figli, il lavoro, gli scazzi. Si formano spontaneamente capannelli di gente, forse le stesse compagnie che passavano le giornate al parchetto seduti sulla sella di un motorino in attesa che succedesse qualcosa. Solo che ora qualcuno ha figli e qualcun altro è incastrato in un completo con cravatta. È la reunion di una generazione che nella sconfitta non ha trovato una resa ma la pace: a parte chi è passato direttamente dall’ufficio, siamo tutti vestiti come il sig. Burns o Steve Buscemi in quei meme in cui il vecchio prova a fare il giovane, ma pare non fregare nulla a nessuno.
Il sabato del Block Party, Barona si è svegliata con tutte le indicazioni necessarie stampate sui cartelloni pubblicitari del quartiere, dai muri ai marciapiedi. Lentamente, nel pomeriggio, il consueto via vai di persone fuori dalla finestra è cambiato e l’incostante girovagare dei turisti è stato inesorabilmente inglobato dal flusso in movimento verso via De Nicola, una gita di quartiere spontanea nel clima di una festa di paese. In fondo, tutte le periferie sono uguali. Se fossimo nel paese a pochi chilometri da Milano in cui sono cresciuto, i due ragazzetti di poco più di 10 anni che studiano le recinzioni per capire come imbucarsi li avrei probabilmente salutati chiamandoli per nome.
Sotto i balconi delle popolari, nel lungo tratto di strada chiuso al traffico e transennato dietro l’ospedale San Paolo, le birrette e gli spritz hanno prezzi dei concerti, odiosi token inclusi, ma il merchandising del Block Party è intriso dell’identità del quartiere, per quanto non sia meno economico. La sciarpa su cui troneggia la scritta BARONA, in rosso e caratteri cubitali, sono convinto si farà notare parecchio per le strade questo inverno. L’oggetto che va di più però è la maglia con stampato sulla schiena Z6, ovvero Zona 6 secondo la suddivisione municipale. Barona caput mundi.
Popolare
Prima che arrivi il suo momento, Marra ha lasciato che fosse la gioventù rappante (e trappante) di Barona a riscaldare gli animi: R1mka, Elylaba, Xmikeyi, Yas Laba, poi Y.E.B., Mimmoflow, Abby 6ix (sì, sempre per Zona 6) e infine Rame. Il pre-show sottolinea la distribuzione anagrafica tra la folla: in transenna ci sono i più giovani, che hanno sopportato la giornata di sole da piena crisi climatica, alle loro spalle i decenni si distribuiscono quasi uniformemente. Davanti conoscono le canzoni a memoria, intorno a me la gente conosce i cantanti per nome di battesimo, dietro ancora badano ai bambini.
Avevo scommesso dei soldi sulla prima canzone: Popolare, che col suo ritornello da stadio Ba-Ba-Barona è semplicemente perfetta per iniziare la festa. E poi la conosco a memoria da più di vent’anni, che per inciso è il motivo per cui mi trovo qui, tra la gente del quartiere a celebrare un quartiere che non è il “mio”. Marra però, visibilmente più emozionato che a San Siro, come dice lui stesso per rompere il ghiaccio, opta per un avvio ancora più popolare col pezzo che l’ha messo sulla cartina del rap di tutta Italia: Badabum Cha Cha. Questa volta non ci sono gli elefanti in Barona, ma la terra trema lo stesso. Popolare arriva per seconda, ma intorno a me solo io conosco le parole, mentre il BA-BA-BARONA è un’esplosione collettiva. Guarda te, uno invecchia vent’anni e Marra diventa come Vasco, transgenerazionale.
La scaletta nella prima parte è una celebrazione del rapporto diretto di Marra con le strade della Barona, un medley di strofa e ritornello per smitragliare uno dietro l’altro una serie di pezzi tutti legati all’identità. Grosso modo, puoi capire la data di pubblicazione sulla base dell’età di chi canta a memoria il pezzo. A circa dieci corpi di distanza da me, però, c’è un ragazzo, a naso l’età è meno di 30 anni, indossa al contrario un berretto color panna, la sciarpa BARONA sulle spalle e le canta tutte, abbracciando il suo amico con l’aria di uno a cui non pare vero di aver speso solo 25 euro per vedere Marra sotto casa. E Marra lo sa che questa non è solo la sua celebrazione collettiva, ma di tutta la Barona presente (e non), così sottolinea, con l’enfasi di chi non ha mai smesso di essere tamarro, i passaggi giusti. Quando arriva alla barra sul Principe di Barona gli scappa un sorriso soddisfatto e alza gli occhi verso i balconi delle popolari, dove la gente è affacciata con gli striscioni e le birre.
C’è una famiglia di immigrati, sono seduti su delle seggioline, hanno una bambina piccola in braccio e sono lì a godersi lo spettacolo dall’inizio, curiosi. Compare anche qualcuno tra i tetti, prima un paio di avventurosi, poi sempre più gente approfitta della posizione privilegiata. A un certo punto mi sembra di scorgere anche una pettorina gialla, ma se c’è stato un tentativo di dissuaderli deve essere fallito.
Sul palco Marra ripercorre la sua carriera usando come filo conduttore la storia di uno che ce l’ha fatta partendo da lì, da quei tetti e quei balconi, celle di alveari che sembrano una condanna, fino al suo set, dove la gente lo chiama ancora per nome, Fabio. Prima del suo set, sul palco tra gli artisti di zona si alternano diverse figure istituzionali milanesi e la scaletta del concerto di Marra pare cercare un punto d’incontro tra i momenti che l’hanno preceduto, tra le barre incazzate di chi vede nella musica la sola prospettiva per non appassire tra quelle strade e le iniziative popolari raccontate dalle voci dell’Amministrazione.
Marra, i suoi e gli altri
L’arrivo a sorpresa di Sfera Ebbasta sul palco non è solo un trucco facile per far esplodere la folla né un semplice gemellaggio tra Barona e Cinisello, ma l’estensione del Block Party e del suo messaggio a tutte le periferie su cui si affacciano quei 15 Piani che danno il titolo al featuring. Col suo Block Party Marra ha riportato a casa il rap, nelle strade di periferia dove cantare di spaccio e debiti non è un modo per guadagnare punti di street cred, ma un tentativo di trasformare le sole cose di cui hai conoscenza diretta in un biglietto d’uscita. Nessuno si stranisce più di tanto, nemmeno gli anziani ai balconi, quando nel pre-show dei ragazzini dal palco rimano di vita di strada, perché quella, se sai dove guardare, la vedi ogni giorno dagli stessi affacci. Non è un caso che le strofe che accomunano tutti i 7400 paganti, più dei ritornelli delle hit, siano quelle ambientate nel quartiere: «Eravamo in Santa Rita a far benza quando abbiam sentito gli spari in viale Faenza». Siamo tutti qui non perché Marra ce l’ha fatta, ma perché ce l’ha fatta raccontando la sua gente e il suo quartiere, senza vergogna. Persino la sua famiglia, Bastavano le briciole.
Nel caldissimo tardo pomeriggio di Barona, l’ora e mezzo di show di Marra scivola veloce verso la parte finale, quella più personale, in cui racconta che i 230 mila euro raccolti riqualificheranno le strutture sportive della scuola di via De Nicola, il suo camerino per il Block Party, culminato con la riunione sul palco con Elodie. Mentre i due cantano Niente canzoni d’amore guardandosi emozionati negli occhi,il coro del pubblico si spegne di colpo fino a diventare un sussurro: “Ma sono tornati insieme?”. È pur sempre una festa di quartiere e il Sindaco si è presentato con l’ex moglie.
Alle 20.30 quasi spaccate il Party finisce e come tante formichine i residenti della Barona tornano a casa in lunghe file che partono da via De Nicola e lentamente si insinuano nell vie e nei portoni, assottigliandosi verso i confini del quartiere. Qualcuno pensa di fare una deviazione al Forno, per vedere se è aperto, qualcun altro discute se il kebab di Via Biella sia buono o se valga la pena tirare fino a Via Binda. Marra (ma questo l’ho scoperto dopo) il post Block Party l’ha passato al Feat., nuovo locale del quartiere che propone un’ottima selezione di cocktail ideati da loro, ricercata e studiata secondo il periodo dell’anno. Ovvero il posto soto casa in cui si beve bene e dove ormai sanno cosa ordino. Non sarai davvero il mio quartiere, Barona, ma in fondo un po’ penso di averti capito.
Per l'esposizione "The Ear Is the Eye of the Soul" la Santa Sede ha messo assieme una lineup degna dei migliori festival musicali.
È vero, l'hanno eletta sindaca. Ma con quel misto di pessimismo e disillusione che caratterizza tutti i veri genovesi, nessuno avrebbe immaginato che Salis sarebbe diventata un "fenomeno". E adesso in città non sanno bene come prendere la cosa.
