Lo strano desiderio di voler restare a casa

Con l’avvicinarsi del 4 maggio, alcuni di noi potrebbero provare nostalgia per quella solitudine che è diventata una piacevole routine.

29 Aprile 2020

Gli ultimi giorni di aprile, con un leggero maltempo che spazza l’Italia prima di lasciare spazio alle temperature davvero estive, sembrano perfetti per assaporare i sussulti finali della quarantena. Che qualcosa sta per cambiare si percepisce, come quando vediamo, da un traghetto, le coste della destinazione avvicinarsi, e lentamente farsi più grandi scoprendo il profilo della costa e poi del porto, e pensiamo se metterci in coda per scendere per primi oppure aspettare e fare con calma. È una di quelle scelte che non dipendono tanto da vantaggi o svantaggi, ma dalle diverse personalità. Allo stesso modo non tutti affronteremo con la stessa spensieratezza la fine dell’isolamento. Da quando il 4 maggio si fa più prossimo, le chat o le videochat con amici e parenti hanno iniziato a porsi il problema di dove vedersi, come, in quanti e quando: finalmente, dicono. A me capita di pensare: di già?

La sicurezza, con questo strano affetto verso il lockdown, non c’entra: non c’entra il rapporto R tra i positivi e i nuovi contagiati, non c’entrano le battute sugli affetti, i droni di sorveglianza delle amministrazioni più esaltate o le minacce dei presidenti di Regione. È qualcosa di più sottile che mi fa sperare che il lockdown – idealmente, soldi e figli permettendo – possa non finire così presto.

È un desiderio taciuto e poco razionale che riguarda, probabilmente, chi è riuscito a vivere la quarantena in solitaria, scoprendo un nuovo equilibrio, riuscendo ad adattarcisi e a trovarcisi inaspettatamente comodo. Non ha per forza di cose a che fare con l’introversione, questa volontà di non dover uscire subito: anzi, il lockdown come paradiso degli introversi è stata un’Arcadia presto smentita dai suonatori di piatti delle 12, dagli aperitivi su Facetime, dalle riunioni su Zoom ancora più frequenti di quelle già mitraglianti in carne e ossa del mondo prima. Rompere la quarantena, mi sembra, è come dover uscire da una vasca da bagno quando l’acqua è ancora piacevolmente calda. Come dover finire in fretta e furia un piatto che era appena stato servito.

Non è stato facile, naturalmente, adattarsi all’isolamento: gli affetti mancano ogni giorno, che siano amici o possibili congiunti. Mancano il contatto fisico, il piacere dei ristoranti, il sesso. Eppure, la gioia sottile di poter gestire in modo completamente autonomo la routine giornaliera, dal risveglio all’ultimo momento di veglia è una soddisfazione inedita, cresciuta a poco a poco nei giorni, che dispiace abbandonare anche soltanto per la possibilità di una libertà dai risultati incerti.

Che tipo di piacere ho – abbiamo? – paura di perdere, con la fine del lockdown? Non è un semplice elenco di pro e contro: ci sono la nuova attenzione e la consapevolezza di un mondo di poche decine di metri quadri che possiamo controllare dal dettaglio più micro a quello più macroscopico. La libertà di vivere senza la maledizione della fear of missing out. Una routine attorno a cui si è sviluppata una nuova ritualità: buttare la spazzatura al mattino, cambiarsi per il pomeriggio, per una cena con se stessi. Tutto, anzi, è più ritualizzato e lento, e ha perso l’automatismo distratto che rappresenta il male necessario di ogni esistenza “normale”. Azzardo: le giornate passate tra libri, lavoro, cucina, workout e pulizia, in silenzio o con un sottofondo di musica e di finestre aperte, sono quanto di più vicino alla piena consapevolezza di cui parla il buddhismo, e senza nemmeno bisogno di ore di meditazione. Troppo? Forse.

Eppure ci è voluto tempo per adattarsi a nuovi regimi abitudinari, e 50 giorni, da questo punto di vista, non sono stati poi così tanti. Ma abbiamo visto nascere e crescere, di giorno in giorno, un ecosistema finalmente su misura, e buttarlo all’aria può sembrare un peccato e uno spreco. Si potrebbe obiettare: e allora non uscite, rimanete in casa. Ma non è la stessa cosa, ammetto candidamente: essere costretti alla chiusura è un conto, è facile, è una sindrome di Stoccolma comodissima. Scegliere liberamente l’autoisolamento o l’ascetismo implica tali livelli di stress e di forza di volontà che rischiano di danneggiare tutti i piaceri che nascerebbero da una ritrovata buona solitudine. Occorrerà a mali estremi trovarsi nuovi luoghi sicuri, lontani dai parchi primaverili invasi dai passeggiatori distanziati. Ispirati dagli eccessi di Florence King, giornalista e scrittrice americana diventata celebre per la sua rubrica sulla National Review chiamata “L’angolo della misantropa”. Quando acquistò un’automobile, raccontò una volta, fece togliere tutti i sedili tranne quello del guidatore, per poter essere libera di non dare passaggi a nessuno.

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