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La giunta militare del Myanmar ha messo al bando gli assorbenti perché convinta che i ribelli li usino per fasciarsi le ferite Secondo le organizzazioni umanitarie, i militari pensano davvero che gli assorbenti vengano usati così perché probabilmente non ne hanno mai visto uno.
Pedro Pascal ha fatto causa a un liquore perché si chiama Pedro Piscal Il liquore in questione è un pisco, la più popolare bevanda alcolica del Cile, paese Natale di Pascal.
In Russia adesso le biografie di Bulgakov vengono vendute con un’etichetta che le definisce propaganda a favore della droga Sorte che però non è toccata solo a lui: l'etichetta verrà apposta anche sui libri di Pelevin, King, Palahniuk, Murakami e Steinbeck
La Cnn ha scoperto una vera e propria “accademia dello stupro” su internet, ma nonostante la denuncia nessuno l’ha chiusa Il sito contiene migliaia di video e foto di violenze, oltre a consigli e tutorial su come eseguirle e nasconderle. Ma, a quanto pare, le autorità non possono chiuderlo a causa di un cavillo.
Massive Attack, Kneecap, Brian Eno, Sigur Rós, Nadine Shah e altri mille artisti hanno chiesto di boicottare l’Eurovision se anche quest’anno a Israele sarà permesso di partecipare Hanno firmato una lettera aperta per boicottare la manifestazione, chiedendo l’esclusione immediata di Israele.
Disney sta realizzando per la comunità sorda nuove versioni delle canzoni dei suoi film in cui i personaggi usano la lingua dei segni Per il momento si tratta di 3 canzoni: Il passo successivo da Frozen II, Oltre l'orizzonte da Moana 2 e Non si parla di Bruno di Encanto, disponibili su Disney+ dal 27 aprile.
La nuova campagna di Valentino è un omaggio al ’68, ma non a quel ’68 La campagna pre-fall 2026 (con protagonista il cantante Sombr) è ispirata a un anno molto particolare e sorprendente della lunga storia del brand.
Il nuovo Presidente ungherese Péter Magyar ha detto che se Netanyahu metterà piede nel suo Paese lo farà arrestare e consegnare alla Corte Penale Internazionale Magyar annulla così la decisione dal suo predecessore Viktor Orbán, che si era sempre rifiutato di eseguire il mandato d'arresto che la Corte Penale Internazionale che pende su Netanyahu.

Storia della moda per principianti

Instant Moda di Andrea Batilla è il tentativo di raccontare un mondo, spesso bistrattato, che ha fatto la storia (e l’economia) dell’Italia.

04 Dicembre 2019

È vero che la moda non va più così di moda? Probabilmente sì, almeno non nella forma che per prima viene alla mente quando la si nomina. È vero che la moda oggi non è più uno di quegli asset imprescindibili per una definzione identintaria e il racconto di sé. È facile osservare (basta dare un occhio ai soliti stramaledetti socialini), che le leve per il posizionamento personale sono diventate le più diverse: dai viaggi alla tecnologia, dalla spiritualità al food, dal fitness alle fotine sporcaccione alle militanze più variegate. Addirittura le influencer più corporate, nate blogger, dissimulano ormai il product placement in contenuti che devono apparire il più possibile organici.

È altrettanto facile constatare che il racconto che la moda mainstream fa di se stessa fatica ad uscire da quel pantano di postmoderno che furono gli anni ‘80. C’è un qualcosa di comprensibile e umano in questo. La moda ricorda se stessa nel momento di massimo splendore, come una Norma Desmond che resta attaccata alla propria immagine cristallizzata sugli schermi muti dell’epoca d’oro di Hollywood, prima del venerdì nero del ’29. Ora che le Instagram Stories hanno ucciso gli applausi a fine sfilata, cosa ci resta? Una bolla di appassionati che condividono poca magia e ossessioni estemporanee che sembrano più trovate da agenzia creativa (micro-borsette ironiche, macro-sneakers parodistiche) che visioni di un presente o futuro possibili, di umani immaginati e immaginari nonché di soluzioni estreme o assurde alle questioni del mondo. Non sempre, non tutti, ci mancherebbe altro. Eppure è un dato che per regalarci sogni potentissimi su larga scala anche un colosso macina-fatturati come il Gucci di Alessandro Michele e Marco Bizzarri, la Pixar del fashion system, ha dovuto studiare un modello di business in cui è il prodotto a sostenere la cultura.

Sembra incredibile, ma c’è stato un tempo, un tempo durato molto a lungo, in cui si poteva osare. E di quel tempo, un secolo più o meno, racconta Andrea Batilla nel suo Instant Moda appena uscito per Gribaudo. Un libro sornione che si piazza tra il sussidiario illustrato, l’antologia arbitraria, il manuale for dummies (ovvero dedicato a chi non ha conoscenza della materia) e la raccolta di racconti di un formidabile battutista. Batilla è del resto la zia modaiola che tutti abbiamo avuto o ardentemente desiderato. Ha collaborato infatti come designer e ricercatore tessile con alcuni dei più importanti marchi del made in Italy, da Romeo Gigli a Trussardi, da Aspesi a Bottega Veneta. È stato direttore di IED Moda Milano e poi co-direttore, insieme a Sabrina Ciofi, di PIZZA, magazine indipendente che negli anni Dieci ha raccontato la creatività italiana.

Auntie Mame del tessile, ci accompagna nella sua cabina armadio ideale e con nonchalance passa in rassegna le meraviglie novecentesche che pendono dalle grucce, accompagnandole a un racconto sempre in bilico tra l’aneddoto e un disegno più grande in cui inserire quel singolo tassello. Un sistema che ha sempre a che fare con il mondo, con le persone, con tutto quello che stava succedendo al di fuori della moda e degli atelier prima e delle passerelle poi. Tira in ballo vecchie storie, serve deliziosi gin and tonic, e più ci prende la mano più si lascia andare a retroscena anche esilaranti, senza mai perdere però un aplomb da gran padrona di casa. Fa della moda una storia di donne, e lo fa un gran bene. Rievocando nomi che sono stati dimenticati non solo dalla memoria collettiva ma anche dalle scuole di moda a causa di noncuranti eredi, malriuscite successioni o di quell’infausta incapacità della moda di fare i conti con il proprio passato, con quel che è stata. Ridona lustro a Madeleine Vionnet, Jeanne Lanvin, Elsa Schiaparelli e Madame Grès, senza lasciarsi scappare lo sfizio di raccontare l’incontro tra la moda e Hollywood attraverso il formidabile genio di George Cukor e del suo Donne. Femminista programmatico, è quasi scolastico quando, col supporto delle belle illustrazioni di Valentina Biasetti, fa la scelta politica di raccontare il made in Italy anche attraverso il lavoro di Rosa Genoni, Germana Marucelli e la Biki.

Personaggi lontani ma portatori sani di una visione magari meno strombazzata e più legata all’artigianalità del mestiere di fare i vestiti, ma sempre fondamentale. Ci sono preferenze giustificate e mai prese di posizione talebane. Alcune potrebbero addirittura essere considerate scottanti, in un mondo che non nega allori a nessuno, e in cui contrariamente a quanto predetto da Arbasino per la letteratura si passa quasi sempre da giovane promessa a venerato maestro saltando a piè pari la fase del “solito stronzo’”. È il caso di Christian Dior che «è stato sicuramente un personaggio fondamentale ma non il dio assoluto che la stampa ci racconta», una dichiarazione capace di scatenare crisi epilettiche anche tra i fashion editor più stoici. Cristóbal Balenciaga è invece indiscutibilmente amato per la sua «parabola ascensionale verso la purificazione estrema delle forme che non dimostra nessun interesse verso quella che già a quel tempo viene chiamata moda». È beffarda ma spassosa anche la scelta dei due soli nomi che secondo Batilla definiscono la moda oggi: Bernard Arnault e François-Henri Pinault, raccontati in tutto in una decina di righe.

Questo libro è a modo suo un manifesto che cerca di cambiare il tono di voce in un mondo (certo non senza colpe e contraddizioni interne) che è spesso bistrattato e deriso, ma che come ogni altra arte applicata, come si diceva un tempo, ha una dignità perché fatta di e da donne e uomini che le hanno dedicato la vita. Attraverso le storie di chi la moda la fa, riavvicina le persone a un lavoro, ai tanti lavori, che hanno fatto la storia e l’economia di questo Paese. E senza teoricismi, alla fine, spiega una verità incontrovertibile: che la moda, con i vestiti, c’entra poco e niente.

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