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Un collettivo di registi indipendenti ha fatto un film su Mark Fisher che verrà presentato anche a Milano S'intitola We Are Making a Film About Mark Fisher, mescola documentario, performance e finzione per provare a spiegare chi è stato Mark Fisher.
Il carcere di New York in cui è rinchiuso Maduro è lo stesso in cui si trovano tutti i detenuti più famosi del mondo Il Metropolitan Detention Center di Brooklyn è noto per aver accolto politici, boss e celebrità, ma anche per il pessimo stato in cui versa.
Stephen Miller, il più fidato e potente consigliere di Trump, ha detto che gli Usa possono prendersi la Groenlandia con la forza «Il mondo è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli», ha spiegato Miller, minacciando per l'ennesima volta la Groenlandia.
Mickey Rourke è indietro con l’affitto della sua villa di Los Angeles e la sua agente ha lanciato una colletta per evitare che venga sfrattato A quanto pare, l'attore deve al suo padrone di casa ben 59 mila dollari di affitti arretrati. Per sua fortuna, la raccolta fondi sta andando bene.
Uscirà una nuovo giocattolo simile al Tamagotchi ma “potenziato” dall’intelligenza artificiale Si chiama Sweekar, può diventare immortale (più o meno), ricordare la voce del padrone e anche rievocare momenti vissuti insieme.
Il Cern ha annunciato che il Large Hadron Collider, il più grande acceleratore di particelle del mondo, resterà spento per cinque anni a causa di lavori di manutenzione Lo stop durerà almeno fino al 2030 e servirà a potenziare il LHC, in modo da usarlo in futuro per esperimenti ancora più ambiziosi.
Una delle ragioni per cui Maduro è stato catturato sarebbero i balletti che faceva in pubblico e che infastidivano Trump Trump avrebbe interpretato quei gesti come una provocazione e avrebbe quindi deciso di dimostrare che le precedenti minacce non erano un bluff.
Gli sciamani peruviani che ogni anno predicono il futuro avevano predetto la caduta di Maduro Durante l'abituale cerimonia di fine anno avevano avvertito della cattura del presidente venezuelano, e pure di un'imminente e grave malattia di Trump.

Il mondo visto da una finestra

Una mostra ripercorre la storia della finestra, oggetto amato dagli artisti, protagonista dell’architettura da Oriente a Occidente e più che mai simbolica nell'era dei lockdown.

27 Novembre 2020

Ne Il mio anno di riposo e oblio la scrittrice americana Ottessa Moshfegh descrive con caustica freddezza l’esperimento di “ibernazione” narcotica di una ventiseienne dai molti privilegi e gli altrettanti guai. Rinchiusa in un lussuoso appartamento dell’Upper East Side di Manhattan, imbottita di psicofarmaci dai nomi altisonanti – Lunesta, Placidyl, Silencior, Infermiterol – la giovane vede «l’estate morire e l’autunno diventare freddo e grigio da una stecca rotta nella veneziana». Che giorno era? Era l’alba o stava tramontando? Non le importava.

Per i pittori romantici una finestra aperta simboleggia il desiderio di essere contemporaneamente dentro e fuori, su una soglia ambigua che confonde incertezza e familiarità. Spoglie o incorniciate da tende di tulle e mussola bianca, le immagini di finestre riempiono le pagine di agende e quaderni d’artista, moltiplicano con le loro vedute prospettiche gli spazi di musei e gallerie in Germania, Danimarca, Francia e Russia. «In lontananza tutto diventa poesia», scrive Novalis. «In lontananza», immagina attraverso un vetro la protagonista senza nome de Il mio anno di riposo e oblio, «la gente viveva la sua vita, si divertiva, imparava, guadagnava, litigava, camminava, si innamorava e si lasciava». Tutto diventa romantico. Oltre un secolo dopo, la finestra dipinta dai surrealisti è già rivelazione di un inganno, prova visibile della nostra incapacità di distinguere reale e immaginario: è “la condizione umana”, cui ironicamente allude l’omonimo quadro di Magritte del 1933. In modo analogo, negli stessi anni, l’architettura incornicia lo spazio esteriore, lo introietta con il selezionarne gli scorci da mettere in scena. Accade a Villa Malaparte, dove le grandi finestre del salone sono varchi per un paesaggio sublimato, quello scosceso e inaccessibile di Capri che lo scrittore Curzio Malaparte, proprietario e ideatore dell’opera con Adalberto Libera, inquadra in vedute abbacinanti – «ho comprato la casa già fatta», racconta, mentendo, ne La pelle, «io ho disegnato il paesaggio». La stessa terrazza diventa piattaforma di fruizione di un Mediterraneo mitico, finestra aperta su un panorama che di lì a poco catturerà anche Godard, il quale nel 1963 vi gira Il disprezzo: dove un tempo aveva passeggiato Malaparte sfolgorava ora il corpo statuario di Brigitte Bardot.

L’origine del paesaggio occidentale è qui, nell’invenzione della finestra come un quadro che si apre verso l’esterno e si lascia osservare. Alla Japan House di Los Angeles – ma anche online, prima di spostarsi a San Paolo e Londra – fino al primo marzo una mostra ne ripercorre la storia, in un confronto inedito con l’Oriente e le sue tradizioni. Curata dal Window Research Institute di Tokyo con la regia dello storico e critico dell’architettura Taro Igarashi, Windowology: New Architectural Views from Japan si apre con le immagini del Pantheon e della Vocazione di san Matteo di Caravaggio accanto a quelle realizzate in Giappone durante il periodo Heian con una tecnica chiamata fukinuki yatai, consistente nel “soffiare via il tetto” – letteralmente – dalla rappresentazione della casa per mostrare da una prospettiva aerea la vita che si svolge entro le sue mura. Un posto speciale nella trattazione del tema occupano le finestre rotonde, presenti tanto nelle case del tè quanto nelle cattedrali medievali, nonché nelle esortazioni moderniste di Le Corbusier a cercare ispirazione nei transatlantici. L’immagine dei veicoli progettati per solcare il mare viaggia attraverso i continenti insieme a quella delle navette spaziali e modella l’utopia metabolista dell’architetto giapponese Kisho Kurokawa e della sua Nakagin Capsule Tower, realizzata a Tokyo nei primi anni ‘70. Ironia di Jacques Tati, le gigantesche finestre a oblò di Villa Arpel nel film Mio zio (1958) ricordano gli occhiali di Le Corbusier e le stravaganze dell’architettura moderna.

A New York, intanto, dalla finestra del suo studio di Tribeca, il fotografo Arne Svenson ritrae il quotidiano degli inquilini del palazzo di fronte, un moderno condominio fatto interamente di vetro e acciaio. Il progetto, iniziato nel 2012 e intitolato The Neighbors, gli è valso diverse mostre – l’ultima alla Robert Klein Gallery di Boston – e una causa per violazione della privacy intentata da due inconsapevoli protagonisti. Data la natura artistica dell’opera, il giudice ha finito con il dare ragione a Svenson: per i soggetti immortalati non esiste privacy, i loro corpi appartengono al pubblico.

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