«La sede del PCF a Parigi apre le sue porte a tutte e tutti coloro che soffrono il caldo», ha detto Fabien Roussel, segretario nazionale del PCF.
C’è un reel a cui penso spesso quando sento parlare di rigenerazione urbana a Milano. Nel video si vede un ragazzo nero, in pigiama, affacciato alla finestra di casa. Si guarda intorno con fare sospettoso e poi spara due colpi di pistola in aria. Sopra compare la scritta: «Io che cerco di mantenere basso l’affitto della zona in cui abito a Brooklyn».
Osservando la piega che sta prendendo la gentrificazione a Milano, quella battuta appare sempre meno assurda. Nella narrazione pubblica, infatti, sembra non esistere alternativa alla dicotomia tra «quartiere malfamato» e «quartiere gentrificato». In questo senso, la storia della popolare via Padova e del suo cugino imborghesito NoLo rappresenta un caso di scuola che racconta come dinamiche abitative, speculative e culturali finiscano per intrecciarsi in una matassa difficile da districare. Il recente annuncio della riqualificazione della già riqualificata piazzetta Spoleto, nota ad amici e parenti come “la piazza del Bar Rondò”, racconta meglio di qualsiasi altra cosa come questi processi finiscano per autoalimentarsi e allo stesso tempo per divorare sé stessi.
Da NoLo alle piazze tattiche
Breve recap storico. NoLo nasce formalmente soltanto nel 2019, quando il Comune di Milano lo riconosce come NIL (Nucleo di Identità Locale). In realtà, il nome inizia a circolare già nel 2013 quasi per gioco, coniato da un gruppo di designer e residenti del quartiere. L’acronimo significa North of Loreto e identifica l’area compresa tra piazzale Loreto e viale Brianza, i binari della Stazione Centrale da un lato, via Padova dall’altro e il Naviglio della Martesana a nord. Sulla scia di Expo e del più ampio processo di rebranding di Milano, NoLo diventa uno dei quartieri più attrattivi della città, grazie ad affitti ancora relativamente bassi e a una rinnovata immagine di quartiere accogliente. Nascono così realtà come il gruppo Facebook NoLo Social District, il bar Ghe Pensi Mi e il festival SanNoLo, diventati simboli del nuovo volto della zona. In pochi anni il quartiere attira molti giovani, soprattutto italiani, laureati e appartenenti a quelle professioni comunemente definite “creative”. È proprio dentro questo processo che, nel settembre 2019, il Comune inaugura una delle sue prime “piazze tattiche”, trasformando lo slargo davanti alla scuola elementare Ciresola, tra via Venini e via Spoleto, in uno spazio pedonale. Il nuovo assetto, con la pavimentazione dipinta di giallo, azzurro e blu, grandi fioriere, rastrelliere per biciclette, tavoli da ping pong e panchine per sedersi, trasforma rapidamente quell’angolo in un luogo di socialità spontanea, strettamente legato alla vita del Bar Rondò che si affaccia sulla piazza.
Io sono arrivato a Milano, e in questa zona, nel mezzo di questo processo, ormai quasi dieci anni fa. Prima in via Padova, all’altezza di via Cavezzali, poi a Cimiano e infine nella famigerata NoLo. Il mio rapporto con questo territorio, e più estensivamente Milano Est, è profondamente affettivo. Via Padova è una strada di migranti, pensata fin dalla sua nascita, agli inizi del Novecento, per accogliere chi arrivava in città. Questa vocazione l’ha mantenuta nel tempo, assumendo le caratteristiche di una via-porto: un luogo di passaggio, dove c’è chi arriva, chi si ferma e chi riparte. Lo racconta bene Dino Barra, storico abitante del quartiere e autore di diversi libri dedicati alla sua storia. Fin dal mio arrivo, tra i miei amici, la parola NoLo aveva un significato negativo. Rappresentava la negazione della storia sociale condivisa di tutta questa parte di città, la sua trasformazione in un marchio immobiliare. Con il passare degli anni, però, i meccanismi attraverso cui opera la gentrificazione sono diventati oggetto non solo di riflessione collettiva, ma anche personale. Ci si rende conto di quanto sia difficile chiamarsene fuori: in modi diversi, più o meno consapevoli, finiamo per essere attori di questi processi, che si alimentano attraverso bisogni abitativi, appartenenze culturali e trasformazioni economiche.
Il bar dei giovani e creativi
E così anche un bar gestito da una famiglia cinese, come ce ne sono migliaia a Milano, diventa uno dei principali luoghi di socialità della zona, attirando un pubblico vasto ed eterogeneo. I nuovi abitanti del quartiere – quei “giovani italiani, laureati e appartenenti alle professioni creative” descritti in precedenza – iniziano a frequentarlo per una serie di ragioni. La prima è economica. Il Bar Rondò ha prezzi contenuti per gli standard milanesi. Per una generazione che non vuole rinunciare alla socialità ma che allo stesso tempo non può permettersi di pagare 15 euro per un gin tonic, rappresenta un’alternativa accessibile. C’è poi una questione di appartenenza culturale. Per una parte della classe media giovane e progressista, ritrovarsi al “bar cinese” assume un valore simbolico diverso dal frequentare uno dei tanti locali patinati della città. È un modo di vivere il quartiere percepito come più autentico e meno omologato. Infine c’è un terzo elemento, quello che con il tempo diventa il più importante. La piazzetta risponde a un bisogno di socialità che Milano soddisfa sempre meno, soprattutto per quel tipo di pubblico. Con lo sgombero del Leoncavallo e il cosiddetto decreto antirave, i luoghi di aggregazione spontanea e a basso costo si sono progressivamente ridotti. La piazzetta del Bar Rondò finisce così per trasformarsi in un punto di ritrovo permanente, dove la musica va avanti fino a notte fonda, ben oltre le intenzioni dei gestori del bar.
Si innesca così uno scontro con una parte dei residenti della piazzetta, che si organizza nel Comitato NoLo Residenti. Secondo il comitato, l’intervento di urbanistica tattica del Comune ha trasformato quello spazio in «una zona di movida totalmente incontrollata e pericolosa». Le proteste raggiungono il loro apice nell’estate del 2025, quando, dopo un episodio in cui un gruppo di giovani lancia bottiglie di vetro verso alcuni residenti che, affacciati ai balconi, chiedevano la fine degli schiamazzi, una lettera aperta del Comitato al sindaco Beppe Sala ottiene ampia risonanza mediatica. Quelle richieste hanno infine prodotto un risultato concreto. Pochi giorni fa sono infatti partiti i lavori di riqualificazione approvati dall’assessore all’Urbanistica Antonio Lamiranda. Il progetto prevede il rifacimento della pavimentazione, la realizzazione di nuove aree verdi e, soprattutto, la rimozione dei tavoli da ping pong, delle aree picnic e delle panchine. Un intervento che dichiara esplicitamente il proprio obiettivo: ridurre la permanenza e la concentrazione di giovani nella piazza, rispondendo alle richieste dei residenti in materia di sicurezza, decoro e diritto al sonno.
Riqualificare una piazza già riqualificata
La piazzetta sarà dunque “ri-riqualificata”, in un meccanismo che ha qualcosa di paradossale, se solo non si considerano gli interessi immobiliari che spesso accompagnano processi di questo tipo. È evidente, infatti, che le denunce dei residenti – molti dei quali anziani soli e famiglie con bambini piccoli – non nascano da intenzioni speculative, ma da esigenze comprensibili legate alla qualità della vita. Allo stesso tempo, però, la gentrificazione procede per fasi e NoLo sembra essere entrata in una seconda stagione, destinata a sostituire gli stessi giovani creativi e istruiti che avevano rappresentato il motore della prima. Se la prima trasformazione del quartiere si era costruita attorno ai bisogni del ceto creativo – appartamenti ancora accessibili, vicinanza al centro, buoni collegamenti, multiculturalità e una vivace vita sociale – oggi quel modello sembra aver esaurito la propria funzione. NoLo possiede ormai un valore immobiliare che può essere ulteriormente estratto e, di conseguenza, emergono nuovi interessi economici da soddisfare.
La trasformazione della piazzetta del Rondò si accompagna alle ripetute minacce di Sogemi, società partecipata dal Comune, di chiudere il mercato comunale, uno degli ultimi presìdi storici della zona, per sostituirlo con un “mercato del food”, sul modello di quanto già avvenuto in Isola. Nel frattempo, tra via Padova e viale Monza, aprono nuovi locali che intercettano proprio quel pubblico creativo progressivamente allontanato dal Bar Rondò. Il ciclo, così, ricomincia. Mentre prendono forma nuovi spazi di consumo, l’identità migrante di via Padova è sempre più messa a rischio, sospinta ai margini da processi che costringono chi non riesce più a sostenere i costi della zona ad allontanarsene.
