Ma ci sono diverse altre novità rispetto alle precedenti due stagioni, tra cui la presenza di Rosalía e Sharon Stone.
Fabrizio Corona ha smesso di capire il mondo, e questa è una certezza, perché se così non fosse saprebbe che nessuno degli sforzi che compie in Fabrizio Corona – Io sono notizia è necessario. Non servono più le smorfie e i sussurri, le bugie e le invenzioni e gli abbellimenti e le ripetizioni e le contraddizioni. Non c’è più bisogno di ribadire a ogni piè sospinto la propria egemonia, la propria preveggenza, la propria – come direbbe certamente «il classico coglione fan di Corona», parole sue, non mie – iconicità. Basta così, Fabrizio. Hai già vinto, il mondo è già morto, il tuo culto è già religione di Stato, non c’è bisogno di reinscenare per l’ennesima volta le tue tante resurrezioni per convincerci che sei il figlio del Dio che vende i peccati del mondo. Puoi dormire il sonno degli ingiusti e almeno lì soffrire la punizione che ti meriti, la peggiore per un uomo così: vivere nella consapevolezza che potrai anche essere stato il primo, forse pure il peggiore, ma adesso sei uno dei tanti. Hai vinto e il tuo trionfo è sfilare per le strade di un Paese in cui tantissimi investono nel progetto di essere come te, cioè la persona peggiore del mondo. O almeno, la persona peggiore possibile.
Il centro di grevità permanente
Ogni giorno incontro Fabrizio Corona non so più nemmeno quante volte nella strada che mi porta da casa al lavoro. Lo incontro nei vestiti che alcuni indossano, nei tatuaggi che certi si fanno, nei contenuti che appaiono nei feed di tanti, nelle parole che tantissimi usano come se fossero parole vere (iconico, di nuovo), nella convinzione che sia più importante impegnarsi a vincere che mettersi a controllare che ci sia effettivamente una gara in corso. In un mondo in cui Corona sta sulla metro, al supermercato, in ufficio, alle Poste, in Comune, hai voglia a farlo passare come il Qoelet dei rotocalchi, l’ecclesiaste del trash, l’uomo capace di far crollare un impero con una fotografia. Il documentario Netflix ci prova, con tutte le sue forze, in ogni momento, a farci credere che Corona sia un personaggio talmente larger than life da essere approdato in una terra al di là del bene e del male, un essere umano che come Trump riconosce solo il limite della sua (a)moralità. Ma appunto: nel mondo in cui l’amoralità porta a diventare Presidente degli Stati Uniti, uno che l’ha usata per rovinare la vita ad Alfonso Signorini si può dire che il suo capitale umano poteva investirlo meglio.
Nella foga con la quale questo documentario vuole rivelarsi agiografia, il protagonista ci viene presentato addirittura come un fenomeno in senso filosofico: conseguenza di Tangentopoli, prodotto della società dello spettacolo, giustiziere della notte e vendicatore impomatato, divenire storico incarnato. Persino da chi è lì a fare da accusatore, da chi porta giornalista e scrittore nel sottopancia, e che tuttavia non riesce a resistere a presentarlo come un centro di grevità permanente, un signore oscuro ma comunque signore, a force to be reckoned with, dicono gli anglofoni. Mai, in tutto Fabrizio Corona – Io sono notizia, il protagonista eponimo viene mostrato per ciò che è: uno dedito a una delle più abbiette forme di commercio, uno che nella scale dell’abiezione – e nella watchlist di Netflix – si contende il gradino con chi vendeva il sale per scacciare il malocchio.
«Quante volte ho sognato, in galera, i miei soldi», dice forse nell’unico momento autentico e memorabile di questa agiografia che all’incontrario va. Quanto avrei voluto io trovare brillante questa battuta – perché di battuta si tratta, di una frase finta, come tutte le frasi che escono di bocca a Corona – e invece riuscivo soltanto a pensare a quante persone conosco che si sognano i loro soldi la notte e ne parlano tutto il tempo di giorno, pure. Cosa c’è di speciale in un uomo che chiuso in gabbia, senza nulla da fare e niente ad aspettarlo, si mette a pensare ai suoi soldi? Cosa c’è di grave in questo, in un mondo in cui la hustle culture ha vinto? Cosa c’è di interessante in un uomo ossessionato dai soldi, in un’epoca in cui tra la borsa e la vita si è scelto entusiasticamente la borsa? Corona ha smesso di capire il mondo perché pensa ancora di essere speciale, si considera il virus quando è soltanto il paziente zero: il primo degli sfigati, quello la cui unica peculiarità è aver preso per primo la malattia che poi si son beccati tutti.
Un Fantozzi che si crede Tony Montana
Non si può essere uno, nessuno e anche centomila, non si può esistere nello stesso momento sia come Messia che come Legione. Dei tantissimi errori e orrori contenuti nel “documentario” Fabrizio Corona – Io sono notizia, questo è certamente il peggiore: la malcelata convinzione di star manipolando un elemento speciale, una sostanza rara e letale, un composto dalla cui tenuta a livello chimico-molecolare dipendono le sorti del mondo intero. Corona è invece una sostanza inerte, lo è sempre stato: sono anni che sfogliamo il suo fascicolo nel casellario giudiziale nazionale e sempre quello è. E lo abbiamo sentito a Pomeriggio 5 e lo abbiamo sentito all’Arena e lo abbiamo sentito su YouTube e adesso l’abbiamo sentito anche su Netflix. Fino a quando, Fabrizio Corona, abuserai della nostra pazienza? Quante volte ancora vuoi raccontarci la storia di un Fantozzi che voleva essere Tony Montana, prima che ci accorgiamo che quello alla fine sempre Fantozzi rimane? Ma forse nemmeno Fantozzi, decidesse di mollare il posto fisso per una carriera da freelance nel mondo di mezzo, sarebbe così scemo da lanciare banconote false addosso a una volante della Polizia. O da acquistare un pistola che farebbe vergognare lo stylist dei Casamonica. O da pensare che si possa partire per una latitanza in Portogallo con addosso solo la tuta e le ciabatte.
Ma Corona cos’è, alla fine. Cos’è davvero, al di là del mito che è stato aiutato a costruire da chi scambia l’assenza di scrupoli per abbondanza di intelligenza, da chi ha preferito la merda alla noia? Corona è un figlio di papà, nato bello e ricco, l’incarnazione di ogni privilegio a cui la lingua inglese abbia dato un nome proprio. Uno la cui unica intuizione è stato capire che la maniera più semplice di sembrare intelligenti è circondarsi di deficienti. In un mondo come questo, in un’epoca come questa, in cui i deficienti si vendono a un tanto al mazzo, che ci vuole? Spesso si sente fare l’elogio della supposta intelligenza di Corona, provata dai giri e rigiri e raggiri che ha inflitto a quelli che si pensavano suoi pari, mentori, colleghi, amici e amanti. Diversi di questi pari appaiono nel documentario: Lele Mora, Costantino Vitagliano, file ordinate di varie –ine (letterine, veline, meteorine, olgettine) e calciatori che non brillavano in campo, figuriamoci fuori (è così difficile battere Adriano in una gara di quoziente intellettivo? Forse se sei Francesco Coco, altra vittima della Corona’s Inc.).
«Io non credo in nulla», dice a un certo punto, sempre con la smorfia in faccia e il sussurro in bocca, nella testa il nichilismo che di solito si trova sulla bocca dei maschi pubescenti convinti che a disinteressarsi del mondo si scopi di più. Ma non è affatto vero, Corona crede, crede ciecamente, crede come tutti quelli che hanno scommesso la loro intera esistenza su una certezza: crede nella stupidità, la linfa che lo ha sostenuto fin qui. E come tutti coloro che credono, seleziona minuziosamente i pezzi di realtà e di esperienza umana che gli confermano che fa bene a credere. Lele Mora, Nina Moric, Flavia Vento, Ilary Blasi, Francesco Totti, Belen Rodriguez, giù giù fino ad Alfonso Signorini: se vai con gli zoppi, il rischio è di convincerti di poter partecipare ai Giochi Olimpici solo perché riesci a mettere senza problemi una gamba davanti all’altra. Guardando Corona raccontare per l’ennesima volta le sue prodezze, cioè snocciolare la sua fedina penale, mi è tornata in mente una frase di quel disgraziato di Italo Balbo: «Se mi giudico mi deprimo, se mi paragono mi esalto». Da come parla di se stesso, deve aver passato tutta la vita a paragonarsi, Corona.
Il genio del male
Certo, si può dire che anche noi che abbiamo perso tutto questo tempo appresso a uno così non abbiamo fatto nulla per portarlo a dubitare di sé. Nostra colpa, non c’è che dire. E, a ulteriore prova del fatto che forse non siamo poi tanto più intelligenti delle vittime di Corona, c’è anche il dibattito che intorno alla serie si è acceso in questi giorni: molto scandalizzati dagli 800 mila euro e spiccioli di tax credit di cui la produzione avrebbe beneficiato, molto meno per il fatto che questi soldi siano stati impiegati per permettere a Corona di raccontare di quella volta che costrinse sua moglie ad abortire perché i soldi non fanno la nanna mai.
Ma un merito questo documentario, in fondo, ce l’ha, ed è aver costretto molte persone – me compreso – ad ammettere che questa vita che fino a poco tempo fa mi sembrava davvero un’avventura non basta nemmeno a fare cinque ore di televisione decente. E certo la colpa è di Corona che si ripete, si parla addosso, interpreta il suo stesso personaggio con un overacting degno della recita di fine anno. E ovvio, la colpa è anche di un documentario che rinuncia alla sua stessa funzione, quello di raccontare ciò che è, come è, pur di far «risultare più figo», come si legge in un cartello forse inquadrato per errore, forse parte della scenografia, il suo protagonista e quindi se stesso.
Ma tutti questi vuoti ed errori mi hanno fatto tornare in mente un episodio della vita di Corona che avevo dimenticato e che nel documentario ovviamente non è raccontato. Un episodio che, lo capisco, nel documentario non era possibile raccontare, perché dopo esserne venuti a conoscenza, l’entità-Fabrizio Corona cessa inevitabilmente di esistere. Nel 2009, Le Iene gli fecero uno scherzo, Paolo Calabresi si finse un produttore americano alla ricerca di un attore a cui far interpretare il cattivo nel prossimo film di 007. Corona ci credette davvero, fece pure un provino, durante il quale si fece pure prendere a pizze in faccia (chissà quante volte ha sognato, in quel momento, i soldi che avrebbe fatto). Non sospettò di nulla quasi fino alla fine, dopo averne prese diverse, di pizze in faccia. Ecco, ditemi voi se questo è un genio.
