Musk, Bezos, Zuckerberg, Altman, Cook, Pichai: con il ritorno di Trump, i tech bro hanno svoltato a destra e deciso di prendersi il mondo.
Le sfilate di Prada, notoriamente, iniziano sempre con un certo rispetto per l’orario indicato sul calendario fornito dalla Camera Nazionale della Moda Italiana. Nessun ospite in preda a trip egotici si presenta con un’ora di ritardo – come accade invece altrove, a Milano. Il rispetto che il fashion system, (e pure le celebrità) portano a “La Signora”, come viene chiamata Miuccia Prada, non concede deroghe alla puntualità. Il tempo necessario a invitare la folla a sedersi, permettere ai fotografi di scattare le icone del K-Pop e gli attori presenti in prima fila, e le luci calano.
Una regola non scritta alla quale si è adeguato persino Mark Zuckerberg, arrivato in segretezza poco prima che lo show iniziasse: nessuno sapeva della sua presenza, il suo nome non era segnalato nella lista di celebrity che il brand invia con un certo anticipo ai giornali, non è entrato dal portone principale, ma è sembrato infilarsi nella location deputata al défilé, all’interno di Fondazione Prada, passando per una porta laterale, la stessa dalla quale escono poi le modelle, la stessa dalla quale Miuccia Prada e Raf Simons fanno capolino a fine show, con una coordinazione sempre un po’ precaria, per salutare i presenti. A seguirlo, sua moglie Priscilla Chan, e poi l’erede Lorenzo Bertelli, a capo del marketing del gruppo, che si è seduto al suo fianco.
Il fondatore di Facebook e sua moglie erano vestiti negli abiti del brand milanese: lui con polo caramello e pantaloni a sigaretta color cioccolato, lei con maglione grigio, una gonna dritta che sfiorava le caviglie blu navy, e dei mocassini marroni, con borsa . Hanno osservato la sfilata, Chan ha indicato al marito alcuni dei look in passerella, e dopo l’applauso di rito (più sentito del solito, essendo stata questa una sfilata di Prada che gli addetti ai lavori definiscono già “la migliore degli ultimi anni”, cosa che al brand succede spesso) sono sgattaiolati via, non prendendo parte al rito collettivo tra i più osservati della settimana, quello che prevede lo spostamento in massa nel backstage.
La sua presenza però, è bastata a scatenare i social: al di là della bontà o meno di invitare alla sfilata uno degli uomini più potenti del globo – e anche dei più criticati, considerato l’impatto delle piattaforme social sulla nostra vita reale – cosa ci faceva uno dei maggiori esponenti della “broligarchia”, ad una sfilata di moda? E perché pure Bezos e consorte ormai sono presenze fisse nei front row delle sfilate che contano?
L’occhio di Zuckerberg
L’interesse di Mark Zuckerberg al guardaroba è questione degli ultimi anni, quando ha definitivamente abbandonato l’immagine del talentuoso drop out (in inglese, chi lascia l’università senza però laurearsi) fatta di felpe con cappuccio, jeans sformati e sneaker, per reincarnarsi in un assertivo maschio alfa, à la Joe Rogan: muscoli sviluppati con l’esercizio fisico e l’MMA, T-shirt a maniche corte che evidenziano gli sforzi atletici, scritte in greco tra l’ironia e l’autocelebrazione, come quelle sulle magliette realizzate da Zuck stesso insieme al brand losangelino Amiri, con frasi motivazionali modificate ad personam sul genere “aut Zuck, aut nihil” ( O Zuck, o niente, in una percezione di se stesso che lo posizionava lontano dalla terraferma, e vicino al Cesare imperatore romano).
Al di là delle sue sperimentazioni vestimentarie, per Zuck la moda è un potenziale business, che sta già esplorando, con tutte le problematicità del caso, con i suoi occhiali dotati di tecnologia AI, i Ray-Ban Meta: risoluzione video 3k Ultra HD, 8 ore di autonomia con una ricarica (che diventano 48 se la custodia è completamente carica), fotocamera ultrangrandolare da 12 MP, altoparlanti open ear che non bloccano l’audio ambientale e memoria flash da 32 Giga. Un concentrato di qualità tecnologiche in un occhiale che sembra più adatto agli agenti K e J di Men in Black che alla realtà, dove invece quegli sguardi schermati assomigliano di più a una potenziale causa collettiva per violazione della privacy. Nelle sue dichiarazioni precedenti, d’altra parte, lo stesso Bertelli ha ammesso di essere interessato a quelli che potrebbero essere gli sviluppi tecnologici dell’AI, quindi è comprensibile – anche se opinabile – l’avvicinamento tra i due.
Bezos alla ricerca d’autore
Jeff Bezos non sembra (per ora) interessato a investimenti simili, anche se pure lui è stato avvistato in compagnia delle consorte alle scorse sfilate parigine della couture (ne avevamo parlato qui). La sua signora, Lauren Sanchez, ha condiviso addirittura la macchina – che la scarrozzava da una sfilata all’altra – con Anna Wintour, scatenando un’alzata di scudi della moda, che fino ad allora si era sentita risparmiata dai milionari dal portafoglio gonfio ma dal gusto dubbio. Ad accompagnarla, a dovuta distanza, c’era Law Roach, stylist passato agli onori delle cronache per i look di Zendaya, e ora invece incaricato di rivestire la consorte di Bezos in abiti vintage Dior. Già criticato in occasione di una sua partecipazione a un contest televisivo promosso dal gigante del fast fashion Shein, la sua reputazione è oggi in bilico, in un mondo della moda che da sempre è animato da ideali progressisti: si potrebbero aprire altri dolorosi capitoli sull’ingenuità della moda quando si tratta di scegliere i suoi modelli aspirazionali, ma non è questa la sede.
Alla sfilata di Dior, Bezos e sua moglie si sono visti anche nel backstage, dove si sono messi in posa insieme al direttore creativo Jonathan Anderson, scatenando la salace ironia dei social, che ha fatto presto a notare la contraddizione della sua presenza: cosa ci fa, un uomo che sta attivamente sostenendo questa presidenza statunitense, con tutti i suoi odiosi riverberi razzisti e le becere ricadute in termini di omofobia, a una sfilata a Parigi dove si celebra l’arte della pluralità, pensata da uno stilista ben lontano dall’essere modello di riferimento della mascolinità MAGA?
Nel caso di Bezos, l’endorsement di Anna Wintour non è tanto questione di approvazione etica, o neanche di fantamoda, la stessa che parla di un interesse del fondatore di Amazon in Vogue, che potrebbe acquistare come regalo definitivo per sua moglie. D’altronde, Bezos è già attualmente impegnato nello smantellamento del Washington Post, con centinaia di giornalisti licenziati in blocco, non sembra essere il momento adatto per incaricarsi di un altro giornale che sta cercando, tra alti e bassi, di trovare una sua nuova ragione di esistere nell’era dei media online. Più banalmente, Bezos è tra i principali sponsor del prossimo Met Gala, l’evento annuale di raccolta fondi a beneficio del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art newyorchese, organizzato dalla stessa Anna Wintour: e seppure negli anni, complici le congiunture storiche ed economiche complesse, quell’evento ha iniziato ad assomigliare a un triste carnevale per intrattenere le masse, mentre fuori il mondo brucia, l’intento di sostenere le arti rimane comunque lodevole.
E proprio qualche giorno fa, è stato reso noto anche il tema del Met Gala di quest’anno: “fashion is art”. Nella seconda pagina del comunicato ufficiale, come ha fatto notare anche il New York Times, c’era però anche un’altra notizia: quella che, a presiedere la cerimonia in qualità di co-chair (una formula che indica una certa posizione prominente nell’evento, nella quale come veri padroni di casa, ci si posiziona in cima alle scale, insieme ad Anna Wintour, a salutare gli ospiti che arrivano) ci saranno proprio Jeff Bezos e Lauren Sanchez. Una postilla che sembrava volesse scappare all’attenzione generale, nascondendosi in fondo alla lunga lista degli altri co-chair (Beyoncé, Nicole Kidman e Venus Williams) così come dei 24 membri del comitato di accoglienza del party.
Per ora non sembra quindi che Bezos sia interessato alla moda in quanto investimento: la sua sembra essere più la ricerca di una validazione culturale lontano dalle Farm delle trad-wife nuovo modello di femminilità MAGA, ma più vicino a chi, con i suoi giornali, i suoi modelli estetici e i suoi eventi (Vogue) quella validazione culturale in America la garantisce ancora, seppur con crescente fatica. Il risultato potrebbe forse aiutare Bezos a vestirsi meglio, ma non lo farà comportare (meno) peggio. E la moda farebbe bene a tenerlo a mente, prima che sia troppo tardi.
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