La sinistra non riparta da Eddington

Ari Aster sbaglia tutto quello che Paul Thomas Anderson ha indovinato in Una battaglia dopo l'altra, eppure nessun film in questi anni ha fatto capire altrettanto bene in che vicolo cieco si sia ficcata la sinistra americana. E non solo americana.

16 Ottobre 2025

Talvolta un film per essere davvero rappresentativo di ciò che vuole raccontare deve essere un fallimento. Probabilmente Ari Aster immaginava Eddington come il suo trionfo, il suo definitivo affrancamento dall’horror con un film politico importante, ambizioso, attuale. Uno di quelli che la critica definisce “necessario”, anche se l’accoglienza al Festival di Cannes è stata per lo più tiepida, con parecchie giornalisti che lo hanno definito «un gran pasticcio di cui si poteva fare a meno». Forse Aster sognava di avere quello che qualche mese dopo ha avuto Paul Thomas Anderson con Una battaglia dopo l’altra. Cioè un film molto più a fuoco, molto più riuscito e puntuale nel raccontare il momento politico delicatissimo che gli Stati Uniti stanno vivendo, il lento scivolare di una complessa e controversa democrazia verso l’incubo distopico che la narrativa immagina dall’unificazione della nazione, a mo’ di monito. Magari senza aspettarsi di diventare profezia.

Eppure, nel lasciarsi scivolare le briglie del film dalle mani, nel farlo deragliare clamorosamente, Aster centra involontariamente una questione che nemmeno un maestro come Anderson è riuscito a rappresentare in maniera tanto perfetta: l’incapacità dei movimenti progressisti e della cosiddetta sinistra statunitense (e, per estensione, internazionale) di uscire da una crisi esistenziale che pare senza ritorno. Aster è lo stereotipo del regista travolto dal suo stesso entusiasmo, incapace di contenere il suo talento, ma che in qualche modo, per qualche ragione, centra il punto di una questione che forse nemmeno voleva affrontare. Eddington si poteva salvare, forse avrebbe potuto essere un grande film se accanto al regista ci fosse stato un produttore più severo o anche solo un genitore che l’avesse convinto a non scriversi da solo i film (suo padre gliel’aveva detto dopo aver visto Beau ha paura). Sbaglia tanto, Aster. Ma nel modo migliore.

Aster vs Anderson

È impossibile parlare di questi errori resistendo alla tentazione di paragonare Aster ad Anderson. Da un lato Anderson, maestro ormai maturo che si appoggia a un romanzo di un altro genio statunitense, attualizzandolo con perfetta accortezza. Dall’altra, il giovane promettente che fa tutto da solo e si perde per strada. Entrambi hanno scelto una strada rischiosa e che pochi colleghi si azzardano a percorrere: quanti film statunitensi chiaramente politici abbiamo visto negli ultimi anni? Parecchi. Pochissimi, però, si muovono nel presente, nell’oggi, ponendosi la domanda non di cosa sia diventata ma di cosa stia diventando l’America. È molto più facile rifugiarsi nel passato o nel cinema di genere, plasmare la risposta in maniera indiretta, in forma di metafora.

Eddington, ancor più di Una battaglia dopo l’altra, si muove nella contemporaneità statunitense, è parte del dibattito sull’immigrazione, sul razzismo e sui social che distorcono la percezione della realtà. È uno dei primissimi film che prova a elaborare l’eredità emotiva, politica e storica, ancora in larga parte indecifrabile, della pandemia. Lo fa portandoci in una sorta di western satirico dove Joaquin Phoenix è uno sceriffo ossessionato dalla pericolosità delle mascherine che decide di sfidare nelle imminenti elezioni comunali il sindaco della città che dà il titolo al film. Paladino della distanza di sicurezza e delle accortezze anticontagio, il primo cittadino di Pedro Pascal diventa l’avversario del protagonista, per motivi che poco hanno a che fare con la pandemia e molto con il suo rapporto morboso e irrisolto con la moglie piena di tic e paranoie del poliziotto, interpretata da Emma Stone.

Battaglie politiche e ossessioni psicanalitiche

La contrapposizione politica tra sceriffo incapace e sindaco piacione diventa una sorta di rilettura del western e soprattutto degli schieramenti politici statunitensi. Non fosse che poi Aster scivola, come sempre, nell’ossessione del protagonista per le donne e per le figure materne, e nella sua, di regista, di sottoporre Joaquin Phoenix a tour de force freudiani. Quello che rimane è un film scomposto e spesso inconcludente, che contiene almeno altri due o tre film appena accennati (il predicatore carismatico di Austin Butler o il passato travagliato della “First Lady” Emma Stone), che a loro volta meriterebbero di essere girati. Aster, dunque, sbaglia per eccesso di ambizione e per colpa di un coraggio quasi smodato, scegliendo la via più difficile di raccontare questioni che fatichiamo ancora a descrivere a parole. È un modo davvero ammirevole di sbagliare, specie se poi nel farlo si riesce a indicare tutti i limiti di certi discorsi di un pezzo di classe dirigente degli Stati Uniti oggi, dei partiti d’opposizione, dei legacy media, degli attivisti sui social. Aster lo fa perlopiù inconsapevolmente, ma lo fa.

Nei passaggi satirici dedicati ai giovani attivisti bianchi che protestano a sostegno del Black Lives Matter, nell’affrontare la questione del razzismo sistemico delle forze dell’ordine, nel raccontare l’edonismo contorto che stimola l’autonarrazione collettiva e condivisa sui social, Eddington non riesce a dire nulla che non sia scontato, ombelicale e tremendamente stereotipato. Finisce insomma per diventare la perfetta rappresentazione cinematografica di una parte politica che incarna sempre più solo la propria miope vanità, che nel criticare l’avversario assume atteggiamenti altrettanto grotteschi, stupendosi poi di non essere capita (e tantomeno votata). Aster incarna chi pensa di avere la soluzione per fermare questo lento scivolare dell’Occidente in direzione ostinata e autoritaria (ormai divenuto quasi una frana), senza rendersi conto che lui è parte del problema, senza idee e men che meno soluzioni buone a portare a casa un film, figuriamoci un cambiamento politico..

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