Si chiama Bad Girl Books e l'ha aperta Starlin Marot, che prima di diventare libraia faceva la tiktoker. La booktoker, per la precisione. Di romantasy, ovviamente.
I fumetti che riescono a entrare nell’immaginario comune, a modificarlo, a schiacciarlo sotto il loro peso e la loro forza, si contano sulle dita di una mano. Due, se ci sentiamo particolarmente generosi. Ma i fumetti che riescono a imporsi, a far parlare di sé e a diventare immortali nel giro di un paio di anni sono ancora di meno. Watchmen, Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Maus. Persepolis di Marjane Satrapi, scomparsa a 56 anni, rientra di diritto in questa categoria, e merita anche una considerazione diversa, per certi versi maggiore: perché racconta una storia che è la storia della sua autrice, e lo fa attraverso uno stile essenziale, immediato e particolarmente espressivo. Gli occhi grandi, le linee nette, la sinuosità delle figure, la fissità delle posizioni.
È un fumetto che parla di Iran, il Paese d’origine di Satrapi, e di rivoluzione. Di guerra, di morte, di fame. E anche di speranza e gentilezza, quella inattesa e quella evocata. E poi di violenza, di dolore, di famiglia, di che cosa vuol dire essere prima ragazza e poi donna in un mondo che non è più lo stesso e che è stato stravolto dal tempo e dall’uomo, e soprattutto dalla religione; di che cosa vuol dire essere costretti a lasciare la propria casa e la propria vita per andare altrove, in un Paese completamente diverso, dove il grigiore delle opinioni, dei se e dei ma supera di gran lunga i colori pieni degli ideali e della fede, e dove il senso di giustezza, più che di giustizia, cambia rapidamente a seconda di chi ne parla.
Persepolis è un capolavoro. È un punto fermo, un punto di non ritorno, una fotografia di immagini e parole, di bianchi abbacinanti e di neri intensi, bui, senza luce. E scava, s’infila tra i pensieri e le paure, li ribalta, li spezzetta. Satrapi non era una fumettista, lavorava come illustratrice di libri per bambini. I fumetti sono arrivati dopo e sono stati la prima scelta, la scelta per molti versi migliore, per mettersi a nudo, esporsi e raccontarsi. La solitudine dell’artista che trova un senso altro, ulteriore e più profondo. Scava: scava ancora, scava di più. Gli abbracci disegnati da Satrapi si alternano a occhiate dure e terrorizzate.
Persepolis, poi, è diventato un film, co-diretto dalla stessa Satrapi, e ha trovato un pubblico nuovo e più vasto e più affamato, trasversale. Satrapi, dice Le Monde riprendendo il comunicato stampa con cui la famiglia ha annunciato la scomparsa, è morta di tristezza, di crepacuore, per la perdita di suo marito, Mattias Ripa, avvenuta un anno fa. Satrapi viveva in Francia (a Parigi), Paese che le aveva conferito la Legione d’onore, la più alta onorificenza civile. Onorificenza che lei aveva rifiutato, perché nulla voleva da un governo che continuava a intrattenere rapporti con la Repubblica islamica. «Mentre ai giovani iraniani amanti della libertà, ai dissidenti e agli artisti viene negato il visto […], i figli degli oligarchi iraniani passeggiano a Parigi, come a Saint-Tropez, senza alcun problema», aveva detto, in un video in cui spiegava le ragioni della sua scelta.
Persepolis l’aveva resa famosa, ma non l’aveva cambiata – per alcune cose l’aveva addolcita, mentre per altre l’aveva indurita, ispessita: è l’effetto che fa raccontarsi agli altri, a chi non si conosce. Se c’è una cosa che resta oggi è la sua voce, con tutto quello che ha detto e raccontato nel suo fumetto: la brutalità dell’estremismo religioso, lo shock della scoperta di sé stessi e del proprio corpo, di un altro modo di vedersi e considerarsi, della fame per la vita più che per la libertà. E restano la sofferenza che ha provato e la sua testimonianza della Rivoluzione Islamica – una testimonianza diversa, più vera, perché personale, non mediata, non inutilmente romanzata.
È cresciuta a cavallo di due mondi, Satrapi. E questo dualismo ha resistito fino a oggi, fino alla fine. Persepolis è uno di quei pochi fumetti che hanno avuto successo, che sono diventati dei classici e che sono arrivati in tutto il mondo (in Italia è pubblicato da Rizzoli Lizard). E che hanno lasciato un segno. Uno profondo, indelebile, che non rischia di essere cancellato o dimenticato. Un segno che continua a parlarci e a dirci la sua storia senza tempo.
