Verrà presentato a settembre al New York Film Festival, è un corto che racconta la vita della leggendaria batterista Paula Spiro.
If it gets too real, you can always turn it off: se diventa troppo vero, puoi sempre spegnere. È questo lo slogan di Camp Miasma, il dettagliatissimo e decennale franchise horror slasher che la protagonista del nuovo film di Jane Schoenbrun, appena uscito e distribuito nelle sale da Mubi, è chiamata a resuscitare dopo un codazzo di sequel e reboot di scarsa qualità. È anche la radice della natura orrorifica non solo di questo film, ma dell’intera filmografia dell’artista, che ruota attorno alla tangibilità, all’incarnazione nel mondo reale delle serie tv e del cinema che hanno plasmato l’identità dei suoi protagonisti.
Succedeva in I Saw the TV Glow, dove due teenager dovevano affrontare la cancellazione traumatica dello show televisivo adolescenziale preferito, attorno a cui avevano costruito la loro identità e la loro amicizia. Succede di nuovo in Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte. L’arte plasma così tanto e così a fondo l’identità dei protagonisti che Gillian Anderson interpreta la Gloria Swanson delle final girl dei film slasher anni Ottanta, ritiratasi dalle scene e volutamente reclusa in una grande proprietà che altro non è che il set del primo, liminale film fondativo del franchise.
Film inesistente di un franchise totalmente inventato, di cui vediamo ampi stralci nel corso della pellicola, ricostruiti con maniacale e certosina cura dal team di Schoenbrun. Camp Miasma è quasi un video essay che guarda all’eredità complessa e talvolta problematica di grandi saghe horror come Nightmare, Venerdì 13 e Halloween e di tutto lo slasher che vive nell’ambiguità (spesso spinta fino alla pura misogina) di un voyeurismo cinematografico in cui la cinepresa insegue belle ragazze barbaramente penetrate da lame e motoseghe, salvo poi che una di loro ribalti questa logica, sopravvivendo e talvolta uccidendo a sua volta.
«Non sono cresciuta con Bergman, guardavo Buffy in tv»
A rendere unica la voce autoriale di Schoenbrun è il modo in cui abbraccia un genere che l’ha cresciuta – «Non sono cresciuta con Bergman, guardavo Buffy in tv», ha detto a Deadline – abbracciandone appunto limiti e problematicità.
La scena forse più ambiziosa dal punto di vista tecnico, è quella in cui il killer di Camp Miasma, Little Death, esce dal lago attorno a cui è costruito il campeggio al centro del franchise e dà il via a una mattanza sanguinosissima, con fiotti di sangue rosso brillante e teste mozzate che rotolano nell’erba. La testa coperta da una ventola per l’aria condizionata quadrata diventa la prospettiva di molte sequenze, ricostruite certosinianamente anche nei limiti tecnici, nella grana grossa della pellicola mal fotografata, nella sfocatura dei film a basso budget dell’epoca. Schoenbrun ne ha fatto una cifra stilistica, di questo abbracciare il cinema che l’ha formata come artista, abbracciarlo anche nella sua bruttezza, nel suo essere sgraziato, nel suo desiderare i corpi e le menti femminili che tormenta.
Quello che mette in scena, e trasfigura, attraverso l’imbranata e saccentissima protagonista (interpretata da Hannah Einbinder) è l’esperienza sua e di migliaia di persone, spesso parte di comunità marginalizzate o minoranze, che in quella stessa problematicità legata al desiderio queer, alla sua esplorazione e alla successiva, violenta moralizzazione, hanno trovato un’allegoria di sé. Una lettura che non era lì in origine, un’etichetta messa a posteriori ma che, per il pubblico che la applica, diventa parte del legame emotivo inscindibile con l’opera, alternando momenti di violenta consapevolezza analitica dei suoi limiti, enunciati con una certa prosopopea accademica, a passaggi in cui si gode con infantile trasporto di un qualcosa che piace perché sì, perché è stato importante per il sé passato e verrà ferocemente difeso dal sé presente.
L’orrore è mischiare arte e capitalismo
C’è tantissimo dell’autobiografia di chi ha scritto Camp Miasma nella protagonista Kris William, filmmaker queer che ha raggiunto una certa stima in ambito critico girando «un remake di Psycho dalla prospettiva della tenda da doccia» come allegoria dell’esperienza del pubblico transgender di fronte a un film che era invece fortemente transfobico. Se, come e forse più delle prime tre pellicole di Schoenbrun, Camp Miasma pecca di saccenteria (solo a tratti giustificata), è quando racconta con brutale ironia la sé di oggi che il film trova i suoi momenti migliori. Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte esplora con toni comico-grotteschi il suo presente di cineasta nota ma non davvero affermata, apprezzata più per questioni accademiche che per risultati commerciali, che vive la continua tensione di sedersi ai tavoli di Hollywood e presenziare a Zoom call con produttori e PR, sapendo di essere una delle rare voci che porta con sé l’esperienza queer, di disforia e di transizione. La pressione e la nevrosi di doverlo fare in un’industria che tutte queste componenti, bene che vada, le userà come token per rendere appetibile presso un certo pubblico uno sforzo artistico che è anche un prodotto commerciale.
Camp Miasma racconta anche e soprattutto la difficoltà di creare qualcosa di autentico in un’era di iperconsapevolezza non solo da parte degli artisti, ma anche e soprattutto del pubblico, che ha al contempo reazioni emotive fortissime ma estremamente codificate a ciò che consuma, letteralmente. È la frustrazione dell’artista inserito in una logica capitalista che vorrebbe rifuggire, ma che deve sfruttare per riuscire a traslare la propria voce personale in qualcosa che è al contempo un prodotto e un’espressione d’arte e di sé.
Camp Miasma ribadisce quanto questo modo viscerale, eppure estremamente mediato, di vedere film e serie tv dia un’estrema tangibilità, una fisicità a qualcosa che dovrebbe rimanere impalpabile e astratto come l’immagine su grande schermo. Quello di Camp Miasma è dunque un mondo codificato da appetiti e reazioni infantili nella loro visceralità, che dal cinema si estende al cibo, che le protagoniste mangiano mentre discutono del possibile cameo di una nel film reboot dell’altra, fino all’intimità venata di sfumature materne che sviluppano tra loro.
Una perché protagonista di un film dai forti sottotesti sessuali in un’industria all’epoca predatoria in cui è entrata da adolescente. L’altra perché ancora incapace di vivere con accettazione la propria sessualità queer, le due protagoniste di Camp Miasma portano su grande schermo un altro cruccio del presente: la dimensione della sessualità come pianta spinosa, irta di traumi antichi e identità presenti, rivendicate ma ancora non pienamente accettate. La regista, intrappolata in un’ingeneroso rapporto poliamoroso e che fatica a lasciarsi andare a letto, ha vissuto quasi come un’iniziazione la prima volta su grande schermo della final girl di Camp Miasma. Attrice che ora è una cougar a metà tra diva hollywoodiana del muto (con tanto di turbanti e pellicce) ed eremita sui generis, che si fuma ogni sera una canna. Una donna che in quel film che l’ha resa celebre vede qualcosa che aveva da ragazza e che, prima che le venisse tolto, è stato immortalato su pellicola e consumato da milioni di persone come narrazione, pur rimanendo per lei un’esperienza autentica e fondativa. Lei non può spegnere, non può farlo davvero, se diventa troppo vero.
A rendere ancora più potente questo discorso è la scelta di Gillian Anderson per il ruolo, volto iconico e sogno erotico di un’intera generazione di spettatrici queer (e non) degli anni Novanta, quando anche i misteri alieni e le impasse produttive di X-Files suscitavano un’ossessione e una devozione simili a quelle raccontate da Camp Miasma.
La differenza tra finzione e realtà
A fare davvero paura, ma a diventare alla fine liberatorio, è lasciare appunto che il cinema contamini la realtà. Nella pellicola Kris si “sblocca” dal punto di vista sessuale, non a caso, quando viene inseguita da Little Death, braccata, mezza svestita e coperta di sangue, vivendo finalmente in prima persona tutto quell’immaginario attraverso cui per anni ha tentato di capirsi. È la capacità di quest’autrice di catturare la bellezza anche nel risvolto più mercenario, industriale e sfruttatore di un certo cinema che l’ha cresciuta, aiutandola a capirsi.
I titoli di testa che aprono il film mostrano in rapida sequenza una serie infinita d’incarnazioni capitalistiche e industriali di Camp Miasma, dal suo successo iniziale alle operazioni più becere. Si direbbe oggi che è la costruzione di una lore attraverso un merchandise immaginario realizzato per l’occasione: la grafica delle jacket delle videocassette prima e dei DVD poi, gli articoli di giornale con i titoli pieni di giochi di parole, i giochini nei cereali per la colazione, i videogiochi per PC di bassa lega, le action figure e ogni possibile oggetto in plastica e derivati del petrolio si possa immaginare.
Questa galleria di oggettistica di largo consumo è il punto più basso nel tentativo di chi detiene i diritti dell’opera di fare leva sulla risposta emotiva a un’operazione commerciale campata per aria, che ha trovato per sbaglio il successo (e a cui altri, con analisi e terminologie accademiche, hanno cucito addosso un senso che in origine non c’era). Con grande talento artistico, Schoenbrun trasforma queste chincaglierie in una sequenza appagante a livello visivo e semanticamente rivelatoria: è l’occhio del fan, del collezionista, l’amore con cui ricostruisce e custodisce oggetti pensati per un consumo di massa veloce e indistinto, a dare ancora una volta il senso e il valore di quello che in origine era solo l’ennesimo sfruttamento commerciale.
Non è semplice, suggerisce Schoenbrun, accettare che ciò che abbiamo amato, e che per noi è stato formativo, non contenesse nelle sue intenzioni e motivazioni ciò che poi gli abbiamo attribuito. Magari è anche stato realizzato da persone e artisti umanamente riprovevoli, magari l’esperienza di chi gli ha prestato le proprie fattezze e la propria corporeità è stata traumatica, mentre per lo spettatore si è sviluppata la strana familiarità di sentirsi a proprio agio con una persona che in realtà non ha mai incontrato, perché per anni si è identificato nel suo personaggio, nel suo lavoro.
Il punto è dunque capire che il valore aggiunto siamo noi: la nostra passione, il nostro sentire, la nostra esperienza, che possono avere come oggetto d’amore e punto di partenza un prodotto culturale popolare, low brow, magari persino qualcosa di oggettivamente scadente. Se un film come Camp Miasma (l’horror slasher dentro il meta-horror di Schoenbrun) ci aiuta a capirci, a metterci a fuoco, se ci dona un po’ di piacere edonistico, ancorché problematico, prendiamone e godiamone con infantile e genuino trasporto. Impariamo a rimanere reattivi, curiosi, a non trasformare la consapevolezza postmoderna in un velo di cinismo che ci impedisca di vedere e vivere davvero la prossima rivelazione, nascosta chissà dove: nell’alto o nel basso, nel kitsch o nel camp.
