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13:44 domenica 22 marzo 2026
Chopper, il medico della ciurma Cappello di Paglia in One Piece, è stato nominato ambasciatore di Medici Senza Frontiere «La convinzione che si debba curare tutti, indipendentemente da etnia o nazionalità, è ciò in cui crediamo anche noi», ha detto il presidente di MSF, spiegando la scelta del nuovo ambasciatore.
La foto che tutti i giornali stanno pubblicando negli articoli sulla vera identità di Banksy non ritrae Banksy ma un tizio qualunque fotografato mentre lavorava vicino a un’opera di Banksy L'uomo si chiama George Georgiou, ha 69 anni e di mestiere fa l'operaio. Ha definito quello che gli è successo «assurdo».
Al trailer di Spider-Man: Brand New Day è bastato un giorno per diventare il trailer più visto di tutti i tempi Ha totalizzato 718 milioni di visualizzazioni in 24 ore, sbriciolando il precedente record detenuto dal trailer di No Way Home.
Hachette ha cancellato l’uscita di un romanzo horror molto atteso perché si è scoperto che l’autrice l’ha scritto usando l’AI L’autrice di Shy Girl, Mia Ballard, si è difesa sostenendo che a usare l'AI non è stata lei ma un suo conoscente al quale aveva affidato il compito di correggere le bozze.
Un marinaio della portaerei francese Charles de Gaulle ne ha rivelato a tutti l’esatta posizione loggando la sua corsetta mattutina su Strava Non è il primo militare a rivelare informazioni sensibili registrando i propri allenamenti, tanto che è stato coniato un nome per il fenomeno degli Strava Leaks.
Il nuovo film di Alice Rohrwacher, Three Incestuous Sisters, sarà tutto ambientato tra Roma e Stromboli La regista inizierà le riprese ad aprile e passerà la primavera tra la Capitale e le Eolie assieme a Dakota Johnson, Saoirse Ronan, Jessie Buckley e Josh O'Connor.
C’è solo un Paese al mondo che non è affatto preoccupato dalla crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente: la Cina La Repubblica popolare raccoglie adesso i frutti di anni di enormi investimenti nelle energie rinnovabili e in particolare nell'elettrico.
Steven Soderbergh sta per lanciare una app che racconta e spiega ogni singolo giorno di riprese de Lo squalo L'app comprenderà una saggio di 25 mila parole scritto da Soderbergh e tutti i dettagli possibili e immaginabili sulle riprese del capolavoro di Speilberg.

Lockout NBA, cosa succede

01 Agosto 2011

Dal primo luglio la NBA è ferma, chiusa, non operativa. Allo scadere del vecchio contratto collettivo è stato dichiarato il lockout in quanto, parole del vice commissioner Adam Silver: “il contratto collettivo appena scaduto ha prodotto perdite finanziarie per le nostre squadre”. La traduzione corretta di lockout è serrata, non sciopero; sono quindi i proprietari delle 30 squadre a “incrociare le braccia”, con il benestare di David Stern, commissioner della lega. È importante ricordare che negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, il diritto alla serrata è sancito dalla Costituzione. Il motivo del contendere è la ripartizione del denaro e la necessità di creare un modello sostenibile nel tempo per tutte e 30 le squadre. In altre parole, semplificando e scomponendo la questione in minimi termini: la NBA è un business da 4.2 miliardi di dollari in cui i proprietari faticano ad avere un profitto e anzi, perdono soldi molto facilmente. Il vecchio contratto collettivo prevedeva una ripartizione del 57% delle entrate (lorde) ai giocatori, ovviamente in stipendi. Quindi i contratti NBA vengono “aggiustati” a fine anno per arrivare a questa percentuale e in una stagione positiva come questa, le franchigie sono costrette a versare altri dollari oltre al contratto in essere. I proprietari offrono una cifra fissa per gli stipendi di 2 miliardi di dollari per le prossime 10 stagioni, l’associazione giocatori non la ritiene in linea con le previsioni di crescita della NBA (dal 3 al 5%) dei prossimi anni e con la nuova contrattazione al rialzo dei diritti TV nazionali del 2016.

Proprio in queste ore giocatori, lega e proprietari si incontreranno per un nuovo tavolo, la fumata bianca non è nemmeno quotata. Le parti cercheranno di calcolare le loro distanze e capire in che direzione muoversi per un accordo che molto probabilmente non arriverà prima di ottobre, con i giocatori decisi a non scendere oltre il 54%; infatti la maggior parte di loro è pagata da ottobre a maggio e fino a quel momento non perderanno un dollaro. Sul tavolo delle trattative c’è l’esigenza di rivedere il salary cap, il famoso tetto salariale di cui si sente spesso parlare a “casa nostra” come lo strumento in grado di salvare il calcio italiano. Del resto ogni italiano è il miglior CT della propria nazionale e, da qualche anno, anche il più abile dirigente in circolazione. Lo stallo NBA dimostra che non è sufficiente mettere un tetto agli stipendi per risolvere i problemi e, inoltre, la volontà dei proprietari è quello di trasformare il cap da elastico (soft) a rigido (hard). Oggi il tetto di spesa può essere superato in vari modi e il sistema di pesi e contrappesi pensato dalla NBA non regge più. Si vuole prima di tutto abbassare la percentuale del 57%, portandola a un valore simile al baseball (MLB) o al football americano (NFL), cioè del 50%, per poi passare a un formato rigido di cap proprio come in NFL, anche per garantire più equilibrio. L’ultimo lockout è datato 1998 e l’accordo si trovò soltanto il 7 gennaio 1999, stagione in cui si giocarono 50 partite in 4 mesi più i playoff. Ieri come oggi il motivo del contendere erano i soldi e anche questa volta i proprietari, che sono milionari con altri business, hanno il coltello dalla parte del manico. I giocatori stanno cercando di sfruttare bene le poche carte a disposizione e tramite stampa e new media (twitter, blog ecc..) fanno sapere di essere disposti a giocare all’estero. Grande bluff, solo chi è privo di vincoli contrattuali può giocare all’estero senza mettere in pericolo di annullamento il proprio contratto in essere con la franchigia NBA d’appartenenza.

Per i big il gioco non vale la candela visto che nessuna lega al mondo può pareggiare gli stipendi NBA. Non credete troppo ai tweet e alle news sui top player, valgono più o meno come i titoli di calciomercato in stile “Messi: voglio giocare nel Napoli”. Ad oggi l’unico big ad aver firmato con un club straniero è Deron Williams, playmaker che dovrà negoziare il suo rinnovo contrattuale con i Nets e quindi oggi non vincolato. Il basket NBA è un fenomeno globale, un prodotto facilmente esportabile e che può essere vissuto al suo massimo da ogni appassionato con una semplice connessione a internet e un portatile. In questi anni è stata data priorità al marketing e al taglio internazionale fortemente voluto da Stern, ma oggi la NBA è in stallo ben oltre le fredde cifre, i caldi dollari, gli ammortamenti e i bilanci complessi.

La politica di espansione ha portato nuove franchigie in mercati piccoli, in aree degli Stati Uniti o fino in Canada dove il basket non interessa. Ma anche dove la pallacanestro è quasi una religione, come per esempio in North Carolina, non si è tenuto conto di un mercato non adatto allo sport professionistico, ma esclusivamente legato alla realtà del college basket, dove risiedono le vere tradizioni e rivalità sportive americane. Questa politica miope di espansione, esclusivamente basata sul breve periodo, ha generato un abbassamento del livello del basket, un gioco annacquato, disperso talento e fatto ricchi giocatori di medio livello. Inoltre, il muro contro muro tra datori di lavoro e l’associazione giocatori genera interesse, ma il futuro della NBA si gioca sulla possibilità dei piccoli mercati di essere competitivi. Qui l’associazione giocatori non c’entra, è un problema complesso chiamato revenue sharing, cioè ridistribuzione dei proventi all’interno della stessa lega. I diritti TV nazionali ed internazionali vengono ridistribuiti collettivamente, viceversa gli introiti locali restano quasi esclusivamente a disposizione della franchigia che li genera. In NFL gli incassi di ogni singola partita (parcheggio, biglietto di ingresso, ristorazione ecc..) vengono così divisi: 60% alla squadra di casa e 40% alla squadra ospite; in NBA la squadra ospite si ferma al 6% e solamente sulla vendita dei biglietti. Le grandi aeree metropolitane ne traggono vantaggio, come i Los Angeles Lakers che riescono ad incassare quasi 2 milioni di dollari per ogni partita interna, mentre squadre di un piccolo mercato come i Milwaukee Bucks non arrivano a 500 mila dollari. In questi anni il divario tra team di livello e squadre in perenne ricostruzione è aumentato esponenzialmente, mentre Stern si è preoccupato esclusivamente di vendere il proprio prodotto all’estero e ha perso di vista la cosa più importante: il Basket. Senza quello, crolla tutto.

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