Il romanzo si intitola Life of M, e in effetti le somiglianze tra il personaggio M e la persona Natalie Portman sono abbastanza innegabili.
Esiste un paradosso nella legge della domanda e dell’offerta per cui alcuni beni diventano più desiderabili proprio quando il loro prezzo aumenta. Sono i cosiddetti “beni Veblen”, dal nome dell’economista che alla fine dell’Ottocento teorizzò il “consumo vistoso” come forma di posizionamento sociale: oggetti il cui valore è intrinsecamente legato alla loro esclusività. La Birkin di Hermès ne è l’esempio più evidente: non si acquista, vi si accede, e sono la scarsità, l’attesa e il prestigio che ne consegue a renderla desiderabile. In altre parole, il “capitale simbolico”, per dirla con Bourdieu.
La borsa o la vita
Non è un caso, dunque, che sia proprio la it bag per eccellenza il grimaldello narrativo che la giornalista e scrittrice palestinese Yasmin Zaher sceglie ne La moneta, il suo primo romanzo. pubblicato nella traduzione italiana da Mondadori, per raccontare il potere seduttivo del lusso e dei suoi feticci e, attraverso una riuscita metonimia, dell’intero sistema capitalistico in cui la sua protagonista è immersa fino al collo.
Di lei non conosciamo il nome, l’ha «perso in battaglia, come un cavaliere che perde lo scudo». Sappiamo che è una giovane donna palestinese, orfana e benestante, anche se per interposta persona, grazie a una cospicua eredità familiare di cui però dispone solo attraverso la mediazione di suo fratello. Da poco trapiantata a New York, lavora come insegnante in una scuola media per ragazzi svantaggiati, vive in un appartamento elegante, indossa abiti firmati. Insomma, conosce e sembra ben padroneggiare i codici della moda e del privilegio.
Ma le crepe della sua apparente integrazione non tardano a delinearsi, prendendo innanzitutto la forma di un’ossessione maniacale per l’igiene, tra la liturgia della skincare coreana, profumi e dentifrici costosi, oltre a una meticolosissima pulizia della casa e dell’aula in cui lavora. «Ormai l’igiene era diventata per me una scienza, con tanto di tassonomia», dice la protagonista senza mezzi termini. E quale città migliore della Grande Mela in cui metterla in pratica? A New York, d’altronde, la sporcizia è ovunque: si arrampica sui muri come un’edera, si insinua negli angoli, onnipresente e irriducibile. Ma la pulizia non sfocia mai in purificazione, resta un vano tentativo di controllo che non si compie mai nella catarsi. E che diventa, invece, uno strumento di emancipazione sociale: «Com’è che i poveri sono sporchi e i ricchi puliti?».
Sogno americano
Capitale del sogno americano e simbolo di ogni aspirazione occidentale, New York è una gabbia dorata che le ha offerto lo stile di vita che desiderava, ma al tempo stesso la respinge. E mentre tentare di mettere radici negli Stati Uniti appare un’impresa destinata al fallimento – «nella mia famiglia l’America è stata allo stesso tempo la chiave di tutto e la maledizione» – anche la patria le è ormai estranea, relegata nel territorio paludoso della memoria.
Attorno a questa frattura che si fa sempre più profonda, Zaher costruisce un romanzo – che le è valso anche il Dylan Thomas Prize 2025 – dai toni grotteschi e iperbolici, con una protagonista tutt’altro che compiacente: bugiarda, egoriferita, attratta dal glamour come una gazza ladra. Difficile, insomma, da sovrapporre all’immagine convenzionale di una migrante che ha abbandonato il proprio Paese (ma del resto, quale Paese? «Noi un Paese non ce l’avevamo», dirà a un certo punto, con il suo cupo cinismo) e che esigerebbe di essere rappresentata nel segno della purezza morale o addirittura del vittimismo.
Se la mente della protagonista è lo sfondo elettivo del romanzo, a scuotere l’intreccio compare a un certo punto Trench, un senzatetto con cui fa amicizia (e che indossa, come il suo soprannome suggerisce, un Burberry recuperato da un cassonetto) e da cui si lascia coinvolgere in un traffico internazionale di Birkin da fare «approdare nelle mani curatissime di donne con molti soldi e zero classe». L’oggetto forse più simbolicamente potente del lusso contemporaneo diventa così il centro di una ribellione a dir poco paradossale: provare a sabotare il capitalismo dall’interno, usando i suoi stessi mezzi e appropriandosi di uno dei suoi feticci meglio congegnati.
Una ragazza a metà
Intanto, nel tentativo di recuperare il controllo sulla sua vita ormai alla deriva, la sua idea di purezza diventa sempre più feroce e il suo senso di sradicamento sempre più irreparabile. In questo senso, La moneta si inserisce di diritto nella genealogia dei romanzi sulle “insane women”, dal capostipite vittoriano Jane Eyre di Charlotte Brontë al Millennial Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh, opere in cui le ossessioni di giovani donne diventano una lente d’ingrandimento sulle contraddizioni della società tutta prima ancora che sulle fragilità individuali. Protagoniste giovani, belle, socialmente performative, ma anche e forse proprio per questo nevrotiche, arrabbiate, fuori asse: le cosiddette “sad hot girls”, così chiamiamo oggi questo canone che annovera anche, tra le tante autrici che vi sono entrate più o meno volontariamente, Emma Cline, Mona Awad, Sally Rooney, e a ritroso forse persino Sylvia Plath, che triste lo è stata più di tutte. In Zaher, però, la combinazione di privilegio e precarietà esistenziale si intreccia con quella etnica e di classe, seguendo una parabola di iniziale adozione entusiasta e poi di negazione della cultura d’arrivo che mi ha ricordato Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid, in cui l’attrazione per l’America e il suo rifiuto diventano indissolubili facce di una stessa medaglia.
Tutto il romanzo si muove in questo spazio di contraddizioni: pulizia e sporcizia, privilegio e sradicamento, appartenenza e alienazione. La protagonista stessa è incastrata in questa impasse, tra il desiderio di parvenir e il richiamo delle origini. «Non avevo il coraggio di andare in un posto che avesse bisogni disperati. Desideravo un certo tenore di vita. Ci tenevo a essere buona e generosa, ma avevo anche un’idea precisa di me stessa, di come la mia vita avrebbe dovuto apparire».
A incarnare questa dissonanza, la moneta del titolo: uno shekel che la personaggia ha ingoiato da bambina e che è convinta di non avere mai espulso, come un arto fantasma di cui sente ancora il tintinnare nel fondo dello stomaco. E che diventa l’interlocutore privilegiato del suo monologo interiore, ma anche un centro di gravità permanente, un contrappeso che la tiene in equilibrio. Silente per oltre vent’anni, «la moneta era riemersa proprio a New York e sarebbe rimasta lì, fino alla mia morte e anche molto oltre».
Il romanzo procede in crescendo fino a compiersi in un finale che è insieme perfettamente logico e irrazionale – il ritorno alla “patria biblica” attraverso un delirante restyling del proprio appartamento – in un climax inevitabile e assurdo che trova, a dispetto delle attese, una pacificazione. Frivolezza e patimento, glamour e violenza, sangue e lindore, satira e malinconia: i contrasti ora coesistono. E intanto la Birkin resta lì, sepolta in un caos di terra ed erbacce, ancora seduttiva, magnetica, potentissima, come la luce verde di Gatsby. Il richiamo del sogno americano che promette appartenenza, ma finisce per prendere la forma dell’esilio.
