Il cinema italiano sta cambiando e sta cambiando il modo in cui viene raccontato. Ovviamente sui social, da figure che non sono proprio dei critici, ma che hanno una sempre maggiore rilevanza.
L’unica cosa che Federico Frusciante amava più del cinema, ha scritto Davide Marra, era la sua compagna, Eleonora. Amava così tanto il cinema che nelle ultime ore, dopo la notizia della sua scomparsa, i messaggi che lo ringraziano per aver parlato di questo o quel film, per averci tenuto, per aver detto sempre quello che pensava, sono migliaia. Appassionati, ex-clienti, colleghi, amici, registi, produttori, musicisti. Iscritti al suo canale YouTube, persone che lo avevano incontrato per caso, a questa o a quella fiera; occasionali che lo avevano sentito in una discussione, una volta, e che si ricordano ancora di lui. Frusciante non si considerava un critico, non nel senso più classico e istituzionale della parola, almeno. Anzi, non si risparmiava nell’attaccare una certa critica, perché aveva perso il senso e la direzione del suo mestiere. Eppure lui leggeva, sempre, tutto. Leggeva, diceva, «anche la merda». Diceva che prima di scrivere, prima di esporsi pubblicamente, aveva aspettato di aver superato i trent’anni, perché per parlare di una cosa come il cinema aveva avuto bisogno di conoscerlo, prima.
Per vent’anni aveva gestito una videoteca, la Videodrome di Livorno, e l’aveva trasformata in una specie di rifugio: voleva consigliare film diversi, film che non avevano visibilità, film che per lui era importante recuperare, vedere e capire. Non si allineava ai gusti del pubblico, non cercava in alcun modo di assecondarlo. Anzi, spesso andava esattamente nella direzione opposta. Frusciante era un divulgatore, conosceva la materia del cinema, s’incazzava parlandone. Sembrava burbero, e invece era solamente innamorato. Diceva che la critica aveva il compito di informare lo spettatore, di trasmettergli qualcosa, di avvicinarlo ai film. Era fondamentale, ribadiva, essere consapevoli dei valori di un’opera, proprio per poterne parlare più scientemente.
Con Francesco Alò, Davide Marra e Mattia Ferrari aveva fondato un collettivo, I Criticoni: andavano in giro, nei cinema, e incontravano le persone, e poi giravano i loro video, discutendo, animandosi e parlando delle ultime uscite. Oltre che critico e divulgatore di cinema, Frusciante era un musicista, suonava in una band post-punk, i Superficie213. Per un periodo, aveva tenuto una rubrica sulla rivista Nocturno. Il cinema non era arrivato dopo o prima: il cinema c’era sempre stato. Dai video con i Licaoni al canale YouTube, passando ovviamente per la videoteca, era una costante, qualcosa che non era mai mancato nella sua vita. Il cinema, diceva Frusciante, dovrebbe aiutarci a stare meglio. Non nascondeva le sue idee, specialmente quando si parlava di politica: «Io sono marxista e credo che i video, compresi i miei, siano un mezzo fascista perché non li puoi controbattere», diceva.
Aveva una passione profonda per George Romero e per i suoi film. Dieci anni fa, a Lucca Comics and Games, lo aveva intervistato. Quando gli veniva chiesto un film per raccontare la sua generazione, rispondeva sempre nello stesso modo: Blade Runner. E appena pochi giorni fa, insieme agli altri Criticoni, lo aveva presentato in una sala piena di spettatori. Non si tirava mai indietro. Accettava inviti, interviste e confronti. Internet gli aveva portato visibilità, ma per lui era solo un altro strumento per continuare a parlare di cinema, anche dopo la chiusura della sua videoteca, e per poter continuare a incontrare le persone. Si lanciava in imprese assurde, come la classifiche dei film migliori e peggiori usciti al cinema durante un certo anno: sono video oceanici, immensi, lunghi ore e ore, a volte decine di ore, e che venivano visti da decine di migliaia di persone. L’ultimo che aveva ricaricato sul suo canale YouTube, dedicato ai film del 2025, ha raggiunto circa 124mila visualizzazioni e dura più di 21 ore.
Di tutte le cose che si possono dire ce n’è una che andrebbe ripetuta con più forza: Frusciante era riuscito a entrare nella vita delle persone senza il bisogno di un vero incontro, aveva creato uno stile, era un punto di riferimento, una voce da ascoltare sia prima che dopo la visione di un film. Non per sentirsi rassicurati o accolti, non per scoprire di avere ragione o torto, ma per vedere qualcosa che inizialmente non era stato nemmeno preso in considerazione. Frusciante non si nascondeva, non provava nemmeno a dire la cosa giusta per ottenere il favore del pubblico. Quando gli capitava di discuterne con gli altri, com’era successo una volta con Massimo Ceccherini, durante una live sul canale Twitch di Dario Moccia, si sentiva rispondere che aveva rotto le palle. Cinema, cinema e ancora cinema: tornava sempre lì, riduceva tutto a quello. I film che si fanno, i film che si sono visti, i film che vanno recuperati. Sì, Frusciante non la smetteva mai di parlare di cinema e ci sono migliaia di persone, oggi, grate per questa sua insistenza, per questo suo rompere le palle.
La regista semplifica al massimo la trama del romanzo di Emily Brontë, scatenandosi invece nei costumi, nelle scenografie e nella descrizione dell'attrazione erotica tra i protagonisti, con un risultato molto tenero.
