«Dio non voglia che una ragazza studi sia Marx che Margiela»: intervista a Ella Devi, la socialist socialite

Far saltare la mosca al naso ai politici di destra è già facile, ma a lei ci riesce particolarmente bene: chi è Ella Devi, che ha fatto campagna elettorale per Mamdani e che oggi vuole far diventare di sinistra i giovani americani, un video di TikTok alla volta.

21 Ottobre 2026

«Il Daily Mail ha scritto un articolo su di me chiamandomi una “socialist socialite che sostiene Mamdani indossando abiti che costano migliaia di dollari”. DIO NON VOGLIA che una ragazza conosca nello stesso tempo Marx e Margiela»

Perché il tabloid britannico si sia interessato a una 18enne che lavora in un brand di moda, è presto detto: suddetta stagista, che di nome (e cognome) fa Ella Devi, ha avuto la spericolata idea di parlare con i suoi 215 mila follower su TikTok e 84 mila su Instagram di tutto ciò che succede all’intersezione tra moda e politica. Un tabù assoluto, per tutti coloro che pensano che i due pianeti appartengano a due galassie assai lontane, e che uno (la moda) non sia neanche tanto un pianeta, quanto un satellite minoritario, acquoso e inconsistente, immeritevole di qualunque tipo di riflessione. Un assunto tautologico, quello dei “vestiti che sono solo vestiti” e mai sinonimi di molto altro, ottuso abbastanza da non rendersi conto di ciò che sta succedendo negli ultimi anni, nei quali la politica utilizza abbondantemente segnali vestimentari per amplificare i propri messaggi, in maniera esplicita (con i cappellini e il merchandising da centro commerciale di provincia di Make America Great Again) e impliciti (gli stivali in pelle nera al ginocchio del Ministro Giuli ma anche il cappotto sfoggiato dall’ “ei fu” capo della Polizia di frontiera americana Greg Bovino nei violenti giorni delle rivolte a Minneapolis, seguite alla morte di Alex Pretti.

Quando però ad aprile la ragazza – che oggi lavora nella produzione degli show del brand LaQuan Smith –, ha sottolineato che alla White House Correspondent’s Dinner, Jennifer Hegseth, la moglie del Segretario alla Guerra Pete Hegseth (l’ex presentatore di FoxNews responsabile di proposte “ragionevoli” come quella di fucilare in diretta streaming il detenuto Nidal Malik Hasan) indossava un abito da sera rosa pastello da 42 dollari comprato sul sito cinese Temu, il New York Post ha fatto presto a far partire una campagna diffamatoria sulla studentessa della Parson, definendola “una sinistroide da due soldi”. A dire la verità, il vestito non era di Temu, ma di Shein: per quanto l’attribuzione fosse errata, e non vi sia nessun problema nel presentarsi a un evento con un abito elegante dai prezzi convenienti, che a farlo sia la moglie di uno degli esponenti del governo che da anni utilizza in pubblico la propaganda del Make America Great Again, per poi privatamente acquistare su siti di ultra fast fashion cinese, risulta meno legittimo. Di quello che è successo poi nei mesi successivi, e del perché la moda è intrinsecamente politica, abbiamo parlato con lei raggiungendola in zoom call.

ⓢ Come ci sei finita a parlare di politica e moda? È un argomento che non attira particolari simpatie o fa guadagnare follower in maniera facile e veloce…
Ho cominciato a parlarne come due argomenti diversi già quando ero molto piccola, a 12 anni su Twitter: sono cresciuta durante la pandemia di Covid-19, ero alle medie quando è iniziata e la gente ha cominciato a indossare le mascherine. Passavo un sacco di tempo su internet, ed ero molto attratta da questi spazi nei quali si parlava di socialismo, e da altri nei quali si parlava di moda. E con il tempo ho iniziato a capire che le due questioni sono legate l’una all’altra. Così ho cominciato a interpretare la moda attraverso la mia visione politica, e non ho più smesso di farlo.

ⓢ In passato hai lavorato come stagista in diversi brand della moda statunitense, come Tia Adeola e
Jane Wade, ma poi hai anche fatto campagna per l’elezione di Mamdani a New York, dove vivi: cosa ha cambiato per te quell’esperienza?
Molto, è stata fondamentale, mi sono avvicinata alla politica durante gli anni del Black Lives Matter e quella campagna mi ha fatto cambiare la visione delle cose: prima ero disfattista, pensavo che tutto fosse destinato a fallire, che non ci fosse un modo possibile per la sinistra di conquistare New York City e poi gli Stati Uniti, e poi ho iniziato a parlare di Zohran Mamdani con degli amici online e in seguito a fare campagna per lui. In quel momento ho conosciuto moltissimi newyorchesi, persone comuni che non si erano mai interessate prima di politica, e che invece si sono unite, organizzate, e hanno bussato alle porte dei vicinI, per raccontar loro di questo nuovo entusiasmante candidato socialista. E quell’energia era incredibile. Un’esperienza della quale devo ringraziare anche il New York City Democratic Socialists of America, il partito che ha organizzato e strutturato questo movimento dal basso. E da febbraio faccio volontariato tramite questa associazione politica, Hot Girls Organize, per gestire i social media di Darializa (Avila Chevalier, nata in Florida ma con origini dominicane, che a novembre concorrerà alle elezioni come rappresentante del 13esimo distretto del congresso a New York). Chiunque la conosca sa quanto sia adorabile, non solo a livello politico ma anche a livello personale. E le sue politiche, credo, parlando a un sacco di newyorchesi in maniere nelle quali esponenti molto più navigati non riescono: non si tratta solo di politica, ma anche dell’accessibilità a una vita dignitosa. Una politica che non usa le tue tasse per bombardare bambini in Medio Oriente, ma che ti permette di fare la spesa, pagare l’università, poterti comprare una casa. E penso che molta gente di New York non sognava da molto che tutto questo potesse essere di nuovo possibile.

ⓢ Su TikTok e su Instagram parli di moda e politica, mostri anche i tuoi look, racconti la tua vita: credi che la tua presenza online possa rendere i tuoi coetanei più consapevoli, e aiutarli non solo nella scelta dell’outfit, ma pure a sviluppare una maggiore consapevolezza della situazione attuale?
Ho iniziato su TikTok parlando di moda, prima di parlare di politica, cosa che ha portato molte giovani donne a sentirsi vicine a me, prima  ancora di scoprire che sono socialista. Credo di aver inserito il socialismo come un cavallo di Troia nel mezzo dei contenuti più modaioli. Il mio obiettivo è raccontare le politiche socialiste a una nuova generazione, specialmente alle giovani donne che spesso si vedono ignorate dalla politica di sinistra, e di conseguenza gradualmente vengono risucchiate verso destra attraverso i social media. Si comincia dal guardare i contenuti di una casalinga dallo Utah e poi si ascoltano le interviste e i commenti sulla cultura pop degli influencer della destra come Candace Owens, e poi, sorpresa, sei diventato un conservatore e non te ne sei neanche accorto. L’obiettivo è costruire uno spazio nel quale le giovani donne comprendano che le politiche di sinistra non sono radicali come si pensa, ma puntano ad una sanità gratuita e al diritto a vivere dignitosamente.

ⓢ Ma parlando di come si vestono i maschi nel mondo dell’ultradestra, con questi completi molto aderenti, le t-shirt, che mettono in mostra i muscoli: secondo te cosa dice di loro quel guardaroba?
Tutti gli influencer della manosfera usano questi pantaloni super stretti, e quei pantaloni sono stati resi mainstream più di 20 anni fa da Hedi Slimane, un uomo gay che disegnava ispirandosi ai rocker degli Anni 70: è ironico già così. Addosso a loro però è semplicemente brutto, e non ha niente a che fare a quello che faceva Slimane. Demna da Gucci ha raccontato molto bene questi influencer, immaginando dei look da looksmaxxer  ma nello stesso tempo, profondamente lontani dall’essere sexy, quasi mostruosi. Non credo che Demna abbia posizioni politiche particolari, ma racconta la tendenza dal punto di vista culturale, analizzando i concetti di cattivo gusto e kitsch.

ⓢ Durante le scorse sfilate maschili a giugno, sulla passerella del brand 424 ha sfilato l’influencer e looksmaxxer Clavicular noto per le sue posizioni misogine e omofobi: ovviamente il profilo del brand è stato inondato di commenti negativi. Credi che questi brand non si rendano conto di quanto questo momento è politicamente teso, o che lo sappiano, ma non gliene freghi niente lo stesso?
Ovvio che cercano di divenire virali, siamo nel pieno dell’economia dell’attenzione: più attenzione vuol dire spesso più vendite, ma in quel caso il contraccolpo è stato importante. Questo perché il fatto che tu ottenga maggiore attenzione ti espone anche a un numero maggiore di critiche: la gente giustamente critica questi brand perché mettono in passerella questi personaggi non certo per esprimere una posizione politica, ma solo per trarne vantaggio. È una mossa disperata, una trovata riuscita per metà. Tra l’altro per un brand di moda o nell’ambito creativo simpatizzare con certe forze politiche non porta nessun vantaggio: l’estrema destra non promuoverà mai l’arte, perché semplicemente non le interessa.

ⓢ  Nel mio lavoro mi trovo spesso a dover difendere la moda (non come sistema finanziario ma come scelta quotidiana dei vestiti che indossiamo) dall’accusa di essere frivola. Quanto è invece politica?
Non nego che la moda esista all’interno di un’industria capitalista nella quale tutti tentano di venderti qualcosa. Questo non esclude la sua analisi come dispositivo antropologico, e che scegliere tutti i giorni come vestirsi in base alla tua posizione sociale, al circolo sociale nel quale operi, al lavoro che hai e alle tue capacità di spesa, è un atto politico. E poi in quanto forma d’arte è politica, perché come tutte le arti è creata all’interno di un preciso contesto sociale, economico, e quindi, ovviamente, politico.

ⓢ Quando hai evidenziato la contraddizione della White House Correspondent’s Dinner, di definirsi patriottici e poi indossare un abito di un brand di fast fashion cinese, è iniziata una campagna per diffamarti: come si sopravvive a un’esperienza del genere, alla tua giovane età?
A livello pratico la mia scuola mi ha offerto protezione per accompagnarmi dentro e fuori dal campus, si sono offerti anche di pagarmi gli Uber nel caso avessi dovuto lasciare il perimetro dell’università: questo per dirti quanto grave era considerata in quel momento la minaccia alla mia persona. Devo costruirmi una corazza, e ricordarmi che il mio valore non dipende da quello che i suprematisti bianchi dicono di me su Internet. Se tentano di diffamarmi, usando tutto quel tempo e tutta quell’energia per insultarmi, bè vuol dire che qualcosa di buono lo sto facendo.

ⓢ Il/la politico/a meglio vestito/a secondo te?
Chi Ossé (consigliere municipale di New York classe 1998, nda): i suoi completi sono impeccabili, di recente ha sposato una coppia con dei pantaloni corti al ginocchio e dei calzini di Thom Browne (ride, nda). La realtà è che trovo rilevante vedere i politici indossare dei designer americani, che siano già noti o più giovani, che poi era qualcosa che succedeva spesso anche con le first lady almeno fino a Melania Trump. E anche se non è una politica ma solo una privata cittadina, amo molto lo stile di Rama Duwaji: quando è andata alla parata dei Knicks, ha indossato un abito in tessuto riciclato di una designer di New York, Claire Sullivan (l’outfit assemblava tre magliette diverse di Knicks ed era corredato da gonna a palloncino e orecchini a forma di pompon, nda), ed è stata fortemente criticata perché si trattava di un completo vistoso. Ma è una parata, non una cena di gala, e quale momento migliore di indossare un vestito del genere che alla parata dei Knicks?

ⓢ  Le parole di un politico che la moda dovrebbe fare proprie?
Quando Zohran Mamdani dice che «dovremmo vivere nell’abbraccio caldo del collettivismo»: sono parole applicabili a tutti i campi in fondo, ma alla moda forse di più.

ⓢ Tra le tante critiche che ti hanno fatto, la più divertente è quella sul nickname che ti sei scelta con una buona dose di ironia a 15 anni, Socialist Socialite. Credi che l’America avrebbe bisogno di una dose di socialismo?
Oh, credimi, servirebbe un sacco di socialismo (ride, nda).

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