I libri del mese

Cosa abbiamo letto a novembre in redazione.

di Studio
30 Novembre 2025

David Szalay, Nella carne (Adelphi)
Traduzione di Anna Rusconi
Il maschio bianco occidentale ha ancora qualcosa di interessante da dire. Si potrebbe titolare così un articolo dedicato a quello che senza dubbio è diventato il caso letterario dell’anno. Questo romanzo di David Szalay (già pubblicato in Italia, da Adelphi) che è un’esplicita riscrittura di Barry Lyndon, è infatti oltre a essere scritto da un maschio bianco occidentale anche un romanzo sulla condizione del maschio bianco occidentale, tema che pareva esaurito da qualche secolo di scrittura e dallo spostamento sempre più evidente verso una letteratura scritta da donne sulle donne. Ma non è questione di guerre culturali, Nella carne è soprattutto un gran romanzo, uno di quei romanzi da leggere se si ha bisogno di pagine in cui cadere dentro. Pagine che peraltro non sono neanche così avvolgenti sul piano della forma, ma secchissime, tirate, essenziali nel modo in cui seguono la parabola di questo self-made man che attraversa la storia recente quasi senza volerlo (Europa dell’est alla fine del comunismo, Kuwait, Londra), solo col potere del suo corpo, dei suoi muscoli, di una capacità di seduzione quasi involontaria. È tutto qui il romanzo di Szalay ma è anche molto di più. (Cristiano de Majo)

Brian Merchant, Sangue nelle machine (Einaudi)
Traduzione di Daniele A. Gewurz
La Rivoluzione industriale che studiamo sui banchi di scuola sembra una cavalcata gloriosa: progresso, benessere, velocità, ricchezza per tutti. E poi, a margine: qualche fastidioso lunatico primitivista che cerca di rallentarla invano. Li chiamano luddisti. Ma i luddisti – dal nome di un forse leggendario condottiero, tale Ned Ludd – non erano dei bifolchi passatisti, anzi: avevano capito le macchine meglio di tutti, avevano capito cos’era l’automazione dei telai e cosa avrebbe comportato per loro e per la loro società. Capivano bene anche quale fosse il nemico: non le macchine in sé, come se fossero dotate di un intrinseco spirito malvagio, ma i proprietari delle fabbriche che intendevano utilizzarle per aumentare i profitti, abbassare la qualità dei prodotti, assottigliare le già striminzite paghe, distruggere il tessuto sociale comunitario che da secoli si reggeva intorno alla distribuzione orizzontale del lavoro di filatura e tessitura, e alla equa divisione di compiti e paghe. Allora, per anni all’inizio del 1800, i luddisti, organizzati in bande clandestine e quasi paramilitari, danno fuoco la notte ai telai meccanizzati e alle fabbriche, non per rallentare un progresso ineluttabile (il progresso non lo è mai), ma per rivendicare diritti fondamentali da uomini e lavoratori. In Sangue nelle macchine Brian Merchant traccia la controstoria di un movimento che oggi è necessario approfondire con un occhio al presente. Rivoltarsi contro la divinità del profitto. Contro la pervasività del lavoro in ogni minuto della vita. Contro un sistema tecnocratico che calpesta la cultura e le tradizioni. Suona familiare? Suona urgente. (Davide Coppo)

Gabriel Seroussi, La periferia vi guarda con odio (AgenziaX)
Come tutto le storie che riguardano la Milano in cui ci ritroviamo a vivere, anche quella di La periferia vi guarda con odio comincia nell’anno dell’Expo. Il titolo del libro è infatti la citazione del titolo di un’opera d’arte di Amir Fathi che era a sua volta la citazione di un graffito comparsa in Missori nel 2015, durante una manifestazione contro gli sfratti decisi per far posto alla Milano nuova. Sono passati dieci anni, il tempo necessario a che una generazione di bambini diventasse adolescente e l’odio di una parte diventasse la fobia dell’altra. Il libro di Seroussi racconta proprio questo, l’invenzione di una fobia, la coltivazione nella provetta mediatica del nemico perfetto: il cosiddetto maranza, babau metropolitano, saraceno in TN, tuta del PSG, borsello Gucci, cassa Jbl, ricciolo ingelatinato. Seroussi si produce in una sforzo ammirevole (ci ha provato anche qui su Rivista Studio), cioè provare a raccontare le altre parti del “fenomeno Maranza”, quello meno appetibili per i talk show politici della prima serata di Rete4. E cioè una generazione, una sottocultura, una comunità periferica e razzializzata che è troppo grande per stare tutta quanta dentro le dirette social di Don Ali o le baracconate zanzaresche di Musta Re. Un pezzo di Paese, e soprattutto di una città, che non corrisponde alla sua macchiettistica (e propagandistica) rappresentazione. Sforzo ammirevole anche se inutile, purtroppo: ormai i maranza sono un prop di scena troppo efficace e troppo comodo per la politica, un contenuto (mentre scrivo, la Lega pubblica sui suoi canali social un post in cui i maranza sono i mostri del Sottosopra di Stranger Things alla conquista di Milano-Hawkins) troppo appetitoso da propinare a un elettorato sempre più affamato di remigrazione, hai voglia a spiegare che il problema qui non è il Marocco o l’Egitto o l’Algeria ma l’Italia. (Francesco Gerardi)

Giulia Scomazzon, 8.6 gradi di separazione (Nottetempo)
La 8.6 è la birra preferita di Alice, bevitrice indefessa e impenitente che sguazza nella vergogna ma non conosce il senso di colpa, protagonista di questo libro che esplora l’alcolismo in un modo nuovo, illuminante e soprattutto esilarante. Ambientato in Veneto, patria dei bevitori e luogo di nascita dell’autrice, 8.6 gradi di separazione inizia raccontando la convivenza di Alice con Giacomo, il fidanzato integerrimo: razionale, metodico, vegano, sportivo, marxista. Una situazione da incubo che infatti esplode presto, anzi subito, già nell’incipit, dove lei ci racconta di quando lui, in un momento di esasperazione, le tira addosso una stampante. Succedono tante altre cose, tenute insieme da una voce fortissima e irresistibile, quella di Alice, pensatrice raffinata e paradossalmente lucidissima che ha da dire la sua su tutto e tutti: dagli Alcolisti Anonimi (e gli psicologi, gli psichiatri, il Ser.D.) a Giacomo e la sua ossessione per il volontariato. Una voce molto diversa da quella del libro precedente di Scomazzon, splendido e doloroso già a partire dal titolo, La paura ferisce come un coltello arrugginito (sempre Nottetempo, vincitore del Premio Bagutta Opera Prima), il diario di un’indagine condotta dall’autrice, che in questo caso scriveva di sé senza il filtro del romanzo per ricordare la madre Roberta, morta di Aids nel 1995, quando lei era ancora piccola. E se volete approfondire ulteriormente la conoscenza di questa talentuosa scrittrice classe 1987, sul nuovo numero di Rivista Studio trovate un’intervista in cui parliamo di alcolisti anomali, Veneto wave, scene di 8.6 gradi di separazione che fanno ridere e anche di Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, con cui il romanzo ha delle cose in comune. (Clara Mazzoleni)

La vita vera, istruzioni per l’uso

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