A Knight of the Seven Kingdoms è piaciuta così tanto perché è un Game of Thrones che non si prende troppo sul serio

Il sorprendente successo di questo terzo spin-off della saga dimostra due cose: il pubblico ha ancora voglia di Game of Thrones ma non vuole più saperne di quel Game of Thrones.

24 Febbraio 2026

Qualche settimana fa, alla festa a Roma per il lancio di Hbo Max, un dirigente italiano della piattaforma mi ha chiesto – con aria scettica, in verità – cosa ne pensassi della nuova serie ambientata nell’universo de Il trono di spade. Rassicurata dalla mia risposta abbastanza entusiasta, ha commentato «Eh, ma non piacerà ai fan della serie originale, no?».

È un buon punto di partenza, questo, per raccontare A Knight of the Seven Kingdoms, serie che non so se ho apprezzato di più da spettatrice, perché piacevolissima da vedere, o da giornalista, perché entusiasmante operazione di un gigante dell’intrattenimento che dimostra di aver finalmente imparato dai suoi errori. Non sono nemmeno così convinta che questo spin off, che espande ulteriormente l’universo televisivo di Westeros, non piacerà ai fan della saga letteraria Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Anzi, credo finisca per essere l’adattamento più puntuale, per atmosfere e spirito, della scrittura di George R. R. Martin, andato diluendosi man mano che la serie tv originale si trasformava nel più grande fenomeno televisivo della nostra epoca.

Dunque, perché vale la pena tornare a Westeros per chi se ne era andato, scottato dal finale sconfortante? Perché, pur essendo un prequel ambientato 90 anni prima che iniziasse la vicenda di Jon Snow, Ned Stark e Daenerys Targaryen, questa serie c’entra poco o nulla con quella serie. Non c’è bisogno di video-riassunti, spiegoni, dove eravamo rimasti. Anzi, se i protagonisti avessero dei cognomi meno altisonanti e meno noti, si avrebbe l’impressione di essere davanti a un pro. Qui sta il genio di chi ha puntato sull’adattamento di questa raccolta di tre novelle, pubblicate da Martin alla fine degli anni Novanta, quando cominciava già a dare segni di stanchezza nel proseguire la sua immensa saga fantasy.

Un cavaliere e uno scudiero

Le storie dell’improbabile duo Dunk e Egg – un cavaliere errante, spilungone e ingenuotto, e un giovanissimo scudiero, incredibilmente acuto e saggio – per Martin erano uno svago, una pausa rilassante dalla saga che già all’epoca era diventata il suo lavoro. Laddove l’altro spin-off del Trono di spadeHouse of the Dragon, è appesantito da infinite genealogie, draghi e parrucche, A Knight of the Seven Kingdoms si muove tranquillo entro i confini di una cittadella in cui si sta tenendo una giostra. Qui arriva Ser Duncan l’Alto, fresco di cavalierato, che si trova suo malgrado invischiato nelle beghe nobiliari tra i Targaryen e tutta una serie di casate minori.

Sembra un’appendice a uno dei cicli arturiani, una particolarmente arguta, tra l’altro. Arguzia che si nota già nella prima scena, che si apre proprio con uno sfottò alla serie originale, a Game of Thrones. Prima scena: Dunk (Peter Claffey) guarda verso l’orizzonte con sguardo fiero mentre in sottofondo si sentono le prime note della sigla de Il trono di spade. Stacco. Il nostro protagonista è dietro un albero, piegato da una scarica di diarrea. È un po’ crasso (a quanto pare Slow Horses ha fatto scuola) ma soprattutto è terreno, gioviale, popolano, come lo sono i romanzi di Martin al loro meglio. La trama è tutta lì: Duncan è appena diventato cavaliere, ha appena seppellito il suo amato mentore. È il più umile dei cavalieri, senza una vera armatura, senza una tenda a coprirlo, senza un casato a finanziarlo. Arriva nella città più vicina: lui e la serie si fermano lì, seguendo da vicino la giostra, che è un po’ una fiera di paese, un po’ un’operazione propagandistica del signorotto locale, un po’ la scusa per piazzare profezie, inimicizie e tanti, tantissimi duelli tra cavalieri.

Westeros, in piccolo

Si mangia molto – finalmente l’attenzione di Martin per i menù medioevali trova spazio – si beve ancor di più, si danza, si gioca, si fanno figuracce e si risolvono beghe politiche. E una dimensione quotidiana e umile di Westeros. Non ci sono draghi o magia, epiche battaglie o regni (gli intrighi non mancano, invece). Dal punto di vista produttivo è una mossa geniale: per animare i suoi draghi e le sue battaglie per pochi minuti, House of the Dragon deve riempire episodi ed episodi di pettegolezzi di corte, con parrucconi e costumoni non proprio entusiasmanti. Senza draghi ed effetti speciali costosi, senza nemmeno dover costruire troppi set elaborati, A Knight of the Seven Kingdoms si può pagare costumi strepitosi (aspettate di vedere le armature), parrucche decenti e vendicare l’onore dell’intero franchise investendo gran parte del suo budget nelle giostre.

Il primo incrociar di lance tra cavalieri, in particolare, sembra quasi girato in sprezzo del finale de Il trono di spade, passato alla storia perché così buio da spingere milioni di spettatori ad armeggiare con le impostazioni dei televisori nel disperato tentativo di vedere che diavolo stesse succedendo sullo schermo. La prima di molte giostre entusiasmanti e girate efficacemente si svolge sul far della sera, illuminata solo dalle torce. È buio, ma si vede tutto benissimo ed è un gran vedere. È uno scontro crudo, dinamico, adrenalinico, coreografato benissimo. Non avendo bisogno di giovani piacenti ma ancora alla ricerca di una quadra recitativa (con l’eccezione di dell’undicenne Dexter Sol Ansell, che è un’autentica rivelazione), A Knight of the Seven Kingdoms punta su un cast di adulti piacenti che sono anche caratteristi di pregio e lunga esperienza. Volti poco noti che sprizzano talento e sex appeal, inframezzati a popolani, prostitute e locandiere con le facce sciupate, sudate, rugose il giusto. È materico, sporco, vivo.

Il drago di cartapesta

A Knight of the Seven Kingdoms si guarda con piacere perché azzecca tutti i protagonisti e lo showrunner Ira Parker è così innamorato della sua creatura da dare a ogni personaggio uno spessore, aiutato dal fatto che il materiale di partenza è talmente breve da lasciare spazio anche ai comprimari. Sei episodi “veloci” (almeno per gli standard della tv contemporanea), mai sopra i cinquanta minuti, in cui è facile entrare e soprattutto restare. A Knight of the Seven Kingdoms ha una singola, semplice idea che reitera continuamente e che lo rende acuto, persino pungente. Ovvero quella che tra le prostitute che aspettano il loro turno fuori dalla tenda del signore e i cavalieri pronti a sfidarsi per quisquilie cavalleresche non c’è poi tutta questa differenza. La storia si regge su questa frizione tra ideale cavalleresco e sporcizia politica, accanendosi sulla miseria dei nobili e ricchi abituati a valutare la vita e i corpi altrui come una merce di scambio.

Dopo il successo sorprendente di The Pitt, Hbo ha imparato un’importantissima lezione: produrre meno ma produrre meglio, produrre ciò che è ben scritto e ben diretto un modello sostenibile e funzionante. Anche in ambito fantasy è da preferirsi alle gargatuesche serie che hanno dominato lo scorso decennio. L’importante è dare al pubblico una storia appassionante, non importa quanto “ristretta”. Va bene anche un drago di cartapesta, se la compagnia di attori girovaghi che lo muove sa raccontare la sua storia.

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