Come ci ha cambiato il femminicidio di Giulia Cecchettin

I meriti della sorella Elena e del padre Gino, anche se a livello istituzionale e culturale i progressi sono ancora troppo lenti.

di Studio
04 Dicembre 2024

Il primo grado di giudizio è andato, e Filippo Turetta è stato condannato all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin. Turetta aveva confessato. L’assassinio è stato commesso l’11 novembre 2023. Non c’è mai stato, con tutta probabilità, un caso di femminicidio così seguito in Italia: i motivi sono molti, a partire dalle persone coinvolte come vittime e come colpevoli, e la speranza è che, nonostante le assurde polemiche e teorie del complotto che il caso ha in parte generato, possa fiorire una nuova consapevolezza. Che le asticelle dell’attenzione, della cura, dell’educazione maschile si alzino un po’ di più. Che quella della tolleranza per i comportamenti tossici e violenti possa invece abbassarsi drasticamente.

Una delle cose che ricorderemo di più è la reazione di Elena Cecchettin, la sorella di Giulia. Il 18 novembre, il giorno in cui il cadavere della vittima fu trovato, condivise su Instagram la Story della scrittrice Valeria Fonte che diceva: «È stato il vostro bravo ragazzo», condividendo poi un altro contenuto in cui c’era scritto: «Prevedibile dalla descrizione di quel bravo ragazzo, troppo bravo: non farebbe male neanche a una mosca. Certo, a una mosca no. Ma a una donna, beh, quella è tutta un’altra questione».

Due giorni dopo, al termine di una fiaccolata in memoria di Giulia, a novembre 2023, Elena Cecchettin tenne un discorso davanti ai cronisti che, come ha scritto Annalisa Camilli su Internazionale, «ha trasformato un dolore privato in una questione politica». Ha decostruito le narrazioni pigre che spesso leggiamo sulla stampa nei casi di femminicidio: «Filippo non è un mostro, un mostro è un’eccezione, una persona esterna alla società, una persona della quale la società non deve prendersi la responsabilità», disse. Aggiunse poi che Turetta era «un figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro». Infine, citò una poesia di Cristina Torres Cáceres, un’attivista peruviana, che fu molto ricondivisa nei mesi successivi: «Per Giulia non fate un minuto di silenzio, per Giulia bruciate tutto». La poesia dice: «Se domani sono io, mamma, se non torno domani, distruggi tutto / Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima».

Prevedibilmente e tristemente, le parole della sorella della vittima scatenarono una valanga di reazioni negative da parte di migliaia di uomini. Nei commenti dei social, i più beceri, ma anche nelle istituzioni. Ecco un’altra connotazione unica del femminicidio di Giulia Cecchettin: grazie alle parole di Elena, la reazione difensiva, all’insegna dell’abusata formula “not all men”, ha dimostrato quanto poco spazio ci sia, nel discorso pubblico italiano, per una riflessione critica di molti uomini sul patriarcato. Un consigliere regionale del Veneto, Stefano Valdegamberi, scrisse uno strampalato messaggio Facebook in cui sosteneva che le parole di Elena Cecchettin minimizzassero «la responsabilità personale dell’omicida per cercare una responsabilità nel presunto “modello patriarcale”», aggiungendo che Cecchettin «abbraccia ed esalta simboli di satanismo». Pochi giorni dopo, il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, a Roma c’era mezzo milione di persone a manifestare.

Anche il padre di Giulia ed Elena, Gino Cecchettin, ha contribuito a imprimere una narrazione diversa a questo omicidio. Il 7 marzo 2024, per esempio, ha tenuto un intervento alla Sapienza di Roma, per presentare il suo libro Cara Giulia, in cui ha detto: «Sono nato in una cultura machista, narcisista, in cui il maschio deve essere il più forte. E da Elena, che è una persona forte, come da Giulia ho imparato tantissimo. Elena è sempre stata contro il cat calling: ci diceva che non si deve fare. Io e sua madre Monia siamo nati in una società in cui il fischio è un apprezzamento e non capivamo. Poi c’è stato il suo famoso post di Instagram che parlava di patriarcato. Da persona ignorante sapevo che è una condizione familiare in cui il papà può decidere, non che ci fosse una condizione antropologica dietro. Lei mi ha detto che l’omicidio di Giulia è frutto del patriarcato e allora mi sono messo a studiare». Un’altra sua dichiarazione, che è stata molto ripresa dalla stampa, è quella in cui ha confessato: «Mi sono immedesimato nei genitori di Filippo diverse volte, anche perché sono molto razionale, hanno tutta la mia comprensione, darei loro un abbraccio; non li posso giudicare, stanno vivendo un dramma più grande del mio».

Quello che ha colpito moltissime e moltissimi, certamente, è stata non solo l’efferatezza del femminicidio (oltre 70 coltellate inferte da Turetta a Cecchettin), ma il “manuale” del patriarcato che si nasconde dentro il prototipo del “bravo ragazzo” messo in pratica da Turetta. Non solo nell’omicidio, ma in tutta la relazione con Cecchettin. Turetta non accettava la libertà e il libero arbitrio di Giulia. La stalkerava (anche se lo stalking non è stato considerato come aggravante, e la cosa ha fatto arrabbiare Gino Cecchettin) con centinaia di messaggi ogni giorno, aveva tentato di installare una app spia nel suo telefono, metteva in pratica con costanza comportamenti manipolatori, e aveva pianificato l’assassinio con giorni di anticipo.

Gino Cecchettin ha inaugurato la Fondazione Giulia Cecchettin proprio in questi giorni, ma a livello governativo non è stato fatto molto: in Italia non esiste ancora un protocollo per l’educazione sessuale e affettiva obbligatoria nelle scuole, i centri antiviolenza continuano a non ricevere i finanziamenti che chiedono (anzi, il nuovo protocollo d’intesa Stato-regioni potrebbe rendere ancora più difficile l’accesso ai fondi per queste entità), e i femminicidi continuano ad accadere. Nonostante non esista un database istituzionale dei femminicidi, si calcola (Osservatorio Non Una Di Meno) che siano già oltre 100 le donne uccise da uomini nel 2024.

Foto di Stefano Mazzola/Getty Images

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