Serena con un pizzico di tumulto costante: la musica e la vita secondo Mac DeMarco

Alla vigilia del minitour italiano che lo porterà a Bologna, Roma e Milano, abbiamo incontrato Macbriare Samuel Lanyon DeMarco, in arte Mac, per parlare di chitarre, motoseghe, giardini e dischi.

27 Giugno 2026

Mac DeMarco risponde alle domande come fa i dischi: senza troppi formalismi, seguendo il filo di quello che sente vero e che quasi in maniera impressionistica gli si stampa nella mente. Lo abbiamo incontrato poco prima delle date italiane del tour mondiale (il 27 giugno a Bologna, il 28 a Roma e il 30 a Milano) a supporto di Guitar. Tutto giusto, visto che il suo sesto album in studio, uscito lo scorso anno e registrato nella sua casa di Los Angeles in un solo mese. Lo ha composto soprattutto, dice, per assecondare la voglia di tornare in tour. Nel frattempo sta cercando la pace, anche grazie a lavoretti semplici come sistemare il giardino di casa con la sua nuovissima motosega. 

Il tuo nuovo album Guitar è stato scritto e registrato in un mese, a casa, da solo. Pensi che i limiti di tempo, di spazio, di risorse siano in realtà condizioni creative migliori rispetto all’avere tutto quello che vuoi?
Sì, credo che a volte sia necessario. Avere una quantità finita di tempo in quella situazione ti costringe a fare qualcosa, devi semplicemente farlo funzionare. In realtà nessuno mi stava con il fiato sul collo, dopotutto sono io stesso l’etichetta discografica, però in un certo senso mi ha costretto a chiudere quello a cui stavo lavorando.

I tuoi dischi hanno un suono particolarmente rilassato, leggermente stonato, distorto. È una cosa che cerchi, o succede e basta?
Penso che sia divertente, onestamente. Faccio le cose in questo modo da così tanto tempo che per me è semplicemente normale, non me ne accorgo quasi più. Con questo album volevo dire qualcosa di semplice, far uscire naturalmente il suono, le parole e poi tenere quello che ne esce. Più sento naturale ciò che sto facendo, meglio mi sento alla fine.

L’album si chiama Guitar. Come mai?
Prima di registrare mi immaginvo di mettere molto synth e tutta una serie di cose, ma a un certo punto mi sono reso conto che solo una canzone aveva il synth, “Shining.” E ho pensato: se lo tolgo anche da lì, sull’album ci sono solo chitarre. Quindi è diventato curioso chiamarlo così. Per assurdo avevo addirittura pensato di non suonare la chitarra durante i concerti. Ma poi ho finito per suonarla, quindi quel piano non ha funzionato.

Insomma questo disco parla della tua relazione con questo strumento.
Sì ed è quasi come una lettera d’amore. Nei miei anni più giovani, all’inizio della mia carriera, suonare la chitarra acustica non era considerato cool ma lo facevo lo stesso. E la amo. La chitarra è lo strumento più democratico, tutti la suonano un po’, sanno fare una canzone, ne possiedono una magari scassatissima. Per cui la ho voluta celebrare. Questo disco funziona come quando ripeti una parola così tante volte che smette di avere senso. Era quella la sensazione, e me la fa amare ancora di più.

Di tutte le parti del fare il musicista scrivere, registrare, suonare dal vivo qual è la tua preferita?
Adoro registrare. Scrivere è forse la parte più ostica. Cioè, non è difficile, ma senti che è il momento di mettersi al lavoro sul serio. L’idea alla base di questo disco era che volevo tornare in tour. Ero stato a casa così a lungo che avevo bisogno di ritrovare quell’equilibrio tra andare, tornare, suonare, registrare. In realtà infatti amo tutti questi elementi. Ho appena incontrato un altro musicista in una delle tappe del tour che mi ha detto: facciamo il lavoro migliore del mondo, di base facciamo musica e la suoniamo con i nostri amici. Ed è vero, è incredibile.

Sei diventato una figura di culto nella musica indipendente. Le persone sentono una connessione molto personale con te. Ti crea pressione, come la vivi?
Dipende da dove siamo nel mondo, in alcuni posti succede più che in altri. Ma in effetti è diventata una cosa enorme, onestamente la mia vita è cambiata molto. Quando le persone danno peso alla tua musica cambia tutto, soprattutto con i giovani. Adesso sono cambiate molte cose da quando ho iniziato a suonare, le persone vengono ai concerti per ragioni diverse, per partecipare in maniera diversa, non solo per ascoltare della musica rock. Molte persone si emozionano con alcune mie canzoni. Io non le conosco e anche loro non mi conoscono davvero. Ma mi conoscono attraverso le mie canzoni e questo è qualcosa di prezioso. È strano, ma è anche incredibile. Puoi andare a parlare con i ragazzi dopo lo show e senti che c’è qualcosa. Quando qualcuno dice so di cosa parli in quella canzone, l’ho vissuto anch’io, quella è una connessione. È emozionante, è folle, è speciale. A volte mi chiedo come sarebbe avere un tipo diverso di rapporto con il pubblico, come ce l’hanno certi altri artisti. Ma quello che ho è bello e lo proteggo.

Hai vissuto in molti posti, sei canadese e hai vissuto a Montréal, poi New York, Los Angeles. Secondo te il posto in cui vivi cambia davvero chi sei, o ti porti semplicemente ovunque?
Ho cambiato tanti posti, molto spesso da solo, e penso che ti porti ovunque, non c’è scampo a te stesso. Ma è altrettanto vero che un posto ti contagia, che ti piaccia o no. È difficile spiegare cosa rende un luogo “quel luogo” o perché certi luoghi ti si appiccichino così tanto addosso. Quello che ti cambia sono le persone, l’energia che respiri. Quando mi sono trasferito a Los Angeles mi hanno detto “eccoti qua, adesso anche tu farai il tuo disco losangelino”. Non so se This Old Dog lo sia, ero appena arrivato, ma ora che ci vivo da dieci anni forse Guitar è un prodotto anche della mia vita a LA. Non era intenzionale, ma succede e basta. 

Come ti trovi a Los Angeles? La consideri la tua città ora?
Los Angeles è un posto molto strano. La amo in molti modi ma la trovo complicata per altrettanti altri. Ho grandi amici lì e in un certo senso ho trovato un modo per vivere la città che mi funziona. Ma può essere molto alienante. Molto fredda. Tanta gente strana, tanta solitudine, tanto dolore. Ma ha un’energia. È un posto folle.

Dall’esterno sembri una persona normale. È vero? Hai davvero una routine, piccoli rituali che ami?
Cerco di fingere di essere ordinario. Amo davvero il lavoro in giardino, riparare gli impianti idraulici, tagliare la mia palma con la motosega. Mi piace pulire il cortile con quegli affari tipo gli sparafoglie. C’è un detto che ho sentito una volta: quando pensi di avercela fatta, vuoi assumere qualcuno per fare tutte queste piccole cose al posto tuo. Ma quando ce l’hai fatta davvero, le fai tu stesso. E penso che sia vero. C’è qualcosa di meditativo, mi fa sentire a posto. La gente pensa che io stia seduto a scrivere canzoni o in giro a far concerti tutto il tempo, ma fare quelle cose semplici mi radica e mi fa stare bene.

C’è qualcosa in cui sei davvero bravo, in cui ti senti un maestro?
Onestamente penso di essere molto versatile, non sono un fuoriclasse in una cosa specifica, e questo vale anche per la musica. So suonare molti strumenti abbastanza da cavarmela, ma non sono un maestro. Conosco persone che sono maestri del loro strumento e non riesco nemmeno a immaginare come ci si sente. Penso che valga lo stesso per molte aree della vita, anche per tutte quelle cose di cui parlavo prima: le faccio, mi piace ma non è che so sempre che cosa sto facendo, lo faccio nel miglior modo che conosco e basta. 

E qualcosa che hai accettato di non saper fare?
Cucinare. Non sono un grande cuoco e in parte è colpa della mia compagna, che cucina così bene che non ho quasi mai bisogno di farlo. Ma se c’è l’opportunità di cucinare, ci provo. So fare qualche piatto ma anche quando ci provo le persone che mi conosco mi ridono in faccia, per cui per ora non mi ci impegno più di tanto.

Hai detto in un’intervista che Guitar è «la rappresentazione più autentica di dove ti trovo nella tua vita in questo momento». Com’è la tua vita in questo momento?
Serena con un pizzico di tumulto costante. Questa è la versione onesta. Sto cercando la pace, la sto davvero cercando.

I giorni in cui parlavi in Salad days sono davvero andati?
Quelli che rispondono letteralmente alla definizione da manuale di “salad days” forse sono finiti. Ma penso che nella vita si aprano sempre nuove porte, per cui ci sono nuove strade, opportunità che vivo e accolgo con lo stesso ardore con cui vivevo quei giorni.

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