Ulisse si è fermato a Favignana

Christopher Nolan ha scelto l'isola per "interpretare" Itaca nella sua Odissea. Una comunità che, tra desolazione invernale e turistificazione estiva, ha perso quasi tutti i propri luoghi di incontro li ha ritrovati, paradossalmente, dentro un set hollywoodiano.

23 Luglio 2026

«Era l’inizio degli anni Novanta, in inverno. Una barca di pescatori si stava spingendo oltre Marettimo, nel canale tra la Sicilia e la Tunisia. Il mare era calmo, le reti si riempirono come non era mai successo prima. Con il baracchino chiamarono l’isola: avevano fatto la pesca miracolosa. Da terra, però, la risposta fu un’altra: tornate subito, sta arrivando una tempesta».

Questa storia me l’ha raccontata mio cugino Roberto una sera di marzo del 2025, seduti ai tavolini del New Albatros, l’unico pub a rimanere aperto a Favignana in inverno. Non so se sia vera. Sulle isole le storie di mare cambiano ogni volta che vengono raccontate, e finiscono sempre per assomigliarsi un po’. Ma tutte conservano un nocciolo di verità: servono a ricordare che il mare può concedere tutto e togliere tutto nello stesso giorno. Mentre parlava, il pub si stava riempiendo di persone che fino a qualche settimana prima nessuno aveva mai visto sull’isola. Blundstone ai piedi, piumini neri, sigarette rollate. Producer, scenografi, falegnami, elettricisti erano arrivati per costruire il set italiano di The Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan. L’inverno di Favignana, quello che non conoscevo e che avevo sempre immaginato come un tempo sospeso, stava improvvisamente tornando a vivere.

Anch’io ero arrivato lì da poco. Avevo lasciato Roma pensando di fermarmi qualche mese, abbastanza da stare vicino a mio nonno negli ultimi tempi e capire che cosa sarebbe successo alle case di famiglia, una vecchia cava di tufo trasformata da lui, negli anni Sessanta, in un piccolo villaggio familiare. Non avevo un progetto preciso, soltanto la sensazione che, mentre nella mia vita di città molte cose stavano finendo, valesse la pena restare in un luogo dove forse ne stavano per cominciarne altre.

Per settimane un elicottero non aveva mai smesso di andare avanti e indietro tra il forte di Santa Caterina e le tensostrutture costruite dietro l’ex Stabilimento Florio, trasportando materiale di scena. All’inizio sembrava soltanto un rumore, poi era diventato il suono dell’isola. Il forte, arroccato sull’unico monte di Favignana, veniva trasformato nel palazzo di Ulisse. Dietro l’ex tonnara centinaia di artigiani costruivano arredi, capanne, colonne, armature. I bar riaprivano uno dopo l’altro. Al bancone si commentava l’arrivo della troupe con lo stesso misto di entusiasmo e diffidenza che accompagna tutte le fortune improvvise. «Se d’estate siamo già pieni così», diceva qualcuno, «figurati dopo il film». Quella frase rimase a lungo sospesa nell’aria.

Vissute con i nonni da bambino, le estati a Favignana avevano un altro sapore. Sapevano di brodo di pesce e tenerumi, di babbaluci raccolti in giardino dopo i temporali, di cicli della natura e di settimane che sembravano non finire mai. I turisti si chiamavano ancora villeggianti; restavano un mese, a volte due. Finivano per conoscere il pescivendolo, il benzinaio, il farmacista. Le serate passavano nell’arena Sant’Anna, un cinema all’aperto scavato dentro una cava di tufo, dove la comunità si ritrovava per recuperare i film usciti durante l’inverno. Poi sono arrivati i voli low cost, i weekend, i social. E l’isola ha smesso lentamente di essere un luogo da abitare, diventando un luogo da fotografare. Le botteghe hanno lasciato spazio ai locali; i menù hanno iniziato ad assomigliarsi tutti. Sono comparsi kebab di tonno, pinse, schiacciate. Poi il pistacchio. Non cresce a Favignana, eppure nel giro di pochi anni è diventato impossibile mangiare qualcosa che non lo contenga. È la Sicilia immaginata da chi arriva, non quella che l’isola ha cucinato per secoli. Ma gli affari sembravano andare a gonfie vele, e pareva che a tutti andasse bene così: la pesca miracolosa era in corso.

Prima le foto delle macchinette digitali caricate su Facebook, poi le Stories di Instagram, infine Hollywood. Tre modi diversi di produrre la stessa cosa: immagini. Favignana, lentamente, è diventata una scenografia. D’estate, nei giorni di punta, decine di migliaia di persone attraversano un’isola di 19 chilometri quadrati, abitata d’inverno da meno di 2 mila residenti effettivi. Sbarcano al mattino, percorrono le stesse strade sterrate, fotografano le stesse calette, mangiano gli stessi piatti pensati per essere fotografati e ripartono poche ore dopo. L’isola continua a essere lì, ma sempre più spesso come sfondo, fotografato e non vissuto. Questa monocultura del turismo ha portato lavoro – stagionale e sottopagato – agli abitanti dell’isola, finendo però per arricchire sempre di più pochissime tasche: quelle con interessi economici che arrivano dal mare per acquistare fondi commerciali e case, trasformandole in locali e airbnb i cui unici fruitori sono i turisti. All’emergenza abitativa comune a tutti i luoghi turistici, con affitti a lungo termine sempre più difficili da ottenere, si affianca la desolazione invernale: quando iniziano i primi temporali di ottobre, i locali abbassano le saracinesche, lasciando l’isola deserta come un luna park dopo l’orario di chiusura.

Eppure nel marzo dell’anno scorso stava succedendo qualcosa di diverso. Hollywood aveva bisogno che Favignana tornasse a essere un luogo. Servivano falegnami, elettricisti, pescatori, sarte, autisti, muratori, cuochi, figuranti. Per qualche settimana l’economia estiva veniva sostituita da un’altra economia, fatta di lavoro quotidiano e non di passaggio. Le persone tornavano a incontrarsi. L’inverno, che negli ultimi anni sembrava diventato soltanto il tempo dell’attesa, ritrovava un ritmo. Avevo deciso di restare. Quando mi hanno convocato per la prova costumi dentro l’ex Stabilimento Florio, mi era sembrato di entrare in una piega del tempo. Lo stesso edificio che per oltre un secolo aveva organizzato la pesca del tonno tornava a essere il cuore produttivo dell’isola, questa volta per fabbricare un’altra materia prima: immagini. Mi avevano messo addosso un’armatura, un elmo e una tunica, intimandomi di non tagliare barba e capelli fino alla fine delle riprese.

La prima convocazione è stata alle cinque del mattino. Insieme ai vestiti, avevamo consegnato i telefoni. Solo più tardi mi sono reso conto di quanto quel gesto fosse insolito: per ore, nessuno avrebbe potuto fotografare ciò che stava succedendo. Aspettavamo dentro una tensostruttura enorme, costruita per ospitare centinaia di comparse. All’inizio regnava il silenzio. Poi qualcuno aveva attaccato bottone; qualcun altro raccontava perché era finito sull’isola. Le conversazioni iniziavano a incrociarsi. Era la prima volta, dopo 35 anni trascorsi qui in estate, in cui parlavo davvero con chi Favignana la abitava tutto l’anno. C’erano persone che erano rimaste, altre che erano tornate dopo anni passati all’estero. Altri ancora erano arrivati da città e Paesi di tutto il mondo, e avevano deciso di fermarsi proprio lì. Mi accorgevo di conoscere le loro facce, ma non le loro vite. Sapevo chi preparava il gelato, chi friggeva le arancine, chi serviva ai tavoli,  ma  non  avevo  mai  saputo  come  si  chiamassero. Una comunità che aveva perso quasi tutti i propri luoghi di incontro li ritrovava, paradossalmente, dentro un set hollywoodiano.

Quando finalmente siamo stati chiamati per girare la prima scena, aveva appena smesso di piovere. Scendevamo verso il Bue Marino in costume, attraversando il sentiero in silenzio. Poi il panorama si apriva. Davanti alla cava c’erano fuochi accesi, capanne di legno, la nave di Ulisse ancorata lì dove facevamo i tuffi da bambini. Matt Damon, travestito da mendicante, aspettava Telemaco – Tom Holland – davanti all’ingresso della grotta. Christopher Nolan, che solo pochi giorni prima era volato a Los Angeles per ricevere sette premi Oscar, dallo scoglio impartiva ordini alla troupe. Proprio in quel momento era comparso un doppio arcobaleno. Nessuno aveva un telefono, non esiste una fotografia di quella scena. E forse è giusto così: le leggende non hanno bisogno di prove. A riprese finite, tornavo a casa con la sensazione di aver vissuto qualcosa che andava oltre un film.

Mio nonno è mancato pochi mesi dopo, la cava non è stata venduta. Ho lasciato definitivamente Roma, scegliendo di costruire il mio lavoro da remoto in modo da poter essere parte di questa comunità che resiste anche in inverno, quando i bar chiudono, il vento torna a soffiare e il mare ricorda che questo non è mai stato soltanto uno sfondo. Il 16 luglio The Odyssey è arrivato nelle sale. A Favignana, dove non esiste più un cinema, per l’occasione riaprirà un’arena estiva, chiusa ormai da anni. La domanda però non riguarda il cinema, ma quello che succederà dopo. Ogni luogo che diventa scenografia rischia di finire prigioniero della propria immagine. È accaduto a molte isole del Mediterraneo, potrebbe accadere anche qui. Oppure il film potrebbe essere l’occasione per costruire un altro turismo, meno interessato a consumare Favignana in una giornata e più disposto a fermarsi abbastanza da attraversarne, alla ricerca di Ulisse, anche il silenzio, il vento, l’inverno.

«La tempesta arrivò davvero», aveva concluso il racconto mio cugino quella sera di marzo. «La barca si rovesciò. Due pescatori si gettarono in acqua nel tentativo di raggiungere la costa a nuoto, ma non ce la fecero. Si salvò soltanto il terzo. Era l’unico che non sapeva nuotare. Rimase aggrappato allo scafo rovesciato per ore, finché qualcuno non lo trovò». A volte, penso, l’unico modo per salvarsi è non lasciare la presa.

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