Stili di vita | Dal numero

Human Technopole e la Milano del futuro

Nell'area di Expo sta sorgendo un grande polo dell'innovazione con un centro di ricerca interdisciplinare.

di Cristiano de Majo

Tutte le fotografie sono di Mattia Greghi

Nell’estate del 2015 sono stato a Expo come quasi tutti. Ricordo le polemiche e ricordo lo scetticismo, ma soprattutto ricordo il fiume di visitatori che scorreva lungo la strada che attraversava la fiera e le file lunghissime davanti ai padiglioni. Oggi, più di tre anni dopo, cammino per la seconda volta su quella stessa strada in un giorno d’autunno di cielo grigio e pioggerellina ed è straniante, per quanto lo avessi previsto, trovarmi in una città fantasma, in un paesaggio che sembra essere stato abbandonato improvvisamente per l’arrivo di una calamità.

Com’è noto a molti, grandi discussioni hanno preceduto l’inaugurazione di Expo – soprattutto sui soldi spesi e sulla loro utilità – ma parecchie altre ce ne sono state anche dopo. Una volta che era difficile negare il successo della manifestazione e l’innesco di una dinamica virtuosa per la città – tutti hanno finito per riconoscere che l’esposizione ha effettivamente “messo in moto delle energie”, come si dice, riportando Milano al centro dell’attenzione internazionale – il riflesso condizionato e molto italiano della lamentela e del sospetto sono convogliati sul dopo. Che cosa si sarebbe fatto di tutto questo spazio? Si ventilavano ovviamente grandi e spregiudicati affari. Oggi si può dire con una qualche sicurezza che non passeranno vent’anni di gare denunce e processi della magistratura e che quest’area, che prima non esisteva, continuerà a esistere, disattendendo lo stereotipo che vuole la trasformazione del grande evento in cattedrale nel deserto naturale come quella di crisalide in farfalla.

Qui è stata immaginata e sta iniziando a crescere la Milano del futuro, non solo nel senso di una zona di ulteriore sviluppo della città, ma anche nel senso di un’area che si occuperà letteralmente del mondo a venire, un distretto dell’innovazione che prende il nome di Mind (Milan Innovation District). Cioè un parco della scienza e del progresso in cui sorgeranno un nuovo grande ospedale (il Galeazzi), un pezzo di università (il Politecnico), una fondazione legata al terzo settore (Fondazione Triulza), ma soprattutto Human Technopole, che in realtà è sorto e ha già iniziato a lavorare, anche se entrerà a regime nei prossimi anni.

In Essere una macchina, uscito per Adelphi, Mark O’Connell racconta come intorno al mondo, e soprattutto intorno alla comunità di milionari visionari di Silicon Valley, stiano proliferando progetti che si prefiggono di ritardare la morte attraverso l’integrazione con la tecnologia o addirittura puntano al superamento dei limiti del corpo umano; qualcosa che sta a metà tra filosofia, ricerca e persino religione e a cui si può dare riassuntivamente il nome di transumanesimo. La scrittura di O’Connell insiste sul bordo che sta tra l’affascinante possibilità di alcuni di questi progetti e la loro assurdità che sconfina a tratti nella ridicolaggine. Anche se Human Technopole non c’entra molto col transumanesimo, qualcosa in comune ce l’ha ed è l’obiettivo di allungare la vita umana anche se con basi che di fantascientifico non hanno nulla, ma sono solidamente piantate nella ricerca. Come specifica Iain Mattaj, biologo scozzese di fama, già direttore generale dello European Molecular Biology Laboratory di Heidelberg, designato direttore di Human Technopole a febbraio 2018, «il suo obiettivo più ambizioso è il miglioramento della salute e del benessere umano attraverso l’uso delle informazioni che ricaviamo dalla genomica», informazioni che vengono poi fatte ricadere su uno svariato numero di campi, «in definitiva cerchiamo di capire come il dna genomico condiziona la nostra salute a livello individuale, ed è un obiettivo enormemente ambizioso».

Human Technopole sarà diviso in 7 centri di lavoro distribuiti tra 4 edifici contigui, tumori, neurobiologia, cibo, agricoltura e materiali, un po’ come se tutto lo scibile umano venisse versato in un enorme frullato per ottenere la pozione della conoscenza. Incontro Mattaj insieme a Marco Simoni, economista e consigliere per i governi Renzi e Gentiloni, che da maggio è il presidente della Fondazione Human Technopole, a Palazzo Italia. Lo ricordate? È l’edificio di fronte all’Albero della vita, bianco, bucherellato, hi-tech, con le curve, gli squarci e le linee di fuga come si conviene, quello in cui nessuno è mai riuscito a entrare per la troppa fila, indirizzo di residenza delle eccellenze italiane, che doveva farci sognare con gli storytelling del “territorio”. Ecco, lì dentro – e precisamente al quarto piano – si è insediato il primo nucleo di Human Technopole, un manipolo di allungatori della vita umana, che però arriveranno a 1.500 entro il 2024, i cui uffici offrono per ironia della sorte vista panoramica proprio sull’Albero della vita, che da spento trasmette la sensazione di quelle architetture paleofuturistiche dal significato enigmatico che appaiono in certi film di fantascienza, un grande totem di una civiltà aliena.

«Per ora abbiamo messo in piedi», mi dice Mattaj, «il management board, ma adesso siamo in una fase importantissima, quella in cui recluteremo scienziati, sia junior che senior, i capi delle aree scientifiche in cui è suddiviso il progetto, ma è fondamentale a questo punto assumere giovani di alto livello». Si punta insomma all’attrazione di cervelli invece che alla fuga, qualcosa che in Italia sembra essere possibile, e succede in altri campi come il design o la moda, solo a Milano. Per Marco Simoni, che per il suo ruolo guarda a questo progetto con occhi da economista, poteva essere concepito «solo a Milano o nel sud della Germania, perché c’era bisogno di un’area con una grande concentrazione di ricerca, e quella c’è anche in Inghilterra, per esempio a Cambridge, però trattandosi di ricerche con un obiettivo molto concreto, di ricerche che sono molto vicine all’applicazione, c’era bisogno anche di avere attorno un sistema industriale e un sistema di investitori già sviluppati, tutte cose che qui ci sono».

Simoni insiste molto nel definire Human Technopole «un hub della ricerca»: c’è la volontà che diventi una risorsa da mettere a disposizione anche di altri centri di ricerca e questo anche per chiarire che non c’è il rischio che diventi una cittadella fortificata di una élite di ricercatori che drenano tutti gli investimenti pubblici nella ricerca, come alcuni critici hanno ventilato: «Due o tre centri di ricerca in Italia, tra cui questo, possono permettersi un microscopio da sette milioni di euro, ma noi lo metteremo a disposizione anche di ricercatori di altre università, l’idea è che Human Technopole diventi un hub che da un lato si giova dell’esistenza di un ecosistema molto denso e dall’altro contribuirà a fare in modo che l’ecosistema stesso faccia un salto di qualità».

Nel momento in cui visito gli uffici, il Centro per le Analisi Decisioni e Società, che è un gruppo di ricerca che studia dati e metadati, è già in funzione. Lo incarnano 4 ragazzi, postdoc, specializzati in discipline diverse (statistica, economia, ingegneria informatica); nella stanza vetrata dove lavorano c’è un lungo tavolo di legno comune con fogli scritti a penna e i portatili d’ordinanza, ed è tutto piuttosto spoglio e scarno, l’esatto contrario dell’atmosfera chiassosa di Expo e delle folle che si radunavano intorno al laghetto che sta proprio qui di fronte per gli spettacoli di luci e di suoni. Nulla si crea, tutto si trasforma potrebbe non essere solo una legge della scienza, ma anche un principio ispiratore per le città. Lo è sicuramente per l’ultima Milano, che ha capito che bisogna trasformarsi per non autodistruggersi.

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