Ogni buon libro deve essere un po’ autobiografico, secondo Edna O’Brien

I pensieri della scrittrice irlandese morta il 29 luglio a proposito di scrivere di sé stessi e la sofferenza legata alla scrittura.

di Studio
29 Luglio 2024

Edna O’Brien è morta sabato 27 luglio, come annunciato il giorno dopo dal suo editore, Faber Books. Aveva 93 anni ed era malata da tempo. «Era una delle più grandi scrittrici della nostra epoca», si legge nel comunicato di Faber, che continua: «Ha rivoluzionato la letteratura irlandese, dipingendo le vite delle donne e la complessità della condizione umana in una prosa luminosa e sobria. Edna, spirito ribelle e coraggioso, ha lottato con costanza per aprire nuovi orizzonti artistici, per scrivere in modo veritiero, da un luogo di sentimenti profondi».

Il libro più famoso di O’Brien è Ragazze di campagna, uscito nel 1960. Parzialmente autobiografico, il romanzo racconta l’educazione sentimentale e sessuale delle ragazze Caithleen e Baba, che in un’Irlanda cattolicissima cercano emozioni in città, fuggendo dalla campagna. O’Brien aveva all’epoca soltanto 23 anni. Il libro venne proibito, in Irlanda, secondo il Censorship of Publications Act, una legge del 1929. Se ne parlò anche in campo religioso: l’Arcivescovo McQuaid disse che non sarebbe dovuto entrare in nessuna casa rispettabile. In tutto il Paese si assistette a diversi falò, tra cui uno nel Paese natale di O’Brien, Tuamgraney.

O’Brien stessa ne parlò, sminuendo la portata dell’evento, in una lunga intervista uscita sulla Paris Review nel 1984: «Fu un evento da poco, come è normale per un posto arretrato. Due o tre persone erano andate a Limerick e avevano comprato il libro. Il parroco gli chiese di consegnare i libri, cosa che loro fecero, e lui li bruciò sul sagrato della chiesa. Comunque, molte persone l’hanno letto. Mia madre fu molto dura, pensava che fossi una vergogna. Questa è la cosa triste: ti ci vuole metà vita per uscire dagli abissi dell’oscurità e della stupidità. Mi riempie di rabbia, e di pietà».

In quell’intervista, O’Brien si dilunga su due temi in particolare: il ruolo dell’autobiografia nella scrittura romanzesca, e la sofferenza come ingrediente fondamentale dello scrivere: «Ogni buon libro deve essere, in una certa misura, autobiografico», dice all’inizio, «perché non si può e non si deve inventare emozioni dal niente; e nonostante stile e narrazione siano cruciali, il baluardo, l’emozione, è quello che conta alla fine. Con fortuna, talento e studio, si può riuscire a fare una piccola perla, o un uovo, o qualcosa di simile… Ma quello che lo fa nascere è ciò che accade dentro l’anima e la mente, e questo ha quasi sempre a che fare con il conflitto. E la perdita – un innato senso di tragedia».

Ancora, quando Shusha Guppy, l’intervistatrice, le chiede se tutti gli artisti siano in una certa misura masochisti, O’Brien dice: «Stavo leggendo le lettere di Van Gogh. Mio dio! Sono sorpresa che si sia tagliato soltanto un orecchio, che non si sia fatto del tutto a pezzi. Ma una scrittrice donna ha una doppia dose di masochismo: quello della donna e quello dell’artista. Gli uomini sono più bravi a scappare dalla loro psiche e dalle loro coscienze».

Quindi, parlando di scrittrici e sucidi, dice: «È solo per grazia di Dio, e forse per forza di volontà, che si riesce a farcela ogni volta. Molte grandi scrittrici scrivono uno o due libri e poi si uccidono. Sylvia Plath, per esempio. Era molto più giovane di Virginia Woolf quando si suicidò, ma se fosse sopravvissuta a quella crisi, penso avrebbe scritto libri migliori. Ho questa teoria secondo cui Woolf temeva che la fiamma del suo talento si fosse spenta o si stesse affievolendo perché il suo ultimo libro, Tra un atto e l’altro, non possedeva la genialità degli altri. Quando uno scrittore, o un artista, ha la sensazione di non essere più all’altezza, discende all’inferno».

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