A Sant’Ercolano, nel centro storico di Perugia, Edicola 518 si reinventa proprio per perseguire questo obiettivo: diventare una oasi urbana per "l’esibizionismo culturale", per fare della lettura una questione pubblica e politica.
Dire che Gioia mia di Margherita Spampinato è un film piccolo non è sufficiente. Perché non gli rende giustizia e perché non è solo questo. Gioia mia è un film piccolo se ci limitiamo a osservarlo da un punto di vista puramente produttivo: pochi spazi, pochi personaggi; una dinamica che tende a ripetersi tra casa, strada e mare, che si rincorre quasi ciclicamente e che tuttavia conserva una dose importante, una dose apprezzabile, di novità. Gioia mia è anche un film ricchissimo, che riesce a raccontare più storie contemporaneamente: quella di un bambino che viene mandato al sud, in Sicilia, a trascorrere l’estate; quella di una donna che ha deciso di provare a dimenticare il suo passato e che si abbandona alla ripetitività quotidiana; e quella di un’amicizia sincera tra due persone, prima ancora che tra un bambino e una donna più anziana.
Gioia mia comincia in aeroporto. Nico, interpretato da Marco Fiore, è appena arrivato in Sicilia; Gela, interpretata da Aurora Quattrocchi, lo va a prendere. Passano il viaggio in macchina in silenzio. Nico sta ancora pensando a Violetta, la sua babysitter, interpretata da Camille Dugay Comencini: i suoi genitori lo hanno mandato da Gela perché Violetta si sta per sposare e non poteva più prendersi cura di lui. La prima cosa che Nico chiede a Gela è: puoi accendere l’aria condizionata? E Gela, in tutta risposta, gli passa il suo ventaglio: usa questo, gli dice. È un momento che rispecchia esattamente quella che poi diventerà la relazione tra Nico e Gela: un tira e molla continuo, pieno di alti e bassi, di silenzi rabbiosi da parte di lui, di rimproveri da parte di lei. Finché qualcosa cambia e non cominciano a riconoscersi a vicenda come persone a cui poter raccontare la propria vita e il proprio passato o a cui confessare il primo amore.
Spampinato, che con questo film ha fatto il suo esordio alla regia, scrivendo la sceneggiatura, firmando con Davide Cuccurugnani il montaggio e occupandosi in prima persona del casting, sta attenta alle cose piccole: alle dinamiche che si creano in una vecchia casa siciliana, mentre fuori fa caldo e non soffia nemmeno un alito di vento; allo spazio costretto di una camera da letto e all’ampiezza di un salone; ai rumori, ai gesti, alla fissità delle espressioni e dei corpi. Non ha caricato di retorica il racconto. Si è affidata alla storia e, soprattutto, si è affidata ai suoi due attori protagonisti, che insieme funzionano perfettamente: sia nelle scene più silenziose, quando si lanciano occhiate lunghe e indagatrici, piene di intesa o di confusione, sia nei dialoghi più serrati e intensi.
È un coming of age, Gioia mia. Ma non solo: è anche una storia di riscoperta e di affermazione. Non c’è nessuna insistenza. C’è un andamento leggero, che si perde tra i giochi dei bambini e le partite a carte di Gela e delle sue amiche. La cosa veramente sorprendente di questo film è il modo che Spampinato trova per creare una relazione alla pari tra i suoi due protagonisti, senza sminuire uno o esagerare l’altro. Riesce ad annullare la differenza d’età che li separa e ad avvicinare la sensibilità giocosa di un bambino alla rigidità sofferente di una donna. Nico è intelligente, Gela è sarcastica. Si scambiano frecciatine e battute, ma non c’è mai una dinamica piatta o prevedibile. La vis comica di Gioia mia non è mai calcata, ridondante o stonata. La Sicilia in cui è ambientata la storia è una Sicilia gialla, piena di sole e di palazzi antichi, incastrata in uno spiraglio di mare e spiaggia.
Nico soffre per la distanza con Violetta, e Gela lo capisce: non lo prende in giro, non davvero. Stando lontano da casa, però, Nico ha la possibilità di incontrare altri bambini, di riappropriarsi della sua età: conosce Rosa, interpretata da Martina Ziami, e trova un’altra consapevolezza. Il lavoro che Spampinato ha fatto con Fiore è estremamente interessante, proprio per la crescita che affronta il suo personaggio. All’inizio parla piano, tenendo la testa bassa, mangiandosi le parole, quasi vergognandosi. Verso la fine del film, è più sicuro: guarda in faccia gli altri, a cominciare dai bambini, e ha la voce ferma e chiara. È un passaggio lento, non improvviso, e proprio per questo è particolarmente apprezzabile e significativo all’interno di un film che, come dicevamo prima, si concentra sulle piccole cose e sulla routine casalinga. C’è un altro tema, poi, che merita di essere affrontato. Ed è l’uso intelligente che Spampinato fa dell’estate, che è il non-tempo per eccellenza: durante l’estate può succedere qualunque cosa o al contrario può non succedere niente.
Lo spazio sembra prima dilatarsi e poi restringersi, e poi dilatarsi di nuovo. L’estate passa leggera, come un vento caldo ma non fastidioso. Le giornate si accorciano, i colori si riempiono di blu e di sfumature più scure. La scoperta finisce, facendo spazio alla consapevolezza. Anche se Gioia mia è il suo primo film, Spampinato dà prova di una grande maturità: inquadra unicamente quello che le serve; non punta a una ricercatezza stilistica fine a sé stessa, cerca i volti, gli occhi, ritaglia le inquadrature. E poi osserva. È interessata a cogliere le reazioni dei suoi personaggi, non solo le loro azioni, e ci riesce. Ai David di Donatello ha vinto il premio per il Miglior esordio, mentre Aurora Quattrocchi ha vinto il premio come Miglior attrice protagonista.
Gioia mia si chiude con Nico che sorride, in piedi in mezzo all’acqua, mentre guarda Gela. È un’immagine quasi opposta rispetto a quella con cui si apre: lui triste, ammutolito, che ricorda Violetta e le storie che gli raccontava. La forza di questo film, disponibile in streaming su Netflix, sta esattamente qui: nell’utilizzo delle immagini, nell’evidente evoluzione che coinvolge ogni cosa, dagli attori al tono del racconto; nella forza propulsiva di una storia semplice e mai banale, che parla esattamente di quello di cui vuole parlare e che ci ricorda in modo così franco che l’amicizia – l’amicizia vera, l’amicizia di cui ci si può fidare, l’amicizia che ci dà i consigli migliori, l’amicizia che non giudica – non ha età.
