L’unica cosa sorprendente della puntata di Pulp Podcast con Giorgia Meloni è che è stata più noiosa di una vecchia Tribuna elettorale (e molto meno utile)

L'attesissimo episodio del Fedez e Mr. Marra Show si è concluso con uno sbadiglio di sollievo: nulla di interessante né rilevante è stato detto, e viene da chiedersi perché ci fossimo convinti che le cose potessero andare diversamente.

20 Marzo 2026

Si è conclusa con un collettivo sbadiglio di sollievo la vicenda di Meloni ospite del Pulp Podcast di Fedez e Mr. Marra, il più recente moral panic di un Paese che ormai vive in una sequenza di moral panic talmente ravvicinati da comprimere qualunque spazio di sanità mentale tra l’uno e l’altro, moral panic che si sovrappongono e si mischiano in una sorta di ronzio psicotico in cui la famiglia nel bosco, le vacanze di Crosetto, gli errori del Var e il referendum costituzionale diventano una sola inestricabile fibrillazione.

Va comunque detto che l’annuncio della Presidente del Consiglio che si fa intervistare nel podcast di un rapper e di un creator (?) era un gancio narrativo irresistibile in un’Italia che, pur avendo perso da tempo qualunque senso della propria storia e ogni idea di futuro, adora trasformare qualunque questione in un derby stile Ciao Darwin tra rockettari e matusa. Nello specifico qui il tema era: è decoroso/auspicabile/corretto che a pochi giorni da una consultazione di rango costituzionale il capo dell’esecutivo si faccia intervistare dall’interprete di “Comunisti col Rolex” e “Bocciofili” e da uno che somiglia al figlio punk di Woody Allen in Hollywood Ending e parla come un giovane di Forza Italia? Gli schieramenti: parrucconi che rimpiangono Il Fatto di Enzo Biagi e La notte della Repubblica di Zavoli, di cui in realtà non hanno mai visto più di 3 minuti su YouTube (contrari) vs. quelli che blaterano di engagement reach e “piattaforme” sentendosi l’esercito del surf (favorevoli).

Pubblicata alle ore 13 di giovedì 19 marzo, la tanto attesa intervista è riuscita ad accontentare tutti, congiungendo mirabilmente la verve di una puntata di Tribuna Politica del 1972 e l’insipienza dei tiktoker che parlano in corsivo. Bastano i primi 20 minuti sulla politica estera, di una noia lancinante, per rendersi conto che più che un pulpito per la Meloni per parlare coi giovani, Pulp Podcast vorrebbe essere il battesimo di Fedez – ormai ideologicamente incollocabile come Celentano, però in spirito tra gli interpreti più autentici di quel vitalismo lucignolesco e nichilista che è la vera sostanza eterna della destra italiana – nel mondo degli adulti noiosi.

È penosamente chiaro fin da subito, per esempio, che nessuno dei tre presenti ha alcunché da dire sulla guerra in Iran, con la differenza che Giorgia Meloni – seduta al centro come se la moderatrice fosse lei, illuminata come una star del K-Pop – è una professionista. Ripete la non-posizione ufficiale del governo, ma con quel tono assertivo e smaliziato che adesso va di moda quando si parla di geopolitica («Qui la domanda non è: ti piace la pace o ti piace la guerra? Cioè, ragazzi, la politica estera è una cosa un po’ più complessa»). Chiudendo gli occhi e abbassando di un’ottava, si potrebbe pensare che stia parlando Dario Fabbri.

Quando c’è un piccolo problema tecnico si gioca anche la battuta in romaneccio («Sono gli israeliani, che ce stanno a boicottà») e i due intervistatori, con in mano i fogli con le domande stampate in corpo 15, sono già KO, surclassati anche sul piano dell’intrattenimento.

La puntata dura quasi un’ora, ma non vi saranno altri sussulti. Mr. Marra introduce nella stanza l’elefante del referendum dicendosi «molto triste» perché gli argomenti delle parti in campagna elettorale non hanno mantenuto gli standard oxfordiani che a quanto pare lui avrebbe gradito. Poi precisa che, per carità, sa benissimo che «la comunicazione è manipolazione», dice a Meloni che ha «fatto il pubblicitario», con lo spirito dell’ergastolano che mostra a un suo simile la lacrima tatuata. Meloni non raccoglie, ne approfitta per un comizietto sulle ragioni del Sì, mr. Marra insiste, alla fine trovano grosso modo un compromesso che sembra soddisfare entrambi: la campagna elettorale è stata effettivamente una schifezza, ma per colpa di quelli del No.

È comunque interessante che rimbalzi anche qui il metadiscorso che ha dominato questa campagna elettorale, cioè l’affettato e languido disappunto per la qualità della campagna medesima, quello strano e insidioso ibrido di paternalismo gourmet e populismo upper class secondo il quale alla gente piacerebbe tanto discutere “nel merito”, qualunque cosa ciò significhi, ma – o tempora, o mores! – non gliene viene data la possibilità perché, udite udite, in campagna elettorale si fa appello non alla testa ma alla pancia degli elettori. Come se, tra l’altro, non vivessimo in un’epoca difettosa e imbarbarita finché si vuole, ma nella quale ciascuno di noi è separato da qualsiasi informazione desideri – dal testo della riforma costituzionale alla sua dissezione da parte dei più autorevoli giuristi o dei più affabili divulgatori – letteralmente da tre tocchi sullo schermo dello smartphone che ha costantemente in mano.

Questo tipo di demenziale geremiade è forse ancora sopportabile alle macchinette del caffè di Scienze diplomatiche, ma non in un consesso di adulti, e Meloni che si sottrae alle lacrimose avances millenariste di Mr. Marra finisce quasi per stare simpatica. La verità, si vede anche da questi dettagli, è che questo Paese ormai da tempo ha perso l’unica forma di amor proprio che abbia mai avuto: quello per i propri difetti.

Per generazioni gli italiani, fingendo di lamentarsene, sono stati segretamente orgogliosi della natura felliniana, o flaianesca, o albertosordiana, del proprio dibattito pubblico, del grande varietà nazionale applicato alla politica. Il resto del mondo libero avrà anche avuto giornali più seri, governi più stabili, leggi più avanzate, ma noi eravamo quelli che sapevano divertirsi, trasformando persino i grigiori della Prima repubblica e i veleni della Seconda in decadenti fonti di sollazzo. Oggi di quegli slanci dissacratori resta la versione techetecheté, con Elio Germano che rifà la gag di Proietti sul No e non è proprio la stessa cosa, e a dispetto di una qualità sempre modesta domina un disperato e senile desiderio di essere presi sul serio, una gara a espellere qualunque senso realistico di sé in cui non sembra tanto il rapper a tirare la volata al politico, quanto il contrario.

L’annuncio di Meloni ospite del podcast di Fedez sembrava la cosa più assurda della campagna referendaria. Poi abbiamo visto il trailer della puntata

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