Arriverà nella sale cinematografiche italiane il 15 gennaio 2026, dopo aver raccolto il plauso della critica alla Mostra del cinema di Venezia.
C’è chi guarda i film di Sorrentino nonostante le sorrentinate, e chi li guarda solo per quelle. Io appartengo alla prima categoria, ma li guardo sempre con uno che appartiene alla seconda, ecco perché continuo a vederli, e dopo perfino a scriverne.
Ma al netto del solito circo – i cani robot della polizia che zampettano per la capitale, i palazzi del potere romano dove pulsa incongruente il rap di Gué Pequeño, il papa nero coi rasta e il motorino, e quei dialoghi tronfi che dovrebbero fermarsi sempre due battute prima – c’è qualcosa di interessante in questo film che sembra parlare di un Presidente della Repubblica cattolico che deve concedere la grazia a due assassini e firmare la legge sull’eutanasia, e invece secondo me parla d’altro, e cioè della crisi di un certo tipo di mascolinità (o, come vuole ultimamente la vulgata, maschilità) perfino tra chi vive in completo nero e fuma sigarette sul tetto del Quirinale scortato dalla guardia del corpo.
Uomini fragili
A riprova che questo è un racconto sulla fragilità dell’uomo tradizionale, Mariano de Santis-Toni Servillo è trattato dalla figlia, assistente e giurista (Anna Ferzetti) come poco più di un vecchio rottame da manutenere in un mondo che l’ha superato. La donna, che pure lo ama e ha sacrificato tutto per la carriera paterna, gli mette nel piatto solo orate e verdurine come a un vecchio in ospizio, e non perde occasione per ricordargli la sua codardia nella vita sentimentale e la sua ignavia in quella pubblica: il padre è solo il relitto di un passato che si sta inabissando, e per questo lei sa bene che non firmerà mai la legge sull’eutanasia, il cui testo continua a far revisionare per perdere tempo e non prendere posizione. Come faceva in famiglia, come fa nella vita.
Anche l’altra donna del Presidente, la sua storica migliore amica Coco Valori-Milvia Marigliano, una storica dell’arte eccentrica e beffarda, non sembra per nulla impressionata dal suo ruolo pubblico, e lo tratta con sufficienza e brutalità insieme, come fosse ancora il ragazzino sui banchi di scuola. Sappiamo dai suoi monologhi mentali sul tetto che il Presidente è ancora tormentato dall’amore per la moglie morta, ma soprattutto non riesce a superare un tradimento avvenuto quarant’anni prima con non si sa chi (ma sicuramente qualcuno che gli gira ancora attorno chiedendo favori). Capiamo che per tutti questi anni, lui ha pensato di tenere sotto controllo quella ferita con la vecchia tattica maschile del non farci niente, e che invece, ora che è troppo tardi – e un cavallo del Reggimento Corazzieri sta morendo, e la figlia lo insegue dappertutto con le domande di grazia e le bozze della legge per l’eutanasia – lui si rende conto che quella vecchia storia lo sta mangiando.
È uno sporco lavoro e lo devono fare le donne
Se si riguarda il film in questa chiave, lo si scopre pieno di indizi sulla presa in giro del maschio, e della sua fuga emotiva di fronte ai problemi di ogni scala. La moglie mi tradisce, fingiamo di non saperlo e svanirà. Il figlio fuma canne, picchiamolo e facciamo sparire il fumo e passerà tutto. A due terzi del film, due scene, una dopo l’altra, vengono a esplicitare che sono le donne a capire e affrontare tutto per gli uomini (è il famoso emotional labor). De Santis è andato in Piemonte a incontrare uno dei richiedenti grazia. Tutto il Paese ha firmato per lui, tranne una persona: la moglie del sindaco. E se una sola donna, ma molto intelligente, dice che la grazia non va concessa perché l’uxoricida in realtà non amava la moglie malata, che cosa possono sindaci e Capi di Stato contro la sua sentenza?
Nella scena dopo, il Presidente rimane solo a tu per tu col generale Lanfranco Mare. A un certo punto, parte una musica trionfale per strombazzare l’importanza della battuta, come al solito poco naturalista, affidata al generale, che secondo me riassume tutto il film: «Voi giuristi e noi militari abbiamo pensato che il diritto e la disciplina ci avrebbero esautorato dalla fastidiosa incombenza di possedere una sensibilità. Ma non è andata così». Sono gli ultimi giorni della sua carica da Presidente, e De Santis sta per lasciare il Quirinale. Sarà la figlia, se mai lui firmerà, la vera artefice della rivoluzionaria legge sull’eutanasia. Ed è l’amica, Coco Valori, la vera padrona della sua vecchiaia e la custode della sua vita interiore. Gli ha rivelato chi era l’amante della moglie, ma gli ha fatto anche capire che forse non è vero niente, e che deve smetterla di romperle i coglioni.
Con la scrittrice veneta abbiamo parlato di 8.6 gradi di separazione e La paura ferisce come un coltello arrugginito, cioè di Veneto, di alcolismo, di ragazze simpatiche, di fidanzati noiosi e di Ottessa Moshfegh.
