È successo a Vinita Prabhakar: Bettering Myself, racconto del 2013 di Moshfegh, le è costato il posto al South Florida State College.
La differenza tra scrivere un buon memoir e una memoria che interessa a pochi, se non a nessuno, è tutta nella capacità di quello scritto di diventare universale. Del buon memoir leggi le parole e subito le senti che ti scendono dalla gola nello stomaco, e allora pensi: questa storia riguarda anche me. È per questo che siamo in così tanti ad avere dei pezzi di vita da decorare, anzi da rievocare, con dei versi di Francesco Guccini. Essere un grande poeta o cantautore popolare, d’altra parte, è anche o soprattutto questa cosa qui.
Di quella generazione di cantautori che è quasi tutta scomparsa Guccini era solo in apparenza quello più accessibile e schietto, perché anche se – sosteneva lui in certe interviste – scriveva la maggior parte delle canzoni in una notte sola, la sua lingua e la sua poesia sono versi e immagini di qualità letteraria sopraffina. Un esempio: «In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole, il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole», l’inizio di “Lettera”, che Guccini stesso aveva definito, in un’intervista di Guia Soncini per Review de Il Foglio, «un ricamo di rime interne, assonanze, concordanze». Questo non gli ha mai impedito di essere però anche trasversale, oltre che universale, e di unire le generazioni come nessuno di quella schiatta: anche i suoi ultimi concerti erano pieni di liceali, prima che si ritirasse dalle scene senza cambiare più idea.
Cantare l’amore e il suo contrario
Guccini, pur senza rimanerne mai intrappolato, ha cantato il culto di una giovinezza che abbiamo tutti attraversato o, più probabilmente, abbiamo sognato di attraversare. Difficilmente si troveranno versi capaci di descrivere l’ingenua magia dell’innamoramento, quella pienezza quasi estatica, meglio di quelli di “Farewell”, due righe soltanto: «E sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore». Ed è altrettanto precisa la tristezza nella scoperta dell’illusione: «Il peccato fu creder speciale una storia normale». Il culto della giovinezza – una giovinezza strappata alla politica reazionaria, e rivendicata invece come caciarona, spensierata, felice, svergognata – si celebra guardandola con nostalgia in “Eskimo”, ricordo stavolta dolce di un’altra storia passata, questa con Roberta Baccilieri, sua prima moglie, in cui Guccini canta una delle sue più grandi e semplici verità: che a vent’anni è tutto ancora intero, e che a vent’anni si è stupidi davvero.
Baccilieri ispirò poi la meravigliosa “Vedi cara”, la canzone d’amore meno appassionata, e allo stesso tempo più spietatamente vera, che ci sia, sull’incomunicabilità dell’amore: «Non capisci / quando cerco in una sera un mistero d’atmosfera / che è difficile afferrare, / quando rido senza muovere il mio viso, / quando piango senza un grido, / quando invece vorrei urlare». È invece la relazione successiva, da cui nacque la figlia Teresa, con Angela Signorini, che fece nascere un altro capolavoro d’amore o della fine di un amore come “Quattro stracci”. Ma il vizio di cercare a tutti i costi tracce di biografia nelle canzoni è un’attività noiosa che non restituisce niente, e anzi toglie soltanto, alle canzoni stesse, all’esperienza di ascoltarle, a quella magia ingenua e preziosa per cui nelle canzoni ci vediamo la nostra vita, come se fossero scritte apposta.
Narratore della provincia
È però un peccato e un delitto dirlo soltanto come cantante delle giovinezze e dell’amore, perché Guccini è stato anche un grande scrittore descrittivo. È per questo che, attraversando le campagne con il sole ormai calato e la fronte appoggiata a un finestrino di un Regionale, viene sempre da pensare alla perfezione toccata dal verso «le luci nel buio di case intraviste da un treno». Oppure, ancora in “Lettera”, l’arrivo della bella stagione in una domenica di caldo e finestre aperte: «All’una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti, le tv sono un rombo di tuono per l’ indifferenza scostante dei gatti». Uno stupido colpo di fulmine in quel racconto perfetto, carveriano, che è “Autogrill”, dove la barista è «bella d’una sua bellezza acerba, bionda senza averne l’aria, quasi triste, come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria».
In un Paese – in un continente, anzi in un mondo – che andava rapidamente urbanizzandosi (dal 50 per cento della popolazione degli anni ‘50 al 65 per cento degli anni Settanta), Guccini fu tra i pochi a continuare a celebrare la provincia, i margini, un’altra vita più antica, un’epica diversa da quella propagandata dall’instancabile progresso. La copertina di Radici, del 1972, è una foto tutta seppia, su cui sono riprodotti i suoi bisnonni e i loro quattro figli: i panciotti, i cappelli a tesa larga, i mustacchi del capofamiglia che davvero fa pensare che la via Emilia possa proseguire verso un West lontano e cinematografico. Nella title track canta: «E tu ricerchi là le tue radici / se vuoi capire l’anima che hai». È politica anche questa, diversa da quella più evidente de “La locomotiva” o di quella di “Canzone di notte n°2”, la sua rivendicazione di anarchismo: «Noi siamo gente che finisce male: galera od ospedale. / Gli anarchici li han sempre bastonati / e il libertario è sempre controllato dal clero e dallo Stato». Ma una delle sue migliori canzoni politiche, una delle più lungimiranti, a guardarla da questo povero, caldo, violento, tragico 2026, in cui l’impotenza, e non la speranza, è il sentimento dominante, è quella contenuta in “Addio”, uscita nel Duemila, un solo anni prima del G8 di Genova: «E dico addio al mondo inventato del villaggio globale, alle diete per mantenersi in forma smagliante, a chi parla sempre di un futuro trionfale, e ad ogni impresa di questo secolo trionfante».
Una storia normale
Sbagliamo quando cerchiamo, e lo facciamo spesso, di elevare un certo cantante appiccicandogli l’appellativo di poeta, o di scrittore. Ci sono poeti cattivi, ci sono scrittori tiepidi e senza gusto. Spesso, questi cattivi scrittori, o cattivi cantanti, si convincono che tutto sia straordinario, e che sia quel certo amore, e non il modo con cui lo si racconta, a essere il soggetto davvero importante di un libro, di una poesia, di una canzone. Francesco Guccini no. Sapeva vedere, invece, la bellezza in questa illusione sciocca, e scherzarla subito dopo senza però comprometterla. Sapeva toccare un senso più nascosto nelle stagioni, negli amori, nei litigi, nella nostalgia. Guccini è stato, tra le molte cose, il più straordinario cantante della normalità. Per ogni verso che abbiamo adottato, sentendoci visti e toccati – unici – c’e n’era un altro amaro, e più spesso ironico, a smentirlo. Una poesia minima, sempre a togliere e mai a caricare. La consapevolezza che «siam tutti uguali, e moriamo ogni giorno dei medesimi mali», che «siamo cattivi e buoni e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri, saggi, falsi, sinceri. Coglioni»: proprio quello che manca a un mondo in cui tutto e tutti devono, a tutti i costi, essere straordinari.
Nella foto: Francesco Guccini in concerto a Modena nel 2010, in occasione dei suoi 70 anni (Photo by Roberto Serra – Iguana Press/Getty Images)
