Le realizzò nel 1969 e le tavolo vennero raccolte tutte in un volume, pubblicato un anno dopo, intitolato Six Fairy Tales from the Brothers Grimm.
La letteratura italiana è in un momento felice, mi sembra: gli ultimi anni hanno portato una ventata di proposte vivaci, contemporanee, talvolta premiate in Italia, o finaliste in alcuni dei maggiori premi, e sempre più spesso tradotte all’estero, anche lì finaliste in altri premi, e in grado di entrare in dialogo con sensibilità internazionali. Di questo avevamo già scritto, in parte, in un articolo chiamato “Il romanzo italiano è diventato expat“, in cui raccoglievamo le voci di una serie di scrittrici e scrittori che hanno ambientato le loro opere a cavallo tra l’Italia e il resto del mondo, con protagonisti che si muovono lungo le linee tracciate da quel progetto Erasmus che ha aperto le porte d’Europa a più di una generazione. Sono libri che, partendo da posizioni anche intime, legate a rapporti, amicizie e amori, hanno in realtà un’ambizione molto più ampia. E cioè, non guardano quelle amicizie e quegli amori dallo spioncino della provincia, ma li mettono su un palco che ambisce a essere universale, a parlare, attraverso quelle vite, dei cambiamenti di abitudine, di costume, di sentimenti che stanno toccando le vite di persone in tutto il mondo. Segue questa strada anche Giorni futuri di Gabriella Dal Lago, terzo romanzo, e primo per Einaudi, di una delle scrittrici più talentuose e ambiziose che ci sono, oggi, in Italia. Giorni futuri è una storia sul guardarsi indietro da trentenni per guardare cos’eravamo da adolescenti, una storia di amicizia tra donne, di rapporti che, con difficoltà, riescono ad attraversare i decenni di una vita, e di come tenerli a galla nonostante le burrasche che gli anni si portano dietro.
ⓢ Partiamo dalla parola generazionale. Che è riduttiva, me ne rendo conto. Però proviamo ad ampliarla, a positivizzarla. Tu, scrivendo Giorni futuri, avevi l’intenzione di parlare, descrivere una specifica generazione di uomini e donne che condividono esperienze comuni, come il lavoro precario, lo sradicamento geografico e il precariato emotivo?
Va bene, mi piace: positivizziamola! Non so se volevo descrivere una generazione, nel senso che non so se quella che mi muoveva era una specie di spinta descrittiva, l’intenzione di fare un ritratto e quindi di rendere oggetto della narrazione una generazione, quanto più l’interesse a renderla soggetto di una narrazione romanzesca. Ecco, mi sembra che sia in questo senso che si può positivizzare la parola: assumendola come un elemento che ci posiziona, più che come un’ottica tematica. Mi sembra che il più delle volte il termine venga impiegato per parlare di “una narrazione che descrive le persone di 30-40 anni”. Mi piacerebbe impiegarlo prendendolo dall’altro lato, in modo più “impoterante”: usarlo per parlare di una narrazione che è condotta da persone di 30-40 anni. Sembra un sofismo, però in realtà mi pare la chiave per abitare il termine, e non esserne schiacciati.
ⓢ Giorni futuri è soprattutto un romanzo sull’amicizia. La prendi seriamente, l’amicizia, come il più importante dei sentimenti, più importante dell’amore, forse. Cosa ti affascina tanto?
Che l’amicizia struttura radicalmente il nostro mondo eppure ci facciamo poco caso. E che questo l’ha protetta maggiormente dalle proiezioni e dalle aspettative e anche dagli stereotipi che abbiamo riservato alle relazioni romantiche e a quelle familiari: e che quindi per questo può essere un terreno oggi da cui imparare nuovi modi di tessere le nostre reti di cura e amore, in modo meno gerarchico e più fantasioso. Se invece vuoi la risposta astrologica: è che sono dell’acquario.
ⓢ Sia in questo libro, che nel precedente Estate caldissima, scrivi romanzi corali. Sì, c’è una protagonista, ma ci sono così tante figure che le girano attorno, che la sensazione è sempre di trovarsi in un romanzo collettivo, e non nel classico romanzo in cui seguire il cambiamento dell’eroina. Ci hai pensato, a questa tua dimensione?
Sì, molto.Penso sia una questione di posizionamento: un modo di abitare la forma romanzo che si allontani dal protagonismo di un personaggio e del suo arco narrativo, ma che si apra in altri rivoli, che sono come dei sentieri che si dipanano e costruiscono un intrico. Non so, non mi viene neanche mai da parlare di personaggi secondari, o di comprimari: mi piace questa sensazione di sciame, di coro appunto. E mi piace che ci sia una messa in crisi continua dell’idea di oggettività, o di verità: in questo romanzo per esempio, le prime cento e più pagine sono condotte da una terza persona totalmente appoggiata a una personaggia, Irene, e il mondo che chi legge vede è visto attraverso la sua ottica, i suoi occhi. E poi però c’è una cesura, e un’intera parte è vista dalla prospettiva di Ottavia, e il mondo cambia contorni, no? Una versione riempie i buchi lasciati dall’altra e li sforma proprio. Che è un po’ la stessa cosa che fanno i dialoghi, gli incontri tra i personaggi: trasformano, mettono in discussione, modificano non solo il corso della narrazione ma pure il suo senso.
ⓢ Ragionare su una nuova forma del romanzo: ha a che fare con questo?
C’è una bellissima raccolta di saggi e interventi di Ursula K. Le Guin pubblicata da Sur nella traduzione di Veronica Raimo, si chiama I sogni si spiegano da soli. Immaginazione, utopia, femminismo: lì dentro ci sono davvero dei passaggi illuminanti, tra cui uno che dice “Sono lenta a disimparare, ma adoro le mie disinsegnanti”. Sono cresciuta e mi sono formata leggendo e pensando al romanzo come a una specie di forma solida, monolitica, compatta e rotonda: poi ho incontrato un sacco di disinsegnanti che con il loro lavoro mi hanno mostrato che dentro il romanzo possono entrare anche i chiacchiericci, i cambi di direzione, le bugie, i ripensamenti, le storie minime e quelle segrete, e che le strutture possono avvicendarsi e lasciarsi il passo, e i punti di vista migrare e ricomporsi. Io sto in una struttura romanzesca piuttosto classica (anche se mi piace giocare con varianti sul tema, infatti le quattro parti del romanzo sono ognuna diversa dall’altra per la gestione del tempo, della forma dei capitoli, del ritmo etc), ma disimparo così: moltiplicando le voci della narrazione, cercando di far somigliare la scrittura di un romanzo allo svolgimento di una festa.
ⓢ Qualche mese fa, su Studio, scrivevamo di una sorta di “romanzo italiano expat”, molto contemporaneo, tutto con protagoniste sparpagliate per il mondo. Anche in Giorni futuri i personaggi dividono le loro vite in giro per l’Europa. È una caratteristica a cui un romanzo contemporaneo, oggi, non può rinunciare?
Non so se me la sento di dare una risposta che valga per la categoria “romanzo contemporaneo”. La calo dentro Giorni Futuri e in quello che ho fatto io, e ti dico che, nel momento in cui ho deciso di raccontare dei personaggi che sono delle persone nate negli anni Novanta e vissute in un contesto urbano medio-borghese, era impossibile pensare che nessuna di queste persone avesse vissuto lo sradicamento. Ma è proprio una specie di analisi di realtà che faccio se mi guardo intorno, se guardo alla mia rete di affetti e conoscenze: le persone si spostano, cambiano casa, cambiano posto, organizzano feste per dire ciao e aperitivi quando passano di nuovo per qualche giorno in città. Diciamo che era dovere di realismo raccontarlo.
ⓢ Ma da dove è germogliata l’idea di Giorni futuri?
Mi sembra un incontro di traiettorie, di forze. C’era diciamo una questione di atmosfera che avevo voglia di calare dentro un romanzo: quella nostalgia che mi sembra infantile e insieme dolcissima che provo ogni Natale, quando da Torino molte persone che sono parte della mia quotidianità tornano dalle loro famiglie per le vacanze, e altre persone, che sono amiche e amici di tempi passati, ritornano a Torino dall’estero. Succede una specie di magia: che la geografia emotiva cambia, e quella spaziale anche: che questo cambio turno crei delle occasioni sociali che sembrano cristallizzate in un tempo passato che non è neppure passato, è una specie di tempo mitico, in cui lo spaziotempo si appiattisce e tu sei tu, ma sei anche la te dei tuoi sedici anni, contemporaneamente. Quindi ecco, c’era questa atmosfera, ma non sapevo bene cosa farci, perché non c’era una storia, e a me piace scrivere le trame, quindi non sapevo che farci. Poi ho scritto una scena: era la scena di due adolescenti che vanno a una festa insieme, hanno diciassette-diciotto anni, e una delle due guarda la sua amica e si rende conto che quello che prova per lei è un sentimento che non sa bene nominare. Amore? Attrazione? Gelosia? Desiderio di possesso? Desiderio di emulazione? La vuole abbracciare o se la vuole mangiare? Però non volevo scrivere un romanzo di adolescenti. Quindi l’ho lasciato lì, a macerare. E poi, qualche mese dopo, ho pensato a un’altra festa: quella con cui si apre il romanzo, una festa di persone di trent’anni che però sono anche ex-compagni del liceo, e c’era un po’ questo tirante comico e tragico insieme, questa ragazza che gira per la casa della sua amica del liceo che l’ha invitata alla ricerca di indizi per capire come si chiama il figlio di questa qui, perché lei si è persa questa informazione, non la seguiva su instagram, non è stata attenta, insomma non lo sa, ma le sembra super scortese ammetterlo alla sua ospite. Quindi stavo lì, cincischiavo con questa idea e mi sono detta: ah cavoli, ma questo è il presente del romanzo, e quell’altra festa è un flashback! E così ho iniziato.
ⓢ Per te sono da subito arrivate le prime traduzioni (uscirà in Gran Bretagna, Spagna, Brasile, Olanda, Ungheria, Croazia). Il romanzo italiano sta prendendo uno slancio europeo? Cosa pensi di questo momento di apparente felicità della considerazione della nostra letteratura fuori dai nostri confini?
Ne sono felice. Penso che ci sia proprio un problema di rappresentazione dell’Italia al di fuori di noi stessi: che le nostre politiche culturali istituzionali e la spinta alla continua turistificazione di questo paese e in generale il fatto che conviviamo con un passato ingombrantissimo abbia portato alla costruzione di un’immagine da cartolina o un po’ museificata che poco ha a che fare con il posto in cui viviamo, nel bene e nel male. Tipo, quando ho visto Le città di pianura la prima cosa che ho pensato è stata: ecco un film che racconta un’Italia che mi sembra vera! E mi pare che è quello che sta succedendo con molti romanzi italiani contemporanei, e con la ragione per cui fuori dai nostri confini vengono apprezzati: mostrano un pezzetto di noi che ci fa sembrare più tridimensionali anche a noi stessi. Che diciamocelo, ci fa anche un gran bene, per contrastare una narrazione mitica e stereotipata del nostro passato e della nostra identità che sta lì a nutrire le nuove e vecchie destre.
ⓢ Mi sembra, il tuo, anche un romanzo che vuole porsi in dialogo con altri romanzi non italiani. C’è questa volontà, da parte tua, di essere “parte di un gruppo”, in un certo senso?
Sì, nel senso che quei romanzi io li leggo, mi nutrono, mi appassionano: costruiscono il discorso culturale che frequento, e per me scrivere è proprio questo, entrare in contatto con un discorso culturale, farne parte, leggere dei romanzi per mettermi in dialogo con loro, per avviare delle conversazioni e imparare delle cose e disimpararne altre. Che noia il mito dello scrittore solitario, che crea nel vuoto pneumatico e fa splendere il proprio talento. Io quando scrivo non mi voglio sentire mai sola.
