Il film di Kleber Mendonça Filho, che ha già trionfato a Cannes e ai Golden Globe, è candidato a quattro Oscar. Ma al di là dei premi, merita di essere visto per il modo in cui tratta uno dei temi più delicati e fondamentali che ci siano: la memoria storica.
Philadelphia è stata raccontata in tutti i modi possibili: la città proletaria di Rocky, quella consumata della piaga dell’AIDS nei tribunali di Philadelphia, storie di strade operaie, di periferie, del sogno americano che si incrina. Ma la Philadelphia che Jonathan Lyndon Chase porta da Giò Marconi non ha nulla di epico né di giudiziario. È una città interiore, una città che respira piano. Una città fatta di soggiorni, camere da letto, cucine e bagni dove la vita accade senza bisogno di spiegarsi.
Keep thinking nobody does it like you here comes the sunset è un titolo che suona come una frase sussurrata all’orecchio. E in effetti la mostra ha il tono di una confidenza, Chase suddivide il piano terra della galleria in una sequenza di ambienti domestici: spazi interni privati che ricostruiscono una casa vissuta. Non un set, ma un organismo, le pareti si scuriscono, si colorano, si restringono, il white cube viene piegato e costretto a seguire le curve dei corpi che lo abitano. Nel lavoro di Chase la vita quotidiana diventa riferimento, ed è da lì che parte nella costruzione dei suoi mondi. Il suo immaginario visivo si restringe volontariamente a pochi metri quadrati, ma proprio in questa riduzione si espande. La casa diventa non solo archivio ma specchio: crepe, fili scoperti, tubi che gocciolano, soffitti scrostati, tappeti che trattengono storie. Non c’è nulla di immacolato, gli interventi domestici sembrano lasciati a metà, forse per mancanza di tempo, di soldi o di energia. È una casa reale, dove la comunità si costruisce più per necessità che per estetica.
Le figure che popolano questi spazi non sono anticonvenzionali ma vere. Corpi neri, queer segnati dal tempo, da pieghe, cicatrici, imperfezioni. Uomini che non performano una mascolinità tossica né un’idea patinata di desiderio. Chase li spoglia della rigidità quotidiana, enfatizzandone la vulnerabilità. In lui la presenza non è mai solo individuale ma queer, politica e senza bisogno di slogan. Sono frammenti di un racconto corale, persone che cucinano, che leggono, che si appoggiano a un tavolo, che aspettano, che cercano amore.

Jonathan Lyndon Chase, Three lovers, a carpet, full couch and coffee table, 2025
L’intimità che attraversa i suoi lavori non è mai neutra, è presenza, è resistenza. È la rivendicazione di uno spazio – domestico, emotivo, erotico – storicamente negato ai corpi neri queer. Eppure non c’è retorica, le sue figure raramente sono sole: condividono letti, divani, automobili, stanze. La relazione, più che l’individuo, è il nucleo dell’opera. Ci si tiene, ci si guarda, ci si sfiora. La sessualità, quando emerge, è affettuosa, lenta, quasi timida, e più che esibizione è una ricerca di coccole, di un posto sicuro dove poter amare. In questo senso l’erotico non diventa spettacolo ma atmosfera, un gesto trattenuto, una posa che sfida la leggibilità immediata e rifiuta di tradurre l’esperienza in qualcosa di rassicurante o performativo per uno sguardo esterno.
Il corpo come archivio è una formula abusata, buona per ogni comunicato stampa. Qui però torna a significare qualcosa. Perché la casa stessa si modella sui corpi che la abitano: li contiene, li amplifica, li protegge. Le stanze sono paesaggi mentali. Il bagno è un luogo di fragilità, la cucina uno spazio di scambio, la camera da letto un territorio di negoziazione tra desiderio e riposo. Ogni ambiente riflette uno stato emotivo e psicologico. La mente e l’anima non sono entità astratte ma superfici pittoriche, colori, oggetti.
I toni scuri e saturi avvolgono le figure come una seconda pelle, mentre improvvisi lampi di rosa, arancione, verde acido o blu elettrico aprono varchi nella narrazione. Ttutto sembra filtrato da un’ora precisa del giorno, forse quella del tramonto evocato nel titolo, quando i contorni si ammorbidiscono e le ombre si allungano. I colori non descrivono soltanto uno spazio, ma lo fanno vibrare, lo rendono poroso, lo trasformano in un cromatismo che non grida, ma avvolge. Ed è forse qui che la mostra trova il suo punto più forte, nella costruzione di una calma che non è evasione ma conquista. In un tempo che chiede performance, velocità, visibilità, Jonathan Lyndon Chase mette in scena una quotidianità che rallenta, che si concede il lusso della tenerezza. La comunità che immagina non è utopica né eroica, è fatta di una ricerca di equilibrio, di riposo, di amore queer vissuto senza spettacolarizzazione. Come se il vero gesto radicale fosse permettersi di abitare il mondo con dolcezza.


Il film di Kleber Mendonça Filho, che ha già trionfato a Cannes e ai Golden Globe, è candidato a quattro Oscar. Ma al di là dei premi, merita di essere visto per il modo in cui tratta uno dei temi più delicati e fondamentali che ci siano: la memoria storica.
Ad annunciarlo sono stati gli attori e le attrici del film, con una dichiarazione congiunta pubblicata sui loro profili social.
