Si chiama Together e ha già indetto una grande manifestazione per il 28 marzo a Londra.
In quest’epoca di sconforto mi trovo spesso a chiedermi due cose: quando finirà e che cosa lo farà finire. Sul quando è difficile fare previsioni, visto che anche gli artefici di questo disastro geopolitico, che è solo una delle cause di questo sconforto, sembrano non averne idea. Sul come, invece, l’unico suggerimento arriva dal confronto con la storia. Vengono in mente i movimenti contro la segregazione razziale, i cortei contro la guerra in Vietnam, le sovversioni delle suffragette, la marcia del sale, le primavere arabe – solo per citarne alcuni – e mi chiedo se chi partecipava a quegli eventi sapesse di star facendo la storia.
La mail che io e altre sette milioni di persone abbiamo ricevuto qualche settimana prima della manifestazione aveva come oggetto: “Dove dirai che eri il 28 marzo?”, suggerendo che quella data sarebbe passata alla storia. Il mittente era Together Alliance, la coalizione composta da 140 organizzazioni e, appunto, 7 milioni di sostenitori, organizzatrice della marcia che sabato ha colmato il centro di Londra, in risposta, tra le altre cose, alla crescita in popolarità dell’estrema destra nel Regno Unito. Il confronto con la storia mi si presenta davanti non appena arrivo su Park Lane, la strada che fiancheggia Hyde Park, dove si stanno allineando i blocchi del corteo. Uno dei primi cartelli che vedo recita: «Vogliono la Germania del 1939, avranno la Francia del 1789». Poco più avanti una signora ne sventola un altro: «L’odio è un vicolo cieco, basta aprire un libro di storia».
Questa miscela di rabbia e speranza – un connubio che trovo sia raro da restituire – è palpabile lungo tutto il percorso, sia durante il corteo principale che negli eventi collaterali che accompagnano la giornata, tra cui un rave organizzato da R3 Soundsystem e una marcia pro Palestina che sfila parallelamente. Secondo gli organizzatori, in strada ci sono circa mezzo milione di persone. La Metropolitan Police parla di 50 mila, ammettendo però la difficoltà di contare una folla così dispersa su un percorso tanto lungo. Come spesso accade, la verità numerica starà probabilmente nel mezzo – mi sento di dire più vicina alla stima più alta. Anche prendendo per buono il numero più basso, resta comunque una delle più grandi manifestazioni contro l’estrema destra nella storia britannica.
Se l’obiettivo era dimostrarsi più numerosi dell’estrema destra – quella parlamentare rappresentata da Nigel Farage, leader di Reform UK, e quella extraparlamentare capitanata dal tristemente noto Tommy Robinson, pseudonimo dell’attivista Stephen Christopher Yaxley-Lennon, fondatore della English Defence League – si potrebbe dire: missione compiuta. Lo scorso settembre Robinson aveva portato su queste stesse strade tra le 110 e le 150 mila persone per Unite the Kingdom: una manifestazione neofascista e anti-immigrazione costruita attorno alla teoria della sostituzione etnica, con ospiti internazionali come Eric Zemmour e Steve Bannon e Elon Musk collegato in video a invocare lo scioglimento del Parlamento. Il Premier Keir Starmer l’aveva condannata, accusando Robinson di aver lasciato la gente più spaventata di prima. Sabby Dhalu, segretaria congiunta della Together Alliance, l’aveva definita «la più grande mobilitazione dell’estrema destra nella storia britannica». Sabato, la risposta è arrivata.
Ma gli obiettivi della manifestazione erano molteplici, e molteplici le cause portate in piazza. Lo sintetizza Joseph Coonara, membro del Socialist Workers Party, mentre distribuisce copie del giornale di partito: «Dobbiamo costruire un movimento unificato, pronto ad agire per respingere queste minacce. Il 16 maggio Tommy Robinson tornerà in piazza. A maggio, alle elezioni locali, Reform è dato per favorito. Dobbiamo mobilitarci». Non lo preoccupa solo il Regno Unito: «Se guardiamo alla fonte del razzismo e del fascismo, viene da un sistema che si sta sgretolando, che sta tradendo la gente comune. È una lotta globale. La vedi in Italia con Meloni, in Francia con Le Pen, in Germania con l’AfD, con Trump in America. È la lotta del nostro tempo».
Un movimento plurale
In Parlamento la Together Alliance è stata presentata come una coalizione unita nel rifiuto del razzismo e nella promozione della solidarietà tra comunità diverse, mobilitata per dimostrare che i diritti umani contano e che la resistenza collettiva all’odio e alla divisione, è possibile. Tra le organizzazioni aderenti ci sono realtà molto diverse tra loro: Stand Up To Racism, il National Education Union, i sindacati Unison e il TUC (Trades Union Congress), la Palestine Solidarity Campaign, Amnesty International, Extinction Rebellion, Greenpeace, e molte, molte altre.
Accanto a loro anche figure dello spettacolo e della cultura: Fontaines DC, Franz Ferdinand, the Charlatans, Paloma Faith, Paul Weller, Kneecap, Brian Eno, Joy Crookes, Self Esteem, Hot Chip, David Harewood, Steve Coogan, James Acaster, e molti altri. È una coalizione volutamente plurale: non un’alleanza ideologica compatta, ma un fronte costruito attorno a valori condivisi come solidarietà, antirazzismo e pluralismo. Lillian Cheever, una newyorkese trapiantata a Londra, per un po’ mi marcia accanto e mi parla di quanto sia importante creare questo dialogo: «Ciò che la Together Alliance fa è riunire molti gruppi per far capire loro su cosa sono d’accordo. E una di quelle cose deve essere l’antirazzismo. Il problema non sono gli immigrati. Il problema è la classe dirigente».
«È importante sottolineare che tutte le questioni portate in piazza oggi sono connesse dal capitalismo. Per opporsi al razzismo, alla transfobia, alla violenza sulle donne, bisogna essere anche anticapitalisti». Nonostante ci sia un evidente fil rougue, camminando tra i blocchi questa pluralità è evidente. C’è chi mi dice che le battaglie rappresentate sono, prima di tutto, battaglie per i diritti fondamentali dell’essere umano – e che proprio per questo non dovrebbero essere lette in chiave politica. Altri invece parlano apertamente di lotta comunista, di socialismo, chi non ha paura a fare nomi di politici.
C’è chi sostiene che questo movimento trascenda la politica, e che sia la politica stessa – con i suoi schieramenti e le sue strategie – ad oscurare una questione che dovrebbe essere prima di tutto etica. C’è chi spinge il discorso ancora oltre: non si dovrebbe parlare nemmeno di diritti umani, ma di diritti degli esseri senzienti, tout court. E poi c’è la posizione opposta: quella di chi sostiene che tutto sia politica. L’arte, la religione, la scienza, la moda, lo sport. Ci sono i tifosi della Nazionale di calcio contro il fascismo, gli scienziati contro il fascismo, le lesbiche contro il fascismo, gli ambientalisti, i discendenti dei sopravvissuti alla Shoah per la Palestina, fino alla Anti-Moron League, la lega anti-imbecilli (causa ardua quanto nobile).
Tra i gruppi presenti c’è anche Fashion Against Fascism, in rappresentanza di un settore che con il razzismo sistemico ha un conto aperto da decenni. Mel Watt, una delle organizzatrici, lo dice senza mezzi termini: «Gli immigrati non solo hanno costruito questo paese, ma anche l’industria della moda. Il sistema è rotto: i miliardari al vertice ci mettono gli uni contro gli altri, addestrandoci al capro espiatorio». Tra i blocchi c’è anche quello del clero. Giles Goddard, vicario di St John’s Waterloo, parla del messaggio religioso e di come venga strumentalizzato dall’estrema destra: «Mi spezza il cuore, perché è una distorsione completa di ciò per cui Gesù è venuto. Gesù è venuto per liberare gli oppressi e darci una visione di un mondo migliore».
Accanto a lui una ragazza marcia con un cartello che ricorda: “Gesù, Giuseppe e Maria erano richiedenti asilo”. Poi c’è Tia Robbins, 19 anni, arrivata da Harlow con il suo gruppo giovanile. Una giovane donna che fatica a vivere nel contesto di crescente misoginia tra i ragazzi della sua età – quello raccontato dalla serie Netflix Adolescence: «Lo vedo nelle persone con cui vado a scuola. Nel modo in cui parlano. Sono tutti redpillati. Prima potevo uscire, camminare di notte. Ora entro le undici sono a casa perché non mi sento al sicuro». Peter, che preferisce non darmi il cognome, recita: «Prima vennero per gli immigrati, e noi non abbiamo parlato perchè non eravamo immigrati», e prosegue con una lunga lista. È un adattamento della celebre frase del pastore luterano Martin Niemöller, autore di un testo confessionale sulla complicità degli intellettuali e del clero durante l’ascesa del nazifascismo in Germania. Il collegamento è ovvio – e agghiacciante.
I discorsi, retorici ma necessari
Sul palco di Whitehall e su quello di Trafalgar Square, all’ombra dell’ammiraglio Nelson, i discorsi si alternano alla musica. Diane Abbott – ex deputata laburista, oggi indipendente – prende la parola davanti a una folla che risponde con applausi scroscianti: «La partecipazione di oggi è la più grande marcia antirazzista che io abbia visto in tutta la mia vita». Zack Polanski, leader dei Verdi e stella nascente della sinistra britannica, è pragmatico quanto retorico (d’altronde si autodefinisce un populista): «Tornate nelle vostre comunità, nei centri comunitari, nei sindacati, dai vostri amici e vicini. Dobbiamo organizzarci. Le elezioni locali arrivano tra poche settimane». Billy Bragg sale sul palco con la chitarra e dice quello che molti pensano ma faticano a dire apertamente: che le preoccupazioni sull’immigrazione possono essere comprensibili, ma «le loro soluzioni non sono giustificabili in alcun modo».
Quando ballare è politico
A Trafalgar Square, intanto, si fa fatica a parlare. Si comunica con il corpo. R3 Soundsystem trasforma la piazza in un rave – House Against Hate – con oltre trenta artisti: Hot Chip, Katy B, Jessie Ware, Joy Crookes, Daniel Avery, Shygirl, Ben UFO, DJ Paulette, Jon Hopkins, Horse Meat Disco, Norman Jay MBE e A Guy Called Gerald. Gli UB40 si erano già esibiti lungo il percorso della marcia. La musica, si sa, è da sempre intrinsecamente politica. R3 Soundsystem – un’associazione di dj, produttori, etichette, club e attivisti – ha costruito la propria identità attorno a tre R: Reject (rifiuta) l’ascesa dell’estrema destra, Revolt (rivolta) contro il razzismo, Resist (resisti) all’influenza delle corporation nella musica dance. Il fondatore Gideön lo ha spiegato così: «La musica dance ha sempre fatto da colonna sonora alla protesta e all’attivismo. Ora è il momento di rilanciare questa tradizione».
La scelta del rave come formato politico ha una storia lunga nel Regno Unito. Parte dalla Second Summer of Love del 1988-89, quando l’acid house diventò – quasi senza volerlo – la risposta culturale al thatcherismo. Il governo Thatcher reagì con il Criminal Justice Act del 1994, che rese illegali le riunioni all’aperto attorno a musica «caratterizzata da una successione di battiti ripetitivi». Un vero e proprio decreto anti-rave. Suona familiare?
Una giornata globale
Londra non era sola. Lo stesso 28 marzo il movimento No Kings – nato negli Stati Uniti dopo la parata militare organizzata da Donald Trump per il suo settantanovesimo compleanno – ha portato milioni di persone in strada. Nella sola Los Angeles erano previste quaranta manifestazioni. Anche a Roma, nello stesso fine settimana, centinaia di organizzazioni hanno promosso due giorni di cortei e concerti sotto parole d’ordine simili: no all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo.
La simultaneità delle date non è casuale, come non è casuale ciò che alimenta la rabbia e l’apprensione di chi popola queste piazze. La destra governa attraverso la paura – da Roma a Londra a Washington – e la gente non ci sta più. La risposta che il 28 marzo costruisce non è elettorale. È una risposta di presenza, un fronte comune. Mentre mi allontano da Trafalgar Square e il suono delle casse di R3 Soundsystem si perde nel tunnel della metro, torno alla domanda di partenza: quando finirà, e come. Non lo so. Ma oggi mezzo milione di persone hanno deciso di essere qui invece che altrove. Di portare il proprio corpo in strada. Di ballare contro qualcosa e per qualcosa. Ci sarà chi avrà pensato di far parte di un momento storico, chi non ci sperava ma ha sentito comunque il dovere o il bisogno di esserci, e chi non si è posto il problema. Ma la sensazione, mentre torno a casa, è che qualcosa di oggi rimarrà.
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