Un papiro risalente all'Egitto tolemaico, che contiene tre versi assenti nella versione canonica dell'opera.
Nel 2023, Monster Children pubblicava un’intervista dal titolo “Geese Are A Band You Should Know”. Raramente un pezzo è invecchiato così in fretta. Era appena uscito l’album 3D Country, e i Geese erano allora una band emergente interessante e, appunto, da conoscere. Il dialogo – definito «infruttuoso» dal giornalista, che racconta di aver dovuto «eliminare metà del materiale perché è una digressione, è incomprensibile o è provocatorio» o è «tempo speso a scherzare e a farci ridere a vicenda» – si chiude con una sarcastica citazione dei Beatles da parte dal frontman Cameron Winter che, alla domanda sulle sue aspirazioni, risponde: «Penso che i Geese, come band, stiano cercando di essere più grandi di Gesù. In definitiva, stiamo cercando di sostituire il Cristianesimo».
Oggi quel claim suona profetico. Un anno dopo quell’intervista, nell’arco di nove mesi, l’uscita dell’album solista di Cameron Winter, Heavy Metal, e di Getting Killed dei Geese, che non ha bisogno di presentazioni, ha proiettato il quartetto newyorkese nello stardom (e anche all’Unaltrofestival di Milano, il 19 agosto, con giubilo dei fan italiani, come si è visto sui social nelle ultime 48 ore).
Fumo d’erba a maratone di Mario Party
I da poco ventenni Cameron Winter (voce, piano, chitarra), Emily Green (chitarra), Dominic DiGesu (basso) e Max Bassin (batteria) hanno trascorso quasi metà della loro vita a suonare insieme. I Geese nascono nel 2016 a Brooklyn, quando i quattro sono amici di scuola superiore. La loro febbrile produzione prende avvio nel 2018, con un album e due EP nell’arco di due anni (oggi rimossi dalle piattaforme di streaming), anche se la band minimizza, sostenendo di aver lavorato «lentamente, immersi in una nebbia di fumo d’erba e persi in maratone di Mario Party». Nel 2020, sul punto di sciogliersi per andare al college, arriva la provvidenziale firma con Partisan Records (la stessa etichetta di Idles e Fontaines D.C.). Seguono Projector (2021) e 3D Country (2023), apprezzati dalla critica ma senza clamore; il resto è storia.
Se si digita “miglior album 2025” su Google, Getting Killed compare al terzo posto, dopo Debi Tirar Más Fotos di Bad Bunny e Lux di ROSALÍA. Questo quando canzoni dei primi due dischi toccano rispettivamente un miliardo e mezzo e un quarto di miliardo di stream su Spotify, mentre Getting Killed arriva “solo” a 16 milioni, con Au Pays du Cocaine. Basta questo a intuire la peculiarità del fenomeno. Lo status dei Geese, insieme mondiale e relativamente di nicchia, si spiega con una fanbase hipster (già ampiamente bersaglio di meme), con gli endorsement di Cillian Murphy (“ossessionato” dalla band) e Nick Cave (che sul suo blog ha definito Heavy Metal «sorprendente e stravagante», «un oggetto tormentato e meraviglioso», con una voce «gloriosa ed emotiva» e testi «brillanti e folgoranti»), ma soprattutto con un unanime entusiasmo critico.
Getting Killed e Heavy Metal compaiono in tutte le classifiche dei migliori album dell’anno più autorevoli: Pitchfork (rispettivamente al settimo e al terzo posto), Rolling Stone (quinto e trentaduesimo), Guardian (Geese al nono posto), New Yorker (primo posto, in quanto «art for an artless era»), e persino Rivista Studio, che ha menzionato entrambi i dischi nella propria selezione annuale.
“Il rock è rinato” è una formula che ha perso qualunque credibilità a forza di essere ripetuta a partire dal preciso momento in cui il rock è stato dichiarato defunto (altra espressione abusata ad nauseam), ma forse questa volta possiamo permetterci di enunciarla credendoci davvero. Getting Killed non è soltanto una mosca bianca nel panorama del rock contemporaneo: lo è nell’intero ecosistema musicale attuale, considerando l’età dei suoi autori. Se, come ha scritto GQ, i Geese sono «la prima grande band rock americana della Gen Z», forse sono anche la prima band Gen Z in assoluto a essere presa sul serio. E tutto questo senza che nessuno prendesse sul serio l’accusa, ormai automaticamente ricevuta da chiunque abbia successo, di essere un industry plant, cioè un’operazione di marketing concepita dall’industria musicale per costruire a tavolino la prossima icona generazionale, calibrata per massimizzare gli stream e comparire nei TikTok.
«La gente vuole roba vera»
Se è vero, come ha scritto Rolling Stone, che la loro musica «ricompensa sia un breve attention span sia un deep listening», per zittire i più cinici basta il brano di apertura di Getting Killed, Trinidad, il cui ritornello vede il frontman urlare ripetutamente «THERE’S A BOMB IN MY CAR» su un’informe esplosione sonora (e sulle grida aggiuntive di JPEGMAFIA). Le selvagge oscillazioni vocali e le cacofonie strumentali farebbero rabbrividire qualsiasi executive in giacca e cravatta intento a osservare grafici dietro le vetrate di un grattacielo asettico. Infatti, i produttori hanno tentato di far accantonare Heavy Metal a Cameron Winter: Tim Putnam, presidente di Partisan Records, racconta di avergli detto, dopo aver ascoltato il disco finito, che «dal punto di vista strettamente commerciale, non ero sicuro che l’album gli avrebbe consentito di lasciare la casa dei suoi. Cameron mi ha risposto: “Non ho fatto questo disco pensando alla sua vendibilità. La gente vuole roba vera”. Adesso vive in un appartamento suo».
Per quanto riguarda la loro spudorata curiosità e libertà iconoclasta, i Geese non hanno accettato compromessi, e oggi sono proprio quelle qualità rare a costituire la loro firma distintiva e a generare dipendenza dal primo ascolto. Non fanno propri i tropi del rock, ma la sua anima: per questo, pur essendo saldamente e indiscutibilmente una band rock, risultano inclassificabili. Lo dimostrano i tentativi di etichettarli – indie rock, art rock, art punk, post-punk, neo-punk, experimental rock, prog rock – e paragonarli (con Television, Led Zeppelin, Strokes, Rolling Stones, Radiohead, LCD Soundsystem, Deep Purple, Gang of Four, Tom Waits, Lou Reed, Leonard Cohen).
Forse la descrizione più accurata è quella della pubblicazione satirica The Onion, che sintetizza l’identikit di Cameron Winter con «Vocal Style: A lot; Biggest Musical Influence: Spotify Smart Shuffle». Non saranno gli stessi artisti a contraddirla: quando è stato chiesto loro a chi si fossero ispirati per Getting Killed, il batterista ha risposto «Principalmente Beethoven«, e Winter ha aggiunto Ravel, per poi citare gruppi inesistenti inventati sul momento (Cheese Boys, Cornbread Sally).
Sarcasmo e umorismo infantile attraversano ogni intervista dei Geese, sia per un’indole personale che emerge anche nella loro musica, sia come strategia per sottrarsi a risposte univoche, anche quando esprimono preoccupazioni apparentemente sincere. Come esempio, il commento di Winter su Getting Killed, alla luce del suo enorme successo: «Ogni volta che in passato abbiamo finito un album, ricevevamo una telefonata tipo: “Rifate il disco”. E dovevamo lottare per non rifarlo. Ma questa volta tutti dicevano: “È fantastico! Pubblicatelo!”. E quindi eravamo un po’ sospettosi. Tipo: cavolo, stiamo davvero perdendo colpi. Una volta eravamo cool, adesso abbiamo solo sfornato un prodotto». A noi il compito di misurare il grado di sincerità in queste parole.
In un raro momento di limpidezza, Winter ha ammesso che «mi sento cringe ogni volta che parlo della mia musica». Anche se ha più diritto di me di dirlo, non posso che concordare: è molto più semplice scrivere del fenomeno Geese che della loro musica (come, convenientemente, ho fatto finora). Da un lato si potrebbe parlare di Getting Killed per ore senza scalfirne la superficie, e un vocabolario intero non basterebbe a descriverlo; dall’altro, ogni parola appare inadeguata, la musica sfugge a ogni definizione. Si può menzionare l’imprevedibilità di ogni traccia, un’ingenuità che sembra poter appartenere solo a chi non è mai stato influenzato da altra musica oppure a chi è capace di condensarne l’intero patrimonio in una manciata di canzoni. Si potrebbe parlare della cantilena biblica da predicatore del cantante, che nella sua follia lamentosa resta comunque autoritario e dolce. Oppure l’euforia liberatoria che insorge nei brani più popolari, che parla a un istinto profondamente umano e che ha dato vita a un trend social in cui semplicemente dei ragazzi, camminando per strada, iniziano a trotterellare e saltellare al culmine del crescendo di Taxes («be free white boys, be free», recita il commento con più like).
Quel format di reel comunica la musica dei Geese meglio di qualsiasi parola. Tentare di descriverla fedelmente sarebbe goffo e macchinoso, e soprattutto inefficace. Cristallizzarla in un’etichetta sarebbe un peccato capitale. È una musica limpida e specifica, e al tempo stesso completamente inafferrabile. E quel tipo di musica che suscita sensazioni chiarissime per le quali non esistono parole è un dono più unico che raro. I Geese questo dono ce l’hanno fatto a vent’anni. Certo, la loro musica non possiede ancora la maturità di quella di altri membri di questo olimpo, ma ha tutti i presupposti per acquisirli; è una scintilla abbagliante, una scheggia che promette grandezza.
Quindi non mi spingo oltre, memore della lezione di Mark Fisher, forse il miglior critico musicale mai esistito, proprio perché era molto più e molto altro che un critico musicale. Fisher teorizzava la sparizione del futuro, sconfitto da un presente ripetuto in eterno, in ogni forma culturale e politica. Per questo criticava non solo e non tanto i prodotti musicali, ma il ruolo stesso del critico, che nel momento in cui decreta qualcosa come “nuovo” lo incasella nel sistema, lo commercializza e, in ultima analisi, lo rende vecchio. Non servono critici per sapere che i Geese sono quanto di più nuovo e incontaminato si sia ascoltato da tempo, e proprio per questo non andrebbero definiti, forse nemmeno capiti, non ancora. La scheggia impazzita non deve rallentare, la scintilla deve continuare a bruciare. Forse questa volta il fuoco può attecchire e diventare incendio.
