Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
Lo scorso 3 aprile, sul sito del Ministero della Cultura, sono stati pubblicati i risultati dei bandi per i contributi selettivi. E come ha riportato per primo Il Fatto Quotidiano la richiesta per Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, il documentario diretto da Simone Manetti e prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango, è stata bocciata. Questa, però, non è la prima volta che succede. Come ci ha raccontato Mario Mazzarotto, co-fondatore e produttore di Ganesh Produzioni, già nel 2024 era stata negata la possibilità di accedere ai finanziamenti. Ma andiamo con ordine. Dopo l’articolo del Fatto Quotidiano, la notizia è stata ripresa rapidamente dai giornali e si è acceso un nuovo dibattito sulle decisioni del governo in tema di cultura e cinema. Domenico Procacci, co-produttore del film, ha detto che si tratta di «una scelta politica» (La Repubblica, 5 aprile). Ed è interessante, a questo punto, provare a capire come sono effettivamente andate le cose, perché si è arrivati a questa decisione e come funziona una commissione ministeriale.
Partiamo dall’inizio. Mazzarotto è stato contattato da Simone Manetti, il regista di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, e dai due sceneggiatori, Emanuele Cava e Matteo Billi. «Mi hanno chiesto se potesse interessarmi produrre un documentario sulla vicenda di Giulio Regeni a partire dal processo che si sarebbe tenuto a Roma, e io ho immediatamente detto di sì. Mi sembrava un’occasione irrinunciabile per raccontare una storia che riguarda tutti». A quel punto, dice Mazzarotto, è stato fondamentale conquistare la fiducia della famiglia Regeni: «Era un elemento indispensabile per poter anche solo pensare di fare questo documentario».
La storia del film, dall’inizio
Successivamente Mazzarotto e Agnese Ricchi, co-fondatrice di Ganesh Produzioni, hanno iniziato a cercare partner. «Sapevamo che si sarebbe trattato di un lavoro produttivo molto lungo. Perché seguire tutto il processo significava seguire tutte le udienze, fino a quella che sarebbe potuta essere la sentenza o comunque la conclusione. Mi sono rivolto, com’è normale, alle varie televisioni. Probabilmente, però, i tempi non erano abbastanza maturi e ci sono state delle difficoltà». Il progetto, insomma, non ha ricevuto nessun sostegno. «Ho riscontrato la stessa difficoltà quando ho fatto la prima domanda per i contributi selettivi nel 2024», continua Mazzarotto. «Quando questa prima domanda è stata respinta senza motivazioni particolari. Ricordo solo che siamo arrivati agli ultimi posti della graduatoria, segno che non c’era stato un grande apprezzamento».
A questo punto è importante aprire una piccola parentesi. Il 24 settembre 2024 è stata annunciata la nuova composizione della commissione ministeriale che si sarebbe occupata dell’assegnazione dei contributi selettivi. In ordine alfabetico: Valerio Caprara, Tiziana Carpinteri, Giacomo Ciammaglichella, Benedetta Cicogna, Pasqualino Damiani, Selma Jean Dell’Olio, Benedetta Fiorini, Massimo Galimberti, Giorgio Gandola, Mariarosa Cristina Beatrice Mancuso, Pier Luigi Manieri, Fabio Melelli, Paolo Guido Carlo Mereghetti, Ginella Vocca e Stefano Zecchi. Con il decreto di nomina dell’11 novembre 2024 l’allora direttore generale Cinema e Audiovisivo Nicola Borrelli ridistribuiva i membri della commissione in tre sottosezioni.
La domanda fatta dalla produzione di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo si rivolgeva alla sottosezione con delega per la produzione di documentari, composta da Giacomo Ciammaglichella, Tiziana Carpinteri, Pasqualino Damiani, Ginella Vocca e Stefano Zecchi. Fu questa sottocommissione a bocciare la prima richiesta presentata da Mazzarotto e dalla Ganesh Produzioni. Con il decreto di nomina del 14 novembre 2025 la composizione delle sottocommissioni è cambiata, proprio per permettere una rotazione tra i vari membri, e in quella che si è espressa sulla nuova domanda presentata per il documentario su Giulio Regeni sono finiti Giacomo Ciammaglichella, Pasqualino Damiani, Benedetta Fiorini, Per Luigi Manieri e Ginella Vocca.
«Ciò nonostante siamo andati avanti», continua Mazzarotto. «E d’accordo con gli autori del documentario e con molte aziende che ci hanno dato una mano in fase di post-produzione, abbiamo deciso di contribuire direttamente, in maniera partecipativa, al documentario. Insomma, abbiamo rinunciato ai nostri compensi fino all’arrivo dei primi ricavi. Mesi dopo, come sai, ho ripresentato la domanda al Ministero, convinto che grazie alla presenza di più elementi, visto che il progetto era stato sviluppato, sarebbe stato più semplice far capire le nostre intenzioni e i nostri obiettivi. Durante questo processo produttivo ho incontrato anche Fandango, che è stato un partner disponibile e ideale. Ed è diventato co-produttore del film».
La produzione di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non ha aspettato i contributi per terminare il proprio lavoro. È andata avanti, come ribadisce Mazzarotto. Ed è riuscita a terminare il documentario e a portarlo al cinema per un’uscita-evento di tre giorni. Poco dopo, c’è stata l’assegnazione del Nastro della Legalità, un riconoscimento che, sottolinea sempre Mazzarotto, è stato importantissimo. In sala, il film è andato piuttosto bene, superando le aspettative dei produttori e dei distributori. «Avevamo fatto delle stime, e quelle stime sono state ampiamente ripagata», spiega Mazzarotto. «Personalmente ho partecipato a proiezioni sold-out, in molte parti d’Italia, e questo ha dato decisamente un altro valore allo sforzo e al lavoro che abbiamo fatto». È stato in questo periodo che è arrivata la risposta del Ministero, con l’ennesima esclusione del documentario dai contributi selettivi. «Siamo saliti in graduatoria, addirittura siamo arrivati primi tra gli esclusi, ma siamo stati comunque esclusi».
Il lavoro di una commissione
Mazzarotto non vuole entrare nel merito della decisione della commissione, perché – dice – ognuno fa il suo lavoro. «Ma non posso nascondere tanta, tanta amarezza perché mi sarebbe piaciuto avere la vicinanza del Ministero. Evidentemente hanno rilevato degli elementi che hanno decretato l’esclusione del progetto. Sono completamente d’accordo con Domenico Procacci, e ho apprezzato tantissimo le parole che ha detto. Il film è stato realizzato ed è piaciuto, quindi è difficile credere che le motivazioni siano state puramente artistiche o tecniche. Ma ripeto: lungi da me entrare nelle decisioni della commissione. Non ti nascondo che sono curioso di conoscere le motivazioni nel dettaglio. Nemmeno questa volta abbiamo ricevuto delle comunicazioni con ulteriori indicazioni».
Ora Giulio Regeni – Tutto il male del mondo è tornato in sala, distribuito da Fandango con la collaborazione di Circuito Cinema. Ed è, dice Mazzarotto, la cosa più importante. «Noi abbiamo girato questo documentario per divulgare e dare visibilità alla storia di Giulio Regeni, e sono molto orgoglioso e felice per l’impegno di Fandango e di Circuito Cinema. È la migliore risposta possibile. Parliamo di circa sessanta sale, che non sono assolutamente poche. Tornare al cinema significa dare modo ad altre persone di guardare e giudicare questo documentario. Visto che viene programmato in tutta Italia, parliamo di un interesse nazionale. Non so, però, perché non gli venga riconosciuto un interesse culturale».
È evidente il cortocircuito che, sempre più spesso, si crea tra produzioni e assegnazioni dei fondi. «La cosa più importante per chi fa il mio mestiere, per chi fa il produttore, è avere tempi certi», spiega Mazzarotto. «Vivere nell’incertezza, senza sapere quando riceverai una risposta alla tua domanda, complica molto il nostro lavoro. Per quanto riguarda le commissioni, è importante che chi giudica sappia leggere le sceneggiature e valutarle. Nelle commissioni, ci sono persone molto competenti. In questo caso, forse, è sfuggito qualcosa. Intendiamoci: non è successo solo a noi di ricevere una risposta dopo essere usciti in sala. È un effetto della distorsione del meccanismo. Dipende dai tempi lunghi delle commissioni. Chi può andare avanti, come nel nostro caso, va avanti. Per noi è stata un’urgenza girare questo film, sia dal punto di vista produttivo che dal punto di vista della storia».
Una questione politica, che non dovrebbe esserlo
Andrea Minuz è professore di Storia del Cinema presso l’Università Sapienza di Roma e collabora con Il Foglio. Il suo ultimo libro s’intitola Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana. Anche lui, anni fa, ha fatto parte della commissione che valuta i progetti per i contributi selettivi. «Non conosco, nello specifico, questo progetto: non ho né letto la proposta né visto il film, e mi sembra importante specificarlo». Però? «Però, quando questi temi escono fuori dal circuito specialistico, degli addetti ai lavori, diventano estremamente difficili da gestire. Mi spiego: alcune delle persone che leggo in giro, tra social e giornali, sembrano non sapere che i commissari sono chiamati a giudicare un progetto quando non è stato ancora realizzato, quando è ancora una proposta formale».
Spesso, dice Minuz, «quello che leggi sulla carta, che arriva al Ministero, non è minimamente paragonabile a quello che, poi, sarà il film finito. Questo riguarda un po’ il modo in cui vengono messi insieme i progetti, e lo dico senza intento polemico: mi è capitato di leggerne alcuni scritti male, sciatti e per niente chiari. Non entro nel merito di questa decisione, perché, ripeto, non faccio parte della commissione e non so come siano andata le cose. Quello che dico lo dico da osservatore. Da osservatore, mi sembra che la scelta dei controesempi – le fettuccine che cita Michele Serra nella sua Amaca, Pingitore e Gigi D’Alessio – sia stata fatta in chiave chiaramente strumentale. Sono cose approvate da commissioni diverse, su base di giudizi e obiettivi diversi. Noto, poi, che non riusciamo a liberarci del “ricatto del contenuto”. Diamo quasi per scontato che determinati film, che trattano determinati argomenti, siano automaticamente dei bei film. Attenzione: non sto dicendo che il documentario su Regeni non lo sia. Il mio è un discorso più ampio».
Forse, suggerisce Minuz, a volte si ragiona più sul contenuto proposto, o suggerito, che sull’effettivo progetto. «Un documentario su un grande tema potrebbe essere un progetto sgangherato sia dal punto di vista finanziario che dal punto di vista della scrittura, e lo dico perché, di nuovo, mi è capitato personalmente di leggere progetti simili. E la questione a volte diventa: finanzia o rischi di passare per un mostro. Secondo me, non siamo in grado di uscire dall’equivoco. Nessuno, nemmeno in questo caso, ha messo in discussione la qualità – non del film, lo ripeto: il film è stato girato ed è uscito, ma – della proposta che è stata presentata. Tutti hanno dato per scontata una cosa: che si sia trattato di una vendetta da parte di uno schieramento politico. Non so se sia andata così, alzo le mani. So però che esiste quello che potremmo chiamare, lo ripeto, “il ricatto del contenuto”. Gli aspetti formali non interessano. Io mi sono trovato in situazioni in cui, per il tema trattato, abbiamo dovuto mettere da parte perplessità stilistiche e formali. Proprio per evitare polemiche successive».
La domanda, a questo punto, diventa un’altra: non ci sono mai delle pressioni politiche, vere o presunte, sul lavoro della commissione? «C’è un po’ un manuale Cencelli non scritto, che probabilmente non riguarda nemmeno questa specifica commissione, che chiede una certa compensazione», dice Minuz. «Spesso si tende a finanziare quel produttore che, in precedenza, per altri progetti, non è stato finanziato; e così, all’ennesimo progetto presentato, si tende a promuovere la sua proposta. È un ecosistema in cui si cerca un equilibrio, e si prova a dare a tutti qualcosa – ed è questo che ci tiene fermi come industria, perché si produce tanto e difficilmente si trovano progetti veramente validi, capaci di “penetrare” il mercato». Insomma, continua Minuz, non viene preso in considerazione il finanziamento sul singolo progetto, ma «si tende a calcolare il finanziamento sulle varie proposte presentate dallo stesso produttore. Lo specifico anche qui: non sto parlando del caso del documentario su Regeni. Posso dirti, però, che ci avrei pensato su due volte prima di bocciare un progetto simile. Proprio perché non ha senso far passare l’idea che questo tema e questa storia siano un tema e una storia di parte. Perché non lo sono. La storia di Regeni riguarda tutti».
Chi si è dimesso e perché
Nelle ultime ore, si sono dimessi il critico del Corriere della Sera Paolo Mereghetti e il consulente editoriale Massimo Galimberti. Entrambi facevano parte della commissione ministeriale chiamata a valutare le proposte inviate, ma nessuno dei due ha partecipato ai lavori della sottocommissione che ha bocciato la domanda per il documentario su Giulio Regeni. Né questa volta né tantomeno nel 2024. «Il problema è che, raccontando così quello che è successo, nel pastone della comunicazione ci finisce un po’ tutto», suggerisce Minuz. «Quindi anche se non hai a che fare con la sottocommissione che ha bocciato un progetto vieni associato alle sue decisioni. Credo che Mereghetti e Galimberti si siano dimessi anche per tutelare la propria immagine e la propria integrità».
Dice Minuz che, ancora una volta, è «partita la lottizzazione tra destra e sinistra dei finanziamenti. Anche nel caso della sceneggiatura di Bertolucci – non conosco il progetto, lo preciso – sono state date per scontate tante cose. Per esempio: se è un film di Bertolucci, deve essere automaticamente bellissimo. Ma non è per forza così. Quello che mi dispiace è che non ci sia spazio per parlarne. E non mi riferisco solo ai grandi giornali, dove i vari Serra scrivono quello che vogliono e che, sostanzialmente, sentono. Mi riferisco anche alle testate di settore, di critica cinematografica. Non c’è più spazio per parlare dei progetti; c’è solo lo spazio per accennare un tema e per dire dove quel tema si posiziona. Io trovo sbagliato credere che la storia di Regeni tocchi solo il centrosinistra, però è così che viene vista e la decisione di non finanziarlo viene letta come una decisione di parte. Il problema è che non si parla mai del come. E quindi, quando ci si lamenta per un meccanismo decisionale, non si va mai nel dettaglio di quel meccanismo e non si dice mai come funziona effettivamente».
Massimo Galimberti è uno dei due membri della commissione ministeriale che si sono dimessi. Di solito lavora come consulente editoriale per produzioni cinematografica e come story editor. La decisione di lasciare il suo incarico è maturata nel corso del tempo e non è arrivata all’improvviso. «Le commissioni sono sempre un casino, nel senso che sono meravigliose perché si litiga e si discute, e quindi sono anche molto stimolanti», dice Galimberti. «I conflitti ci sono sempre stati, per varie ragioni. Questa volta è stato un conflitto diverso». Diverso come? «Rispetto ad altre esperienze che ho avuto, mi pare che ci sia stata una difficoltà maggiore nel trovare un punto comune sui metodi di giudizio e di valutazione dei singoli progetti. Non è la prima volta che succede. E visto che è già successo, ho preso questa scelta».
Il problema, spiega Galimberti, non è il fuoco incrociato dei produttori, degli autori o dei registi. Quello c’è sempre quando si prende parte a una commissione di analisi, che assegna fondi. «È abbastanza inevitabile. Con i produttori, c’è anche un rapporto di stima: tendono a fidarsi delle mie valutazioni. Se un progetto non viene finanziato, sono pronti a parlarne e a tornare sui propri passi. Il tema, adesso, è un altro. È la pressione politica. Non so dirti se sono io a essere sfigato, ma non ho mai subìto pressioni». Mai? «Mai. Né da parte dei partiti né da parte della Direzione Cinema. Ed è sempre stato così, in tutte le commissioni ministeriali in cui sono stato. Il conflitto e la tensione, in questo caso, sono nati internamente. E se a volte si riesce a trovare una mediazione, altre volte non è possibile. La mediazione è un elemento fondamentale. Qui è mancata. E le modalità di approccio sono state diverse. Vuoi per competenza, vuoi per attitudine psicologica e individuale; vuoi per esperienza, vuoi pure per la visione personale del sistema cinema. A un certo punto, convinto dell’impossibilità di trovare una quadra, una capace di garantire la mia individualità, ho deciso di dimettermi. Però, ripeto, non è una cosa nuova».
Galimberti aveva già manifestato in passato l’intenzione di dimettersi, e gli altri membri della commissione lo sapevano. «Il caso del documentario su Regeni è quello più eclatante, ma non è il solo. E voglio precisare anche un’altra cosa: io ho comunque finito il mio lavoro per questa delibera, non l’ho interrotto a metà. Interromperlo a metà avrebbe creato altri problemi, per altre persone e, più in generale, per il sistema cinema. Siamo già in ritardo di un anno, non per colpa della commissione; il cinema fa fatica e bloccare i lavori, perché me ne vado via, anche legittimamente, mi sembrava evitabile». La differenza, spiega Galimberti, la fa il modo in cui vengono valutate le cose. «Personalmente do un peso differente alla solidità della casa di produzione, all’esperienza del produttore e alla struttura finanziaria della società. Do un peso particolare alla partecipazione del progetto in coproduzioni nazionali e internazionali e alla capacità di un produttore rispetto al film proposto. A noi arrivano seconde o terze stesure. Sappiamo tutti che sono stesure provvisorie, che poi verranno completamente cambiate. E lì è fondamentale la capacità del produttore di coprire e proteggere editorialmente il progetto. Per me sono tutte valutazioni importanti. Per altri hanno un valore diverso. E io non mi trovo con colleghi che danno un peso diverso a cose che per me sono determinanti».
Trovare i soldi in un’industria in crisi
Fare il produttore, spiega Galimberti, è una cosa seria: «Il produttore non è quello che mette i soldi, quello ricco; il produttore, spesso, li deve trovare i soldi, e deve saperli gestire. È un lavoro che si impara gradualmente, accumulando esperienza. Non puoi produrre, come primo progetto, un film da un milione e mezzo. È importante il curriculum della casa di produzione. Se alcuni membri della commissione non ritengono utili gli elementi che offri, se non c’è il tentativo di capire la tua posizione, è chiaro che è impossibile trovare un punto di contatto. Non so dirti, poi, perché non riescono a capirlo. Sono viziati dalla politica? Non lo so. Sono impreparati? Non lo so. So che è importante avere una consapevolezza profonda di questa industria».
Una commissione, sottolinea Galimberti, non deve dare un indirizzo culturale ed editoriale. «Una commissione deve capire che tipo di cinema si sta facendo, e se ti fai guidare dai preconcetti, dall’ideologia e dall’impreparazione è un problema. Io ho sempre ritenuto giusto finanziare i progetti validi, anche se ideologicamente molto distanti da me. Non devo decidere io che cosa deve produrre un produttore o che direzione deve prendere il cinema. Quando lavoro in una commissione, non do un indirizzo. E secondo me nemmeno la politica deve dare un indirizzo. Se poi lo vuole dare, lo deve dare esplicitamente, cercando requisiti specifici e facili da identificare. Per me non ha nemmeno senso il discorso che si fa sugli incassi e sul box office. Chi li fa, di solito, non sa leggere un piano finanziario».
La storia di Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non è una storia nuova e, con buone probabilità, non sarà nemmeno l’ultima di questo tipo. Rappresenta un problema profondo e strutturale del sistema cinema italiano. Ed è un problema che ci parla di competenze, di comunicazione e di scelta. E che, come ha detto Galimberti, ci mette davanti a una verità spesso taciuta: una commissione non può dire che cosa produrre; una commissione deve assicurarsi della validità di un progetto e della sua affidabilità. Valutazioni diverse, come la ricaduta sul botteghino o il potenziale successo, non rientrano nei suoi compiti. Non ci si sofferma quasi mai su questi dettagli. E così un dialogo che sarebbe utile per tutte le parti, dai produttori agli autori, dai distributori ai registi, si trasforma nell’ennesimo scontro tra tifoserie. Ma alla fine, chiediamoci, chi vince? Sicuramente non il pubblico, e sicuramente non il cinema.
Oltre 60 cinema tra Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze hanno deciso di ricominciare a proiettare il film. E altri se ne stanno aggiungendo ora dopo ora.
È morto il 3 aprile, a una settimana dall'ottantesimo compleanno, uno degli autori più "diversi" della letteratura italiana. Ha scritto poesie, saggi, romanzi. E poi è stato batterista jazz, critico d’arte, giornalista, un direttore creativo d’agenzie pubblicitarie, nottambulo.
