I libri del mese

Cosa abbiamo letto a giugno in redazione.

30 Giugno 2026

Beatriz Serrano, Lo scontento (Einaudi)
Traduzione di Federica Niola

Era il 2013 quando il mai abbastanza compianto David Graeber per la prima volta parlava di Bullshit Jobs, bibbia della cultura creativa contemporanea: lavori completamente inutili e con effetti devastante sul benessere mentale di chi li fa. Una grande fetta dei “bullshit jobs” coincide con il grande termine-ombrello “consulenza”. Tra questi ci sono i cosiddetti “Middle manager”: è esattamente questo il lavoro di Marisa, la protagonista di Lo scontento di Beatriz Serrano. Sarebbe difficile spiegare a mia nonna cosa fa Marisa: coordina un team di creativi ed esperti di marketing in un’agenzia pubblicitaria (o creativa) a Madrid, il suo lavoro le fa schifo, e cerca di farlo per pochissime ore al giorno. È molto facile, al contrario, identificarsi in Marisa, ed è per questo che Lo scontento è un libro importante da leggere, da far leggere, da declamare ad alta voce. È una denuncia, in un certo senso: di quanto questi “jobs” siano frutto di una “bullshit economy” di cui è impossibile, oramai, trovare il bandolo, figuriamoci un senso che non sia “è così che funziona”. Enormi budget di marketing bruciati in campagne fallimentari, clienti che non capiscono, creativi che se ne approfittano, una vita contro ogni principio di felicità. Marisa si mostra al lettore in tutto il su cinismo, la sua tristezza, ma anche con un’umorismo gestito alla perfezione da Serrano. Leggendola, pagina dopo pagina, le augureresti una carriola di Nembutal, di sprofondare in un meritato anno di riposo e oblio. Invece, dopo un retreat aziendale di dubbio gusto, la maschera di Marissa cadrà, mostrando l’unica soluzione possibile, liberatoria come il finale della Waste Land di Eliot: Shantih, shantih, shantih. (Davide Coppo)

Bruce Holsinger, Colpevolezza (Edizioni E/O)
Traduzione di Dario Diofebi

C’è un modo facile facile di capire quand’è che lo sviluppo tecnologico ha superato il limite di velocità ed è osservare quanta fatica fa la letteratura a tenere il passo. Esce un libro che racconta una versione del nostro mondo in cui una nuova tecnologia sta facendo danni gravissimi, sta strappando il tessuto della società, sta modificando la composizione stessa dell’essere umano. Questo libro esce e viene letto e chi lo legge arriva alla fine e si chiede: embè? Nel tempo che ci è voluto a finire di leggere il libro, lo sviluppo tecnologico ha già prodotto nuovi incubi, tali e tanti, così reali e così terribili, che quelli vecchi sembrano nati dalla fifa di un bambino che ancora bagna il letto la notte. Questa è esattamente la sensazione che si prova alla fine di Colpevolezza, un libro che lascia intravedere il terribile futuro che ci aspetta, al di là del confine sempre più labile che separa l’arbitrio umano dall’automatismo algoritmico. Non c’è il mondo conquistato dalle macchine, nel futuro scritto da Holsinger. Gli esseri umani sono sempre al potere, ma la proliferazione dell’AI consente di realizzare finalmente il sogno antico dell’umanità: quello di essere affrancata dalle conseguenze delle sue azioni, dalla condanna, dalla morale. Libera, in ultima istanza, dall’errore e dalla morale. L’AI è utile soprattutto nella misura in cui se sbaglia, quando sbaglia, lo fa al posto nostro: se una macchina ordina a un’altra macchina di bombardare una scuola scambiandola per un obiettivo militare, di quale macchina è la colpa? La pena è la rottamazione? Lo sfasciacarrozze? Dovrebbe essere un libro terribile, Colpevolezza. Terribile perché predittivo, perché racconta una storia inevitabile: gli esseri umani hanno inventato la macchina che li assolverà. E invece, alla fine della lettura, si avverte solo una certa delusione. Basta dare un’occhiata veloce al telefono per capire che il mondo di Holsinger è sbagliato, la sua predizione troppo ottimistica, già irrealizzabile. Lo sviluppo tecnologico ha generato un mondo peggiore nel tempo che ci vuole a leggere un libro. (Francesco Gerardi)

Valeria Luiselli, Principio metà fine (Einaudi)
Traduzione di Tommaso Pincio

Principio metà fine non è solo il racconto, avvolto nella cenere spinta dall’Etna, di un’avventura intrapresa da una madre e una figlia alla ricerca del passato e, contemporaneamente, dall’eventualità di un futuro diverso, ma è anche un meta-libro, che parla della complicata gestazione di un’opera scritta. Come si immagina una storia; come dovrebbe essere vissuto il rapporto con la scrittura, se estrattivo e utilitaristico o come esercizio di pazienza e attesa; se dobbiamo aspettarci risposte inappellabili o non è forse più interessante offrire domande, capaci di spaccare in due le certezze, e permetterci di vedere, attraverso quella fessura, uno scenario nuovo. Il finale rimane aperto, le possibilità sono molteplici, e le uniche risposte risiedono nel mar Mediterraneo, dove dall’epoca dei miti greci la gente naviga, migrando, cercando la speranza di un’alternativa. (Giuliana Matarrese)

Adèle Yon, Il mio vero nome è Elisabeth (Neri Pozza)
Traduzione dal francese di Sonia Folin

Tutto comincia con un uomo che si toglie la vita lanciandosi da un palazzo a Parigi. Lascia una lettera in cui confessa una premeditazione lunga cinquant’anni e indica dove trovare le chiavi di un’auto. Nel portabagagli ci sono cinque libri e una fototessera che ritrae una donna anziana, con lo sguardo assente e due cicatrici tonde sulle tempie. Quella donna è Betsy, sua madre ed è la bisnonna della scrittrice Adèle Yon, morta prima che lei nascesse. In famiglia, una rispettabile realtà cattolica, di Betsy si è sempre parlato pochissimo e in maniera sprezzante, distante, invalidante. Dal libro: “Allora, pare che tu stia facendo ricerche su Betsy? Non diranno mai: sulla mamma, su mia nonna, su mia sorella. Diranno sempre: su Betsy.” Tutto il racconto si basa proprio sulla figura nebulosa di Betsy e sulla ricerca della sua reale identità. È un’indagine trainata dai ricordi frammentati dell’autrice, che da sempre si sente ripetere quelle poche parole usate per descriverla: era malata, era lobotomizzata, aveva avuto sei gravidanze, era lontana ma tornava sempre d’estate, urlava ed era triste. Il centro del libro è tutto nel racconto di una nipote che cerca la verità tra i silenzi e i sospetti dei parenti. Adèle Yon mette insieme i pezzi di questo puzzle con uno stile immediato e serrato, con una struttura a montaggio alternato che ricorda la sua formazione cinematografica. Il testo corre su due binari precisi, da un lato il presente delle sue ricerche fatte di interviste registrate e viaggi negli archivi, dall’altro la corrispondenza bellica del 1940 tra Betsy e il marito André e la freddezza burocratica dei registri psichiatrici degli anni 50′. Attraverso i fascicoli clinici e i referti medici emerge una realtà agghiacciante sulla malattia mentale e sulla sua pessima gestione dell’epoca. Il risultato è un’opera densa, viscerale e a tratti ossessiva, che è insieme memoir familiare e manifesto femminista, capace di far emergere la brutalità del controllo maschile e patriarcale sul corpo e sulla mente delle donne. Il mio vero nome è Elisabeth rompe un muro di silenzio durato settant’anni e restituisce finalmente dignità e voce a una donna che era stata trasformata per troppo tempo in un segreto impronunciabile. (Ritamorena Zotti)

Niccolò Ammaniti, Il custode (Einaudi)
In molti hanno gridato al ritorno di un certo Ammaniti vecchia scuola, quello pulp e irriverente dei tempi di Fango, ma Il custode è qualcosa di più obliquo: un oggetto letterario teso tra il romanzo di formazione, il mito e il grottesco. Tutto si consuma a Triscina, una periferia surreale fatta di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia. È qui che si muove la famiglia Vasciaveo. Ed è qui che il piccolo Nilo, figlio di Agata, riceve un incarico bizzarro: sorvegliare “la cosa nel bagno”. Il mostro mitologico, la paura ancestrale, viene così confinato e ridotto tra le piastrelle e gli scarichi di un cesso di periferia. Il magnetismo del libro sta in questo cortocircuito: un dialogo tra un mondo arcaico – fatto di greco antico e leggende – e la nostra asfittica quotidianità, dove Ammaniti fa muovere i suoi personaggi tra social network, programmi televisivi e i detriti della cultura pop contemporanea. Un contrasto che forse è meno feroce di quanto ci si aspetta ma che lascia comunque addosso una strana inquietudine. (Valentina Ardia)

Tristan Gooley, Leggere l’acqua (Altrecose)
Traduzione di Sara Barbera e Sharon L. Wood

Con questo caldo che imperversa, Leggere l’acqua di Tristan Gooley è il libro perfetto per viaggiare in una dimensione che restituisce alla mente quella pace e calma che spesso si perdono quando le temperature si alzano, ponendo allo stesso tempo nuove domande e offrendo inaspettate risposte. Le premesse sono semplici: parlare dell’acqua e di tutto, ma proprio tutto, ciò che la circonda, la sovrasta, l’attraversa, la fa scorrere, la filtra, vi vive e vi sopravvive. Gooley è un osservatore formidabile e in questo libro affronta minuziosamente tutti gli aspetti di un elemento troppo spesso dato per scontato. Dalle gocce di pioggia alle pozzanghere (c’è un capitolo interessantissimo interamente dedicato a queste formazioni), fino all’oceano, passando per i laghi, le falde acquifere e i terreni che le circondano, in questo diario di osservazione, scienza e curiosità ci si lancia in argomenti arcinoti e sconosciuti con la stessa facilità con cui si ascoltano le fiabe. Ciò che resta a fine volume non è solo la certezza di aver imparato nozioni interessanti e utili, ma la velata consapevolezza che anche dietro agli elementi più quotidiani si celi un mondo mai esplorato come si dovrebbe. È un sentimento che può spaventare, Gooley ci sprona ad abbracciarlo e intenderlo come punto di partenza. (Alberto Biondi)

Oltre a quella di Nolan, quest’anno uscirà anche un’altra Odissea: un audiolibro lungo 13 ore narrato dalla voce di Michael Caine clonata con l’AI

L'ha fatto l'azienda AI ElevenLabs e sì, Michael Caine ha dato il consenso a clonare la sua voce e no, l'audiolibro non c'entra niente con il film.

Wired Italia dall’inizio alla fine

Il 20 giugno è uscito l'ultimo numero della rivista cartacea, oggi il sito smette di essere aggiornato. Abbiamo parlato con le persone che hanno diretto Wired in questi 17 anni, per raccontarne la storia e l'eredità.