Wired Italia dall’inizio alla fine

Il 20 giugno è uscito l'ultimo numero della rivista cartacea, oggi il sito smette di essere aggiornato. Abbiamo parlato con le persone che hanno diretto Wired in questi 17 anni, per raccontarne la storia e l'eredità.

30 Giugno 2026

Il 16 aprile, quindi più di due mesi fa, l’amministratore delegato di Condé Nast, Roger Lynch, ha pubblicato una nota in cui annunciava la chiusura di Wired Italia. Il motivo: la testata avrebbe rappresentato poco più dell’1% del fatturato totale del gruppo e non sarebbe cresciuta come le altre edizioni di Wired nel resto del mondo. La notizia è stata accolta sia dallo stupore che dallo sdegno dei lettori e degli addetti ai lavori: prima di allora, non c’era stata alcuna avvisaglia di una decisione del genere, né tantomeno c’erano state delle comunicazioni interne. Il giorno successivo, il 17 aprile, su Change.org è stata lanciata una petizione per, citiamo, “salvare Wired Italia”. Fino a ora sono state raccolte 12.376 firme (dato aggiornato al 28 giugno, ndr), ma da parte dell’editore americano non c’è stata alcuna risposta. È importante, a questo punto, provare a ripercorrere la storia di Wired Italia: dalla sua apertura nel 2009, circa diciassette anni fa, al suo ultimo numero. Abbiamo raccolto le voci dei giornalisti che lo hanno diretto e di chi ci ha lavorato fino alla fine, mettendo insieme il magazine che trovate ora in edicola, dedicato ai leader del futuro, e curando il sito.

Stefano Priolo, il responsabile della rivista, ha lavorato a Wired Italia dall’inizio. Dice che la notizia della chiusura è arrivata «come un fulmine a ciel sereno»: «Nessuno di noi aveva immaginato una cosa del genere. Innanzitutto perché non c’erano i presupposti. Secondo l’amministratore delegato di Condé Nast, rappresentiamo poco più dell’1% del fatturato totale del gruppo: ma quante altre testate rappresentano l’1% o meno del fatturato totale? Nel nostro piccolo, non eravamo certo in una situazione disastrosa. Il sito andava bene, era in crescita. E sfido chiunque a trovare un giornale che vende le stesse copie dal 2016: per carità, parliamo di un numero limitato, ma è un numero che è rimasto costante nel tempo».

L’ultima rivista cartacea di Wired era stata progettata tempo fa. Quando è arrivato l’annuncio della chiusura, è stata rielaborata solo in parte, sostituendo alcuni contenuti con altri. Parliamo del numero 117. «All’inizio ci siamo proprio fermati, perché pensavamo che non sarebbe più uscito», dice Priolo. «Poi, invece, ci hanno detto di procedere. E a quel punto abbiamo ricontattato i collaboratori e abbiamo mantenuto il core, diciamo così, del numero: i leader del futuro. Al posto dei pezzi tradotti o più di attualità, abbiamo deciso di inserire alcuni omaggi a Wired Italia: due storie a fumetti, il racconto dei premi che abbiamo vinto; l’intervista all’autore della copertina».

Quella della chiusura di Wired, sottolinea Priolo, è una decisione che arriva dagli Stati Uniti e non c’è stato alcun margine di trattative per l’editore italiano. «Secondo me, nessuno avrebbe voluto chiudere Wired. Tutti hanno manifestato sorpresa e solidarietà, qui in Italia. È stata una scelta arbitraria, presa negli Stati Uniti. E non so minimamente contestualizzarla o spiegarla». Priolo, come dicevamo, è a Wired dal primo giorno. E, più precisamente, dal primo numero della rivista cartacea. «Ho potuto seguire l’evoluzione del giornale», racconta. «Parliamo di una testata che è cambiata tantissimo e che è sempre stata piuttosto unica all’interno del panorama italiano». Wired Italia, spiega Priolo, ha «anticipato un sacco di cose»: «Quando è nata, era una rivista mensile ricchissima, contraddistinta da una grafica rivoluzionaria e piena di articoli di tutti i tipi, che affrontavano temi differenti». Nel corso degli anni c’è stata una sorta di trasformazione. Prima c’è stato l’avvicendamento di diversi direttori, poi sono state sviluppate nuove iniziative, come il Wired Next Fest, un evento che ha sempre messo al centro l’idea di innovazione, ospitando esperti, addetti ai lavori e personaggi dello spettacolo e della cultura. Infine sono arrivati i video e i podcast, e il magazine ha cambiato faccia: è diventato un trimestrale.

«La chiusura di Wired mi lascia una grande tristezza e un vuoto, che secondo me coinvolge l’intero settore», dice Priolo. «Non so dire, ora, se qualcuno riuscirà a colmarlo. Mi è sempre piaciuto questo giornale. Ed è anche il motivo per cui sono rimasto. Era bello scrivere i grandi pezzi all’inizio, viaggiando per il mondo, in America. Ma è stato bello anche dopo, lavorando al sito. L’ultimo magazine, nella sua forma, è stato un esperimento molto interessante, quasi un monografico dedicato a temi importanti, attuali, ma declinati secondo la linea editoriale di Wired». In Italia, conclude Priolo, ci sono tanti giornalisti bravi, quello che manca sono gli editori e le risorse: «L’obiettivo dovrebbe essere, come cercavamo di fare noi a Wired, anticipare i tempi, non lasciarsi travolgere dall’attualità. Bisogna approfondire, specie in un momento come questo, in cui chiunque può usare il suo telefonino per raggiungere un pubblico. Il tema è riuscire a mantenere autorevolezza e credibilità. Il modo in cui lo fai dipende dal sistema in cui ti muovi».

Facciamo un passo indietro. Il primo direttore di Wired Italia è stato Riccardo Luna, ed è a lui che si devono tanti degli aspetti del giornale. È stato Luna, infatti, a intuire l’importanza di raccogliere una comunità intorno alla testata, prima ancora di pensare a come strutturare la rivista cartacea. Ed è stato sempre Luna a coinvolgere nomi autorevoli, che in qualche modo hanno rappresentato l’innovazione in Italia. Il suo mandato è durato per due anni: dal 2009, con la fondazione del giornale, al 2011. Subito di lui, è stato nominato Carlo Antonelli, che ha rivoluzionato ulteriormente la testata, dandogli un taglio più pop e generalista. «Wired Italia è sempre stato una scommessa», dice Antonelli. «Fin dal primo momento, è stata un’idea abbastanza bislacca, che poi però ha funzionato. Io sono stato coinvolto da Carlo Verdelli nonostante non sapessi nulla, o quasi nulla, di tecnologia».

Wired Italia è arrivato in un periodo particolare, per certi versi abbastanza straordinario. «All’epoca l’amministratore delegato di Condé Nast era Giampaolo Grandi, che si era rivelato essere una superstar dell’editoria. L’idea di trasformare Vanity Fair in un settimanale è stata sua, un’idea che molti avevano considerato una follia, ma a cui i numeri hanno dato ragione: Vanity Fair era diventata la rivista più venduta del gruppo. È stato a quel punto che è nata l’intuizione di creare Wired qui: non c’erano altre testate da lanciare, e Wired era l’ultimo brand rimasto. C’è da dire una cosa, però. Wired era presente solo negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove l’idea di tecnologia e quella di innovazione erano profondamente radicate. In Italia aveva poco senso. E poi questa decisione è nata anche da una visione quasi da film, tra Una poltrona per due e Succession».

Secondo Antonelli, Wired è nata come una scommessa tra gentiluomini: se ce l’abbiamo fatta a fare Vanity Fair in questo modo, come settimanale, allora sarà possibile lanciare anche una testata verticale come Wired. «Era evidente che non avesse una portata economica possibile, e anche la giustificazione attuale della sua chiusura, che valeva poco più dell’1% del fatturato totale del gruppo, è ridicola». Perché? «Perché è sempre stata questa la situazione». Il punto, continua Antonelli, è un altro: «È non essere riusciti a costruire un moltiplicatore interno ed è la qualità del lavoro. La rivista era stata affidata a Riccardo Luna, che fece molto bene; chiamò da Rolling Stone Davide Moretti, l’art director, che anni dopo andò a lavorare per il Wired americano. Da un punto di vista puramente cartotecnico Wired era magnifica». Però? «Però c’era un problema: Riccardo fece un gran lavoro su quella che poteva essere l’innovazione in Italia da un punto di vista più tecnico, e coinvolse nomi interessanti, di primo piano. Capì perfettamente come si posizionava Wired in questo paese». Antonelli venne chiamato successivamente.

All’inizio, dice Antonelli, è stato difficile trovare il proprio spazio all’interno di un giornale come Wired. «Dopo anni in cui sono stato in stanze dove ero uno di quelli che ne sapevano di più, all’improvviso mi ritrovavo in una stanza dove ne sapevo chiaramente di meno. Era molto difficile, per me, dire che cosa battezzare. Quello che ho provato a fare è stato riprendere un’idea, e cioè quella di costruire Wired un po’ come se fosse il Rolling Stone degli anni Novanta, una rivista che conoscevo bene. Avevo notato che c’erano delle cose sbagliate. Innanzitutto ho provato a sostituire la parola tecnologia con la parola innovazione. Così facendo, si è aperto il mercato pubblicitario. Innovazione la facevano, o la volevano fare, tutti. Dopo lunghe interlocuzioni, è entrata la moda. Provai a puntare a un altro lettorato, uno diverso dai nerd. E per questo finii al centro di diverse shitstorm sui social. Non vedevo Wired come un giornale di nicchia; lo vedevo come un giornale popolare, che si occupava di quello che interessava a tutti».

In America, continua Antonelli, non avevano capito il potenziale dei volti della Silicon Valley: «Erano rockstar vere, e non erano mai finite in copertina. Continuavano a battere sempre sullo stesso argomento: l’innovazione per il gusto dell’innovazione, una cosa completamente fine a sé stessa». Per quanto riguarda Wired Italia, dice, ci sono state due svolte. «La prima è stata la copertina con Steve Jobs, che ha coinciso con la sua morte: è andata in ristampa tre volte. La seconda, invece, è stato il Fest, l’evento dal vivo. Con il tempo, forse, si è persa questa capacità di gioco con i vari argomenti. E con il taglio degli investimenti, è diventato sempre più difficile rimanere rilevanti. Oggi ci sono degli account su Substack, completamente autonomi, che hanno un seguito enorme». La chiusura di Wired, conclude Antonelli, «non è una notizia di lutto»: «È la notizia di qualcosa che, forse, non sarebbe mai dovuto avvenire. Quando c’è stato, però, ha avuto successo. E ha avuto successo soprattutto quando ha capito di non dover indagare la tecnologia ma l’evoluzione umana».

Nel luglio del 2013, Carlo Antonelli è stato sostituito da Massimo Russo, oggi direttore editoriale di Hearst Italia. La sua direzione è arrivata in un momento particolare per Wired Italia: quello del consolidamento editoriale e dell’apertura agli eventi dal vivo. «Secondo me, l’intuizione vincente di Wired Italia è stata quella di parlare di digitale in un momento in cui il digitale, e più nello specifico la trasformazione digitale, aveva appena cominciato ad affermarsi come la cultura del nostro tempo: una cultura che, proprio per la sua pervasività, è entrata in collisione prima con il potere economico e poi con il potere politico». Russo si riferisce ai primi anni del Duemila, quando c’è stato lo scoppio della bolla di Internet e tutto sembrava essere «fumo». «In realtà, era fumo solo l’esposizione finanziaria», continua. «Alla fine di quel decennio, Internet era diventato una pratica quotidiana, e con l’uscita dell’iPhone nel 2007 era diventato una pratica ubiqua. Lo scontro che si creò tra tecnologia, politica ed economia diede vita a uno spazio estremamente interessante per il giornalismo e, più in generale, per il racconto e l’esposizione di fenomeni».

Tornando all’esperienza di Wired, Russo ribadisce la capacità del giornale, tra il 2013 e il 2015, di anticipare determinati eventi, anche nella politica nazionale: «Fummo tra i primi a raccontare che cosa che cosa poteva diventare il Movimento 5 Stelle. Prevedemmo i risultati delle elezioni del 2013, sorprendendo noi stessi. Mi ricordo l’inchiesta che facemmo sulle pubblicità fraudolente; mi ricordo l’esplosione di Internet come tema geopolitico e l’intervista che facemmo a Edward Snowden. Con il senno di poi, è evidente quanto queste cose siano diventate importanti e presenti in ogni ambito della nostra vita. Ricordo anche la parte più pop del giornale: il Wired di quel tempo fu uno dei primi giornali a dedicare una copertina a Zerocalcare; stiamo parlando del 2013. E poi portammo 30 mila persone ai Giardini Montanelli, a Milano, per il concerto di Giorgio Moroder. Mandammo Jovanotti a intervistare Daniel Ek, il fondatore di Spotify».

Insomma, sottolinea Russo, all’epoca Wired Italia poteva parlare con chiunque di qualunque cosa. «Potevamo dialogare con gli scienziati del CERN, avere la musica dance, ospitare i nuovi fumettari e la cultura dei disegnetti e avere un confronto con le grandi corporazioni. Quando ho lavorato io a Wired, Condé Nast Italia era un’altra realtà, con un’altra consapevolezza e un’altra struttura. Era sì una multinazionale, ma l’impronta locale era molto forte. Ho avuto la fortuna di essere profondamente libero, e questo perché ci trovavamo in una casa editrice che si occupava di altro, di moda e di lifestyle. Eravamo un po’ una zona franca che non era così centrale per gli equilibri interni e si muoveva in un ambito di cui gli altri non capivano granché. Tutto questo con la copertura di un editore come Giampaolo Grandi, che credeva molto nel prodotto e in giornali che avessero una loro anima, con i limiti e i compromessi che un amministratore delegato deve fare».

Come nel ricordo di Carlo Antonelli, anche nel racconto di Russo Giampaolo Grandi assume un’importanza centrale: «Ti chiamava a Ferragosto e tu andavi nel suo studio, più o meno deserto, e lo trovavi alle prese con il numero zero di un giornale che si era immaginato. È stato l’uomo che ha trasformato Vanity Fair in un fenomeno affidandolo a Carlo Verdelli, che veniva dalla Gazzetta dello Sport. Sono cose di un altro tempo, in cui c’erano persone che avevano una natura imprenditoriale spiccata e un’enorme passione. Giampaolo Grandi fu tra gli editori e tra i finanziatori di Cuore di Michele Serra. Non lo faceva con una mira imprenditoriale: lo faceva perché pensava che potesse essere divertente e utile, e voleva contribuire».

A essere cambiati, dice Russo, sono i tempi. Ed è cambiata di conseguenza anche «l’attitudine della casa editrice verso i propri prodotti e le proprie testate»: «Quando le testate diventano un mezzo per passare unicamente da un punto A a un punto B e l’obiettivo è andare altrove, bisogna cambiare mezzo. Ovviamente c’entrano anche altri elementi, come la crisi che ha travolto l’editoria». La decisione di chiudere Wired Italia, continua Russo, va contestualizzata all’interno dello stesso memo diffuso da Roger Lynch: «È in atto una riorganizzazione globale, e in questa riorganizzazione globale il valore di Wired, che viene identificato con poco più dell’1% del fatturato totale del gruppo, è un valore minimo, irrilevante. Ed è il tratto distintivo di chi prende le sue decisioni basandosi unicamente sul conto economico. Significa che non ha alcun interesse per quello che è il patrimonio immateriale che un giornale come Wired ha acquisito, e anche per l’impatto e la rilevanza nella società. C’è stato un passaggio da una visione in cui il mercato locale aveva un peso e una sua importanza a una visione in cui tutto è accentrato e chiudere o aprire un giornale, in qualunque parte del mondo, è la stessa cosa: non c’è alcuna differenza tra Milano, Bangalore o Kuala Lumpur».

Gli spazi, spiega Russo, tendono a riempirsi. E lo stesso, probabilmente, succederà anche con il vuoto lasciato da Wired Italia. «È da poco scomparsa Carola Frediani, e pensiamo al lavoro straordinario che ha fatto nel corso degli anni, con altre forme e altri soggetti, come Guerre di Rete. È come se tu stessi osservando una mutazione in natura: alcuni animali spariscono e si impongono nuovi soggetti. Soggetti che magari sono più leggeri, meno strutturati, con meno risorse, ma che riescono comunque a fare un ottimo lavoro. Lo spazio che era occupato da Wired, forse, non verrà occupato da un altro giornale come Wired; ma è uno spazio che comunque verrà coperto. Nel tempo sono comparse tante scimmiottature di quel genere di linguaggio. Quello che mi piacerebbe vedere è lo stesso tipo di ambizione anche da parte di soggetti un po’ più forti e grandi. Noi riuscimmo a fare la prima intervista a Gianroberto Casaleggio, perché l’avevamo affidata a Bruce Sterling. Oggi questa cosa, forse, non succederebbe. Wired fu invitato a far parte della commissione che stese la Carta dei Diritti di Internet, sotto la supervisione di Stefano Rodotà. Ora come ora c’è una frammentazione molto più forte, in cui sopravvivono alcuni grandi soggetti e si muovono soggetti più piccoli, come l’eccellente Guerre di Rete».

Il direttore più longevo di Wired Italia è stato Federico Ferrazza, che ha guidato il giornale da giugno 2015 a dicembre 2024. Quasi dieci anni. Oggi Ferrazza è il direttore di Italian Tech e Green and Blue, i verticali del gruppo GEDI dedicati rispettivamente alla tecnologia e all’ambiente. Quando parla del suo periodo a Wired Italia, Ferrazza lo descrive come un «periodo molto bello, di trasformazione, un periodo in cui Wired è stato un grande esperimento per l’Italia, e non solo per i temi che trattava e che dovevano concentrarsi sul mondo che cambiava, ma per il modo in cui abbiamo provato a fare un giornale e a gestire un brand, mettendo insieme tutte le piattaforme possibili, dai social al sito agli eventi». All’inizio della sua direzione, dice Ferrazza, «avevamo carta bianca e abbiamo rifatto Wired. È stato un periodo estremamente divertente e creativo, in cui la redazione mi ha seguito in tutto e per tutto. Ed è andata discretamente bene».

Il digitale, continua, è sempre stato il punto di contatto principale e più costante con la comunità di lettori. Non c’è mai stata una sorta di competizione con il cartaceo. Semmai, c’è stata l’idea di poter costruire qualunque cosa: «A Wired provavamo a valorizzare al massimo lo spazio migliore per parlare di un determinato argomento». E questo è stato possibile anche grazie al rapporto che Ferrazza ha avuto con l’editore, Condé Nast Italia. «Mi hanno sempre dato modo di fare quello che volevo. Dal punto di vista dei contenuti non ci sono mai stati scontri; anzi, forse non ci sono stati nemmeno veri e propri confronti. Editorialmente ero libero: ci siamo occupati di argomenti molto diversi tra di loro nel corso degli anni. Il confronto con l’editore era sul contenitore. E quindi come impacchettiamo queste cose? Sono nati gli eventi ed è nato il giornale come trimestrale. In generale penso che identificare un brand in un solo prodotto sia sbagliato. Wired faceva un periodico, ma non era un periodico. I giornali lavorano con una comunità fatta di lettori, di giornalisti e inserzionisti. E a seconda delle tue necessità e delle persone con cui vuoi dialogare, sviluppi prodotti diversi, efficaci dal punto di vista economico».

Ferrazza ammette di non conoscere i motivi che hanno spinto l’editore americano a prendere la decisione di chiudere Wired Italia. «Quello che posso dire è che il lavoro di Luca Zorloni e del resto della redazione è stato di grande livello, che una decisione simile si può prendere solo se non si ha contezza di quella che è la situazione del mercato italiano e che questa cosa rischia di mettere in difficoltà anche gli altri brand di Condé Nast perché Wired dava modo di dialogare con un certo tipo di inserzionisti. E poi posso dire che è una decisione presa all’interno di una riorganizzazione mondiale, con Condé Nast US al centro e gli altri brand locali che seguono le sue decisioni. In questo caso specifico non c’entra Condé Nast Italia». Wired, dice Ferrazza, «era un unicum per il mercato italiano. Era un generalista che parlava di innovazione, ed è stata una cifra che abbiamo costruito nel tempo. Con i prodotti che vedo oggi non mi sembra possibile replicare un’esperienza del genere. E dico anche un’altra cosa: questa dimensione che Wired aveva assunto in Italia gli americani non l’avevano capita».

Luca Zorloni ha cominciato a lavorare con Wired tra l’aprile e il maggio del 2016, come collaboratore esterno. All’epoca, racconta, si occupava soprattutto di economia. Precedentemente era stato al Giorno. Il suo redattore di riferimento a Wired era Stefano Priolo. Dopo quasi due anni di collaborazione, nel gennaio del 2018, Zorloni è stato assunto ed è entrato in redazione, occupandosi proprio del desk dell’economia. Prima di iniziare il suo percorso in Wired, era stato un lettore e un abbonato del giornale. E gli era capitato di seguire gli eventi dal vivo per altre testate. Nel corso degli anni, racconta, ha potuto seguire l’evoluzione del giornale. Innanzitutto per quella che è stata l’offerta. «Insieme al magazine, c’era il sito; insieme al sito, c’erano gli eventi e altri contenuti, come i video e i podcast. Gli eventi, in particolare, hanno permesso a Wired di rivolgersi a un pubblico che non coincideva solamente con i suoi lettori ma con tutti quelli interessati a un determinato argomento o a un determinato tema». L’altra cosa che Wired ha sempre fatto molto bene, continua Zorloni, «è stata non avere un approccio statico al racconto della tecnologia e dell’innovazione. E non solo per la sua capacità di identificare i temi più importanti e rilevanti, che è una cosa fondamentale per il lavoro giornalistico. Lo ha saputo fare anche utilizzando altri linguaggi, stando attento a quello che succedeva nel resto del mondo».

Zorloni dice che Wired Italia non era in crisi; o almeno, non c’erano problemi così gravi. «Eravamo una testata perfettamente in linea con i progetti in corso, una testata che sapeva fare e che faceva tanto, una testata capace di capire su cosa concentrarsi per stare sul mercato. E questo è merito delle squadre che hanno fatto parte di Wired. Io sono subentrato a Federico Ferrazza, ma determinati percorsi li conoscevo già, visto che facevo parte della redazione». Condé Nast, continua, è un editore internazionale, che si muove su molteplici territori: «Editori del genere prendono decisioni sulla base delle loro disponibilità economiche e dei loro obiettivi. La decisione che ha colpito Wired è stata ovviamente improvvisa e del tutto inaspettata; da quel momento abbiamo cercato di capire come arrivare alla chiusura del giornale, ricordandone e celebrandone la storia». E c’è stata, dice Zorloni, una strana congiuntura: «Stavamo immaginando un numero che celebrasse i leader del futuro. Doveva essere il secondo numero del 2026, e volevamo approfittare degli 80 anni della Repubblica italiana. Volevamo riflettere su cosa eravamo e cosa siamo oggi, e sugli elementi che compongono la società in cui ci troviamo e su quelli che ci piacerebbe ritrovare nella società di domani. Abbiamo pensato di fare delle interviste, e abbiamo individuato alcune voci, tra scienza, innovazione e ricerca, da sentire. Quando questo numero è diventato l’ultimo, ha assunto un peso e un valore ulteriori, perché resta come una nostra lettera al futuro, su cosa scommettere e su quello che merita di essere difeso».

Il sito di Wired termina le sue pubblicazioni oggi, il 30 giugno, «quando si fermeranno tutte le attività editoriali della testata». «Per quello che abbiamo capito», dice Zorloni, «il sito rimarrà online per alcuni mesi. Sarà poi l’editore a decidere che cosa fare, se oscurarlo o mantenerlo attivo senza aggiornarlo o integrandolo sotto qualche altro cappello». Con la chiusura di Wired Italia, continua Zorloni, «si perde una piattaforma capace di aggregare una serie di temi che, all’apparenza, potevano sembrare discordanti e lontani e che in realtà avevano molte cose in comune. Wired Italia ha sempre raccontato la cultura pop, che ha spesso influenzato e alimentato le riflessioni del mondo della tecnologia. Si perde una piattaforma capace di tenere insieme professionisti molto bravi nel loro lavoro di elaborazione, analisi e scouting delle notizie». Che cos’è che non si perde, invece? «Le persone. Il più grande dono che lasciamo è proprio questo pool di saperi e talenti. L’Italia è un paese che, in questi diciassette anni, è cambiato. Siamo passati da un momento in cui l’iPhone era ancora una novità e si parlava pochissimo di AI a una fase in cui è diventato chiaro per tutti che questo tipo di racconto è necessario. Si spegne un microfono, ma le voci restano. Quello che serve, ora, è un nuovo microfono».

È difficile immaginare una situazione unica, con un’unica regia, in grado di sostituire Wired in tutto. Zorloni è sicuro che nasceranno altre realtà, più frammentate, in cui verranno portati avanti determinati discorsi. Da parte sua, non sa ancora che cosa farà in futuro. «Ho scoperto che chiudere le cose, chiuderle per bene, è ancora più difficile che farle partire. Il 17 aprile non abbiamo tirato i remi in barca, ci siamo dati da fare per celebrare la storia di Wired. Specie dopo la petizione che è stata creata online e che ha raccolto quasi 13 mila firme. Ecco, in un momento come questo, in cui c’è una grande sfiducia per i giornali, è una dimostrazione di affetto molto importante. Volevamo fare il lavoro migliore possibile per congedarci. Io penserò a che cosa fare dopo solo dal 1° luglio in poi».

In diciassette anni, Wired Italia è stato in grado di raccogliere una comunità di lettori e di addetti ai lavori sul sito, con la sua rivista cartacea e con gli eventi dal vivo. Ha fatto da prototipo per tante idee diverse. La sua chiusura rappresenta l’ennesimo colpo al cuore del giornalismo e dell’editoria italiana. Come hanno detto Russo e Ferrazza, è evidente che la visione di Condé Nast America si fonda su elementi differenti, soprattutto economici, che non tengono in considerazione né quella che è stata l’esperienza di Wired in Italia né quello che è il patrimonio che un giornale simile lascia. Ci sono state delle copertine che hanno fatto la storia, e non è un’esagerazione. Alcune sono state citate in questo articolo. Wired Italia ha saputo fare da crocevia ad argomenti e temi differenti, tenendo insieme sia la specificità dell’approfondimento sull’innovazione sia una copertura più ampia e, come l’ha definita Antonelli, generalista. È improbabile, ora, la nascita di un nuovo Wired. Ci saranno altre realtà, l’offerta si frammenterà ancora di più, e verranno avanti voci più o meno grandi, più o meno autorevoli, su spazi che, fino a diciassette anni fa, non esistevano nemmeno. È indubbia una cosa, però. Se oggi in Italia si parla di tecnologia, e se ne parla così, il merito è anche, e forse soprattutto, di Wired.

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