La lettura dovrebbe essere considerata come l’acqua: non una questione privata ma un bene pubblico

A Sant’Ercolano, nel centro storico di Perugia, Edicola 518 si reinventa proprio per perseguire questo obiettivo: diventare una oasi urbana per "l’esibizionismo culturale", per fare della lettura una questione pubblica e politica.

06 Luglio 2026

Questo pezzo che state per leggere è tratto dal nuovo numero di Rivista Studio, “Non chiamatela provincia“. Se questo tema vi appassiona come appassiona noi, sappiate che il 14 luglio saremo ospiti dell’evento organizzato da Edicola 518 a Listone Giordano Arena (ore 18:30). Si parlerà di provincia e di mondo, appunto, con la direttrice di Studio Valentina Ardia, il senior editor Francesco Gerardi, la scrittrice Giulia Scomazzon e il fondatore di Edicola Antonio Brizioli. I posti sono limitati, quindi per partecipare dovete fare così: iscrivervi alla nostra newsletter Agenda e compilare il form che vi invieremo. Poi ci faremo sentire noi. 

Edicola 518, a dieci anni esatti dall’apertura, diventa una «oasi urbana per l’esibizionismo culturale». Il chiosco dei giornali rinuncia alla sua vena commerciale per diventare un avamposto per la lettura, il riposo, l’incontro e l’iniziativa culturale per la cittadinanza. Esibizionismo è la parola chiave di questa dichiarazione d’intenti, una parola che di solito si usa per descrivere qualcosa di eccessivo, di inutile, di volgare. Antonio Brizioli, che ha fondato Edicola 518 nel 2016, la usa in senso opposto. «Ribaltiamo in positivo il concetto di esibizionismo – spiega – ritenendo che in questi tempi di difficoltà culturale la lettura non possa essere più solo un privato esercizio intellettuale ma debba essere un gesto da ostentare su pubblica piazza, per propagare l’abitudine e innescare reazioni a catena positive». È un manifesto e come tutti i manifesti contiene un’intuizione precisa: il problema della lettura oggi non è solo la mancanza di tempo o di voglia, ma la sua invisibilità. Leggere è diventato un’attività solitaria, da svolgersi in silenzio, nel privato (sul divano, sul telefono), qualcosa che non si vede e che, se si vede, vale immediatamente l’accusa di “performatività”. Edicola 518 vuole metterla in piazza, la lettura. Letteralmente.

Ma per capire cosa sta succedendo adesso bisogna tornare al primo giugno 2016, quando un gruppo di scrittori, artisti e studenti riattivava un vecchio chiosco di giornali in via Sant’Ercolano, nel centro storico di Perugia, decidendo di trasformarlo in qualcosa che non esisteva ancora. L’idea è semplice e radicale insieme: non stravolgere la funzione dell’edicola, non farne un bar o uno studio o uno spazio eventi, mantenendone solo l’estetica per scopi di legittimazione e promozione. Al contrario, tenere l’edicola per quello che è (il punto d’incontro tra le persone e la carta stampata) e rinnovarne il senso. Portarci dentro i magazine indipendenti che non si trovano da nessun parte, i libri d’artista, le pubblicazioni di nicchia che arrivano da tutta Europa e che altrimenti esistono solo nelle fiere specializzate o online. Il progetto funziona. Ne parlano Monocle e il Financial Times, le università ci fanno lezioni, i festival invitano i fondatori. In dieci anni, questi ultimi organizzano oltre duecento eventi nello spazio pubblico della città. Diventano cooperativa, aprono una libreria (Paradiso 518) e un’enoteca di quartiere (Quasi 518). Quello che hanno fatto a Perugia viene imitato in decine di altre città italiane, con variazioni e interpretazioni diverse, ma con la stessa logica di fondo.

La riapertura di Edicola 518 – lo scorso 1 giugno – non è stata solo una celebrazione ma anche una trasformazione. L’edicola rinuncia alla sua attività commerciale, ma con il progetto di design di Giuseppe Arezzi cambia vita diventando L’Edicola che vorrei. Non è un’installazione, non è arredo urbano nel senso convenzionale, non è una piazza. È un mobile abitabile. Un volume in legno di rovere verniciato con una gradinata all’interno, moduli che fungono da sgabello e da leggio, nuovi infissi che diventano sistema espositivo per pubblicazioni consultabili gratuitamente. Il tutto caratterizzato dal colore rosso. Al centro c’è una fontana in acciaio inox da cui zampilla acqua potabile e gratuita perché «l’acqua potabile è un bene primario, esattamente come lo è l’informazione di qualità», dice Arezzi. «Inserirla in questo contesto significa restituire un valore sociale e un servizio concreto alla comunità». C’è anche Ambo, uno sgabello-leggio progettato specificamente per le scalette di Sant’Ercolano. È alto giusto quei venti centimetri  in più, per compensare il dislivello del gradino, trasformandolo in seduta o in display espositivo per libri e riviste.

C’è una domanda che vale la pena farsi, leggendo tutto questo: perché adesso? Perché celebrare i dieci anni di un’edicola rinunciando a fare l’edicola? La risposta più ovvia è anche quella più vera: perché il modello commerciale delle edicole è al collasso, e quello che rimane in piedi non è il negozio ma il presidio. Le edicole italiane hanno perso negli ultimi vent’anni una quota enorme di fatturato, di clientela e di punti vendita. Chi è sopravvissuto lo ha fatto spesso reinventandosi come tabaccherie, biglietteria, punto di ritiro pacchi. Edicola 518 ha fatto una cosa diversa: ha preso la funzione sociale del chiosco, quella che non si può digitalizzare e non si può consegnare a domicilio, e l’ha resa esplicita, l’ha riprogettata, l’ha trasformata in un oggetto con una forma precisa e un’intenzione dichiarata. Il risultato è uno spazio che non chiede niente in cambio, chiede solo che tu ci stia, che tu legga, che tu esista in uno spazio pubblico insieme ad altri. È una proposta che sembra rivoluzionaria. E forse lo è.

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