Francesca Michielin tra magia bianca e riflessioni oscure

Magia bianca è il titolo del suo nuovo disco. Riflessione oscura, quello della storia che ha scritto per Supergirl. Ci ha raccontato entrambi in questa intervista, in cui abbiamo parlato anche di solitudine, AI, politica e fantasy.

21 Giugno 2026

Dice Francesca Michielin che dopo aver lavorato a Magia Bianca, il suo ultimo disco, ha capito quanto sia importante prendersi il proprio tempo e non avere fretta. Ha deciso di scrivere queste canzoni con l’obiettivo di creare qualcosa di preciso: un rito collettivo e uno spazio in cui stare insieme. Spera che la sua musica parli al cuore e non solo alla testa delle persone. Ha studiato, si è preparata e ha finito per convivere con sé stessa per mesi interi, costretta in una solitudine a volte soffocante. La storia che ha scritto per Supergirl, contenuta nell’antologia Supergirl – Il Mondo, sceneggiata da Irene Marchesini, disegnata da Federica Croci, pubblicata da Panini Comics e disponibile anche in un volume speciale, è stata la risposta a un’altra necessità: esplorare il tema supereroistico da un punto di vista altro, diverso, più umano.

Riflessione Oscura è ambientata a Lecce, in Italia, dove Kara/Supergirl si è trasferita per studiare. Non la vediamo mai in costume (a parte, chiaramente, nell’immagine di copertina). E quella che leggiamo è unicamente la sua voce, persa in un dibattito continuo tra la persona che è e quella che gli altri si aspettano che sia. Non è una storia che riscrive il canone o il personaggio: è una storia intima, delicata, fatta di dubbi e solitudine. La bellezza, dice Francesca, sta dove si resiste, dove la gentilezza e l’empatia sono rispettate e presenti; sta, poi, nella consapevolezza dell’altro e non solo di sé stessi.

ⓢ Perché per questa storia di Supergirl hai deciso di parlare del rapporto che si crea tra le due identità del personaggio?
Se ripenso al mio rapporto con i supereroi, capisco che quello che mi è sempre piaciuto di più è il modo in cui veniva raccontata la loro umanità. È un discorso ancora più ampio, perché riguarda anche i manga majokko, di cui sono una grande fan. Se parliamo di supereroi, mi viene in mente Spider-Man, che è probabilmente il mio preferito. Parlare della persona, della sua fragilità e di ciò che lo avvicina a tutti gli altri, come nel caso di Peter Parker, mi ha sempre colpito. Quindi non volevo parlare tanto dell’aspetto dell’invincibilità, dei poteri o delle capacità fuori dall’ordinario, quanto dell’aspetto più umano e incerto.

ⓢ Nel caso di Supergirl, come si traduce questa cosa?
Nel caso di Supergirl ho deciso di partire da qui. È un tema che mi sta a cuore, e Supergirl, che fa parte di un immaginario carico di invincibilità, può essere quasi vista, da aliena, da kryptoniana, come una non-umana. L’abbiamo inserita all’interno di una realtà più piccola, quasi provinciale, e questo le ha permesso di riflettere su sé stessa e sulle aspettative che ci sono su di lei; e magari, le ha permesso di ammettere di non farcela, di non essere sempre all’altezza. Insomma, abbiamo provato ad andare oltre il solito tracciato.

ⓢ Hai recuperato qualche fumetto prima di scrivere questa storia?
Se devo essere onesta, no. Non volevo farmi influenzare troppo. Volevo scrivere una storia mia, senza provare a citare o a rimandare ad altre cose. Ho studiato, questo sì, la base dell’immaginario dell’universo DC, con Superman e Supergirl, proprio per avere un’idea più chiara e precisa. Per il resto, ho cercato la mia strada.

ⓢ Che cosa hai provato a evitare?
Non volevo fare un compitino. E non volevo nemmeno farmi travolgere dall’ansia. So benissimo di essere estranea rispetto al mondo del fumetto – sono una lettrice e un’appassionata, ma non faccio fumetti –, e quindi ho cercato di immaginare una storia che a me, come lettrice, avrebbe fatto piacere leggere. Qualcosa che magari non avevo letto, che non avevo ancora trovato, e che però potesse rappresentare un punto di contatto anche per gli altri lettori, quelli occasionali, non per forza appassionati di Supergirl o della DC. Poi chiaramente c’è stato un lavoro di squadra: io ho scritto circa dieci pagine di soggetto, ma della sceneggiatura si è occupata Irene Marchesini, mentre dei disegni si è occupata Federica Croci. Sono stata molto descrittiva, e ho provato ad aggiungere un elemento un po’ più tecnico.

ⓢ In che senso?
Sono partita da una domanda: che cos’è che, nel 2026, non dovrebbe mancare nella tuta di una kryptoniana, che di fatto si nutre di energia solare? E all’inizio, nel mio soggetto, ho parlato dei nanofili fotovoltaici, che sono una tecnologia minuscola simile ai pannelli solari: permettono di raccogliere e accumulare energia solare. Ho fatto diverse ricerche per questa storia; mi sono divertita a immaginare più aspetti.

ⓢ Hai sfruttato questa storia per provare a parlare anche di te stessa?
Sinceramente no (ride, ndr). Sono in una fase della mia vita in cui mi sento piuttosto risolta come artista. Non so dirti se sia effetto dell’età o il fatto di essere diventata zia, ma ogni volta che vedo dei bambini o dei ragazzi, specie ai miei firmacopie, che mi dicono: sono nato l’anno in cui hai vinto X-Factor, sono cresciuto con la mia musica, finisco per interrogarmi sul mio ruolo.

ⓢ E che cosa ti rispondi?
Che il mio compito è quello di fare canzoni capaci di stimolare gli altri. Io ho smesso di riversare me stessa e la mia vita in quello che scrivo; è una cosa che non mi piace più fare, e la rispetto per carità. Ora come ora, non ne sento il bisogno. Con le mie canzoni, provo a parlare a chi mi segue – quindi anche a quei bambini e ragazzi di cui ti parlavo prima – e, nel mio piccolo, a ispirarli.

ⓢ Qual è la responsabilità di chi fa musica? L’arte è sempre politica?
Io credo che tutto, alla fine, sia politica: anche come ci vestiamo, anche la spesa che facciamo, anche il modo in cui lavoriamo e il nostro stile di vita. Non ci si può immaginare come estranei alla politica se ci si muove all’interno di un contesto pubblico. Elisa, tanti anni fa, mi disse: nella vita puoi scegliere se fare il tuo mestiere con la magia bianca o con la magia nera; puoi scegliere se fare le cose dandoti una missione e un obiettivo o per opportunismo economico. Dobbiamo tutti campare, per carità. E dobbiamo vivere dignitosamente. Ma quando hai un microfono in mano, quando godi di una certa visibilità e una certa esposizione, non puoi negarti la possibilità e, per certi versi, il dovere di esprimerti.

ⓢ La magia bianca e la magia nera tornano, come sappiamo, anche nell’ultimo disco. È partito tutto da Elisa?
In realtà, è una cosa che mi è tornata in mente dopo aver finito l’album. A volte va così, no? Lavoriamo e agiamo in modo indipendente, salvo poi ricordare, alla fine, che di quella cosa o di quell’idea avevamo già parlato con qualcun altro. Ho fatto Magia Bianca di slancio: sono stata travolta dalla scrittura, e non mi sono fermata un attimo. Elisa e le sue parole mi sono tornate in mente solo poco prima dell’uscita del disco. Ogni cosa che sentiamo finisce per avere un impatto su di noi a livello inconscio, anche se ci pensiamo poco. Poi, con il tempo, trova la sua strada per riaffiorare.

ⓢ La magia bianca e la magia nera rappresentano i due estremi. E la magia rossa?
La magia bianca è la magia intesa come rituale comunitario, volta al bene degli altri; le streghe prima ancora di essere streghe erano guaritrici, delle donne che si davano da fare per gli altri. La magia nera, al contrario, è legata a tutto ciò che non è pensato per il bene comune, ma possiamo darle anche altri significati. La magia rossa è la magia dell’amore, di tutto ciò che ha a che fare con la passione. E poi c’è la magia verde che si potrebbe legare all’erboristeria.

ⓢ Sei diventata un’esperta, insomma.
Ho dovuto e voluto studiare. Una cosa che non amo è il citazionismo fine a sé stesso e questo vizio di parlare di cose a caso, perché fa figo. Per fare un disco che parla di streghe, di magia e di medioevo, dovevo essere consapevole di quello che stavo dicendo.

ⓢ Citazioni, però, ci sono anche in questo disco: penso per esempio ai cori, che richiamano Kate Bush.
Parliamo della musica che ho ascoltato e amato da bambina, e a parte Kate Bush c’è tutta quella musica degli anni Ottanta che ho sentito grazie a mio padre e a mia madre. E c’è anche la musica che ho ascoltato grazie a mio fratello, che ha dieci anni più di me. Tutta quella riflessione un po’ sperimentale che c’è stata negli anni Ottanta, tra musica e cinema, è molto presente in questo disco. Ho pensato a Labyrinth, a La storia infinita e anche a Fantaghirò: quella dimensione onirica che si respirava tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, che ti invitava all’evasione. E ho pensato a Dragonheart e a Il destino di un cavaliere, che hanno finito per influenzare l’immaginario di tantissime persone.

ⓢ Tu sei anche una lettrice di fantasy?
Da piccola sì, ero ossessionata dai fantasy. Ho letto Tolkien, ho letto Le cronache di Narnia; ovviamente ho letto Harry Potter. Poi c’è stato il momento dei draghi, con Eragon e Christopher Paolini. Ho letto Fairy Oak, e quando ero più piccola ho recuperato Nina – La bambina della Sesta Luna. Sono sempre stata una grande fan di quei libri, che poi però ho abbandonato. Mi sono lasciata convincere da questa idea che, crescendo, bisogna cambiare letture, che bisogna leggere cose più serie. Ma la verità è che in quei libri, secondo me, c’è tutto: riescono a insegnarti a vivere e a riconoscere ideali differenti.

ⓢ Tu sei scaramantica?
Lo sono solo fino a un certo punto. Con la scaramanzia rischi di perderti.

ⓢ Hai un rituale, una routine, prima di salire sul palco?
Prima di salire sul palco no, però ci sono dei momenti in cui percepisco che c’è qualcosa che non va, che ci sono delle energie che non mi piacciono, e allora metto in tasca un po’ di sale grosso e poi lo butto via (ride, ndr).

ⓢ Questo disco rappresenta effettivamente un nuovo inizio?
Sì, lo è. E lo è perché è un modo di fare musica che prima non avevo. Più che nuovo, è una specie di riconnessione con la me stessa di tanto tempo fa, con la me stessa che ha guardato Magica Doremi, che ha letto Il libro nero di Strega Salamandra, che ha rivisto mille volte Il destino di un cavaliere. È come se mi fossi riconnessa con quella Francesca lì e avessi fatto il disco che da piccola avrei sognato di fare. Quindi è nuovo, sì, ma è anche profondamente coerente con quella che sono.

ⓢ A parte la magia, intesa nel senso più classico, mi pare che in questo disco torni anche un certo paganesimo, con una visione di miracolo più universale e laica.
Secondo me il tema è che noi, come società e cultura, non dobbiamo perdere tutto ciò che è insondabile. Anche i greci, che avevano una cultura profondamente condizionata dal pensiero filosofico, davano importanza agli oracoli, a ciò che viveva oltre, e alla fine si rifacevano a qualcosa di superiore. Al di là di quello che poi uno crede, la magia ha a che fare con l’immateriale, prova a recuperare quella parte irrazionale che celebra le stesse comunità. Per questo disco ho approfondito anche i sabba, come sono nati e in che modo resistono oggi.

ⓢ E che cosa hai capito?
In Germania si festeggia Santa Valpurga, e si festeggia per celebrare il senso di comunità. Il 3 febbraio si benedice la frutta con San Biagio, il protettore della gola, ed è un’usanza che non si rifà soltanto al cristianesimo ma a una tradizione molto più antica. La verità è che ne abbiamo bisogno: abbiamo bisogno di altro, nelle nostre vite. La strega ha un grande rispetto per la natura e per la ciclicità della stagione. Sono cose che abbiamo perso, ma che ora stanno tornando – non mi riferisco alla magia o agli incantesimi; parlo proprio di quella dinamica lì, quella di comunità e condivisione, di rispetto e consapevolezza, che sempre più spesso ci chiedono di abbandonare. Oggi conta solo una cosa: il profitto.

ⓢ Dove sta la bellezza?
La bellezza, secondo me, sta nel resistere con gentilezza ed empatia, ricongiungendosi con questa dinamica di rispetto e di dialogo, esprimendo al massimo la gratitudine per il talento che ci è stato dato. La bellezza è tanto un pezzo di pane quanto un quadro: derivano entrambi dallo stesso concetto di artigianalità, di mettere a frutto il proprio talento in armonia con ciò che ci circonda.

ⓢ Quanto è difficile, oggi, trovare questa bellezza?
Molto. Siamo frenetici, abbiamo perso quell’idea di lentezza e di artigianato che secondo me è fondamentale. Dove si resiste, però, c’è sempre bellezza.

ⓢ Chi è stata la prima persona a cui hai fatto ascoltare Magia Bianca?
David Kosten (ride, ndr). È stato molto bello. Durante la lavorazione di questo progetto sono stata molto gelosa. Non avendo più un management, lavorando senza un vero filtro, ho voluto evitare troppe opinioni, perché possono essere quasi pericolose. Mi sono affidata a lui, che è un produttore che stimo moltissimo e con cui ho anche avuto l’onore di lavorare. Per me avere il suo benestare è stato importante.

ⓢ Tu quante volte hai riascoltato questo disco?
Ma guarda, durante la produzione e nella fase di mix sono stata molto attenta, ma a un certo punto ho lasciato andare i brani, non li ho riascoltati più; nella fase dei master, per dirti, sono intervenuta solo in casi eccezionali. Altrimenti rischiavo di finire in un loop sbagliato. Sono dentro queste canzoni da mesi, le altre persone no. Non posso starci troppo ancora.

ⓢ Come si capisce quando una canzone è finita?
Lo capisci e basta. Ci sono una tesi, un’antitesi e una sintesi. La tesi è la parte istintiva, quello che ti dice la pancia. L’antitesi è la parte tecnica. La sintesi, invece, è un insieme di cose: di consapevolezze, di impegni, di quello che hai fatto. E se mi sento a mio agio con la sintesi, se la mia pancia mi dice di nuovo che va bene, chiudo la canzone e vado avanti.

ⓢ È più importante la testa o la pancia?
Secondo me la pancia. Mia mamma mi dice sempre che esiste un tipo di musica che si ascolta con il cuore e un tipo di musica che si ascolta con la testa, e anche se ho studiato musica e apprezzo cose più strutturate penso che la musica debba sempre arrivare al cuore.

ⓢ Qual è il primo ricordo della tua infanzia che ti viene in mente?
Forse si tratta del giorno in cui ho iniziato ad avere una memoria, quando ho chiesto al mio papà di andare a Monte Carlo perché volevo fare lo stesso giro che facevano i piloti di Formula 1. E dopo aver percorso il circuito cittadino, ricordo che siamo andati al museo oceanografico: mi sono sempre piaciuti tantissimo gli squali e le balene. E mi ricordo che sono rimasta impressionata e che mio padre, tornando a casa, mi ha comprato lo squalo bianco della LEGO.

ⓢ Qual era la tua più grande paura da bambina?
Non trovare il mio posto. Sentivo di voler dare tanto, ma non sapevo se al mondo, se a chi stava intorno a me, quello che volevo dare potesse interessare. Sono contenta per tutte le cose che mi sono successe perché alla fine sono riuscita a trovare il mio posto.

ⓢ La sindrome dell’impostore passa mai?
Ho sofferto tantissimo, credimi. Ci ho lavorato in terapia, e ora, più o meno, direi che l’ho superata.

ⓢ Com’è stato sfogliare per la prima volta la tua storia di Supergirl?
Non sapevo assolutamente che cosa aspettarmi. Oltre a sublimare la mia idea, ho trovato uno stile di disegno commovente e delicato. Mi è piaciuto molto il modo in cui Federica ha sviluppato le immagini. Io che ho letto per una vita manga mi sono veramente emozionata davanti a una cosa del genere.

ⓢ Riprendo una cosa che hai detto poco fa: l’importanza del lavoro artigianale. Perché, allora, avete usato l’IA per i visual di Magia Bianca?
Non tutti i video sono fatti così, con l’IA. Ci tengo a specificarlo. Ma voglio dire anche un’altra cosa: non penso che l’IA sia uno strumento da demonizzare a prescindere, specialmente in un momento storico come questo, in cui non viene protetta l’ambizione artistica. Il mio progetto è sempre stato molto complicato, e non è assolutamente detto che si riescano ad avere le risorse economiche necessarie per, per esempio, girare un videoclip per ogni brano. La cosa fondamentale è che ci sia rispetto per le persone coinvolte. La copertina del mio disco è un dipinto; abbiamo fatto un videoclip con un budget importante e coinvolgendo tante persone. Non parliamo di un disco fatto con l’IA. Ci sono solo degli elementi che, onestamente, non sarei riuscita a sviluppare diversamente, non avendo le risorse necessarie – lo ripeto. Bisogna essere lucidi in quello che si fa. Non abbiamo delegato niente a nessuno; abbiamo cercato un aiuto esterno. Il grosso è stato fatto con professionisti e un coinvolgimento attivo.

ⓢ A un certo punto ci si abitua all’adrenalina che si sente subito prima di salire sul palco?
Il giorno in cui mi abituerò smetterò di fare musica. Per me mantenere questa emozione, con questa densità, è fondamentale. Se faccio musica è perché mi piacerebbe lasciare agli altri qualcosa di importante, di mio, di intenso. Quello che provo ha un valore relativo. Non voglio rendere la mia musica solo soggettiva; voglio lasciarmi vivere dagli altri mentre sono sul palco, ed è indispensabile che tutti si sentano coinvolti.

ⓢ Che cosa significa “vivere un artista”?
Significa che un artista non deve mettersi su un piedistallo al di sopra del pubblico, ma stare al suo stesso livello se non, addirittura, al di sotto. E questo, ovviamente, non c’entra niente con la vita privata.

ⓢ Che tipo di solitudine è quella che si prova quando si è alla scrivania, da soli, e si lavora a un disco come questo?
È una solitudine che a volte può essere logorante, perché sei tormentato dai dubbi, ti senti sopraffatta ventiquattr’ore su ventiquattro. Arrivi al punto in cui pensi di star perdendo tempo anche quando ti fai una doccia. Ho imparato a fidarmi del processo: in un modo o nell’altro, il disco e la musica trovano il loro tempo e la loro forma. Le risposte e le idee ti vengono con i giorni che passano, non puoi pretendere troppo da te stessa. Sicuramente, non puoi pretenderlo subito.

ⓢ Quanto è importante fare esperienza, e quindi provare, soffrire e sbagliare, per poter fare musica?
Secondo me è fondamentale. Il ruolo dell’arte, se parliamo in generale, è quello della catarsi, di provare a dare una dimensione collettiva dell’esperienza del singolo. Con la musica, puoi creare un ponte con gli altri, per rielaborare insieme quello che hai vissuto. Ed è il bello, se vuoi, del lavoro di gruppo. Bisogna vivere tante esperienze per poterle, poi, condividere. Senza però avere fretta. Quando chiuderò questo capitolo, non avrò l’ansia di aprirne immediatamente un altro. Secondo me non ha senso lavorare così.

ⓢ Che cosa hai imparato su te stessa lavorando a Magia Bianca?
Ho imparato che sono molto più forte di quanto pensassi. Adesso mi sembra di essere più centrata. Ero insicura delle mie capacità prima di questo disco, e ora sono contenta, perché ho sentito nuovamente un entusiasmo genuino entrando in uno studio di registrazione. A un certo punto, ho pensato di non avere più nessun talento per la musica e di dover fare qualcosa di completamente diverso. Con questo disco, invece, ho capito che tutti dobbiamo concederci il lusso di trovare il nostro tempo e il nostro spazio, per raccontare quello che solo noi possiamo raccontare. Se trovi la tua storia, non c’è niente che ti possa fermare.

ⓢ Che periodo è stato quello in cui hai pensato di aver perso qualunque talento?
È un pensiero che va e viene. Ci sono dei momenti in cui mi sento più sicura e altri in cui mi sento meno sicura. Dopo questo disco, ho capito che sono riuscita a raccontare quello che volevo nell’esatto modo in cui volevo farlo. Ed è una cosa molto gratificante. Non voglio dire che sia necessario vivere ogni disco come se fosse l’ultimo, ma in questo caso mi sono tolta la soddisfazione di fare esattamente il disco che avevo in mente e che ho sempre sognato. Dopo un’esperienza del genere, sento molta meno pressione.

ⓢ Dopo una parentesi così importante, dopo tutto questo lavoro, quanto è difficile passare oltre e lasciare andare queste canzoni?
Sicuramente non sarà facile. Però è stato un viaggio talmente bello che è giusto godersi questo momento di condivisione con le persone. Fa parte del gioco, dopotutto. E io ho imparato che ognuno deve rispettare il suo racconto e non avere fretta. Non serve lasciarsi travolgere dall’ansia di che cosa fare dopo. Quando ci sarà altro, quando ci sarà il prossimo progetto, sarà un processo naturale.

ⓢ Secondo te qual è la canzone migliore di Magia Bianca su cui ballare da soli?
Il canto delle anguane.

ⓢ E una canzone da ascoltare in spiaggia, insieme agli altri?
Sempre Il canto delle anguane (ride, ndr).

ⓢ E dopo che è finita una storia d’amore?
Feral Girl.

ⓢ Qual è, invece, la canzone giusta per ritrovare la speranza e guardare al futuro?
Strega Comanda.

Il 29 giugno, alle 18, Riflessione Oscura verrà presentata alla Mondadori del Duomo di Milano da Francesca Michielin, Irene Marchesini e Federica Croci e sarà disponibile in un volume cartonato, con interviste e contenuti speciali. Il preorder è già disponibile. Online sono state pubblicate le date del tour estivo, che copre buona parte della penisola, del tour nei teatri (Trento, Venezia, Torino, Ancona, Firenze, Bari, Bologna, Trieste, Padova, Roma, Milano e Napoli) e dei firmacopie di Magia Bianca.

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