Stili di vita | Coronavirus

Che giorno è?

Da quando è iniziata la pandemia, non ce lo ricordiamo più.

di Corinne Corci

Il Calendario perpetuo Timor, progettato da Enzo Mari nel 1967

I giorni della settimana hanno sempre avuto un colore preciso. Come il lunedì, di quel giallo necessariamente e sgradevolmente sfolgorante. O il venerdì, che prima del lockdown ce lo ricordavamo verde, come lo sono ancora certi tratti ai lati delle autostrade che portano al mare. Ma adesso, mentre abbiamo perso la distinzione dei momenti, in un effetto paralizzante in cui ogni giornata è stata assorbita da un flusso infinito di tempo indifferenziato, tutto ci sembra essere diventato troppo grigio. E ce ne rendiamo conto quando peregriniamo dalla camera da letto al bagno, con la stessa espressione di Pablo Escobar che aspetta nel cortile di casa nel meme di Narcos, a chiederci che fine abbia fatto il martedì. Per quale indecifrabile mistero sono già passate le sei anche se cinque minuti fa era ancora mattina.

I giorni si confondono, e forse potrebbe essere sintomo di un principio di demenza senile, come le piaghe da decubito-da divano, dal 9 marzo siamo invecchiati di almeno tre anni. Ma lo ha spiegato anche la scienza, attraverso uno studio del 2015 condotto dai ricercatori di alcune università inglesi, per cui il motivo che ci porta a dimenticare il giorno corrente risiederebbe in una questione psicologica: «Mentre ai lunedì e ai venerdì vengono associati sentimenti forti, positivi e negativi, quando si passa ai più monotoni giorni infrasettimanali, a livello psichico le emozioni si bilanciano, rendendo i martedì, i mercoledì e i giovedì meno memorabili». Una condizione che a causa del Coronavirus, e della nostra permanenza domestica, è stata portata ai suoi estremi, rendendo la luce diurna l’unica cosa rimasta a fissare qualche delimitazione temporale. Così ci svegliamo, mangiamo, lavoriamo o in alternativa proviamo a trovare qualcosa da fare: prima di mangiare di nuovo, inventarci qualcosa d’altro, e andare a dormire. Magari, se saremo stati fortunati, avremo trovato un vecchio classico su qualche canale del digitale, forse Via col vento che è iniziato da un pezzo, e quindi dobbiamo resistere al massimo due ore: e alla fine, come ogni volta, la O’Hara si volterà dopo che Rhett se ne sarà andato, e prima di stagliarsi su un tramonto vermiglio – vai con la base orchestrata – inesorabile dirà che «dopotutto, domani è un altro giorno». Sì, ma quale?

Nessuna giornata è particolare, «tutte si somigliano», come ha scritto Emily Todd VanDerWerff su Vox, allargando la riflessione a come siamo soliti considerare il tempo, e a come potremo considerarlo una volta terminata la pandemia. «Gli uomini inizieranno a perdere quell’urgenza irrequieta, quel desiderio di consumare gli attimi in fretta, scandendoli attraverso le lancette di un orologio? Perderanno mai le ore, i minuti, i secondi, e inizieranno semplicemente a vivere?», si chiede. Che tanto il tempo non esiste, spesso ce lo ha detto la fisica (con la teoria della gravità quantistica a loop). E ci siamo riscoperti a pensare che potrebbe essere vero, ora che i giorni hanno iniziato a fondersi gli uni con gli altri.

La nostra settimana è piena di cose che sono “al posto di”, degli esercizi sul tappeto al posto di andare in palestra, delle cene su FaceTime al posto di quelle al ristorante, tanto che ci sembra di aver sostituito anche il tempo con una dimensione confusa di pensieri e attività che svolgiamo senza incasellamenti. Un tempo tutto nostro, “al posto di” quello convenzionale. E in questa personale ricostruzione della vita, a quale giorno siamo arrivati, nessuno se lo ricorda più. Nemmeno chi aveva iniziato a tenere un diario della quarantena, e neanche gli influencer, che erano partiti bene con il primo post, “Quarantine Day1”, e adesso sono arrivati a “Quarantine Day145”.

Per questo abbiamo smesso di fidarci delle date, 4 maggio, 18 maggio, proprio perché tutto è diventato relativo. Che giorno è, che anno è, che ora è, che fase è, sappiamo solo che non ce la facciamo più, e che ogni mattina ci sembra di essere finiti in una vecchia pellicola degli Anni Novanta che ha affrontato il tema del loop spazio temporale, come quello in cui rimane incastrato Bill Murray quando in Ricomincio da capo va in Pennsylvania per fare un reportage sul Giorno della Marmotta. Intanto il pensiero di non aver mai avuto una simile quantità di tempo a disposizione, e probabilmente di non averne neanche mai sprecato tanto, ha iniziato a logorarci dall’interno. Così che durante la nostra giornata, qualsiasi essa sia, ci capita di immaginarci tra qualche mese indomiti e inappuntabili come Rossella O’Hara a recuperare tutti quei domani che ci siamo persi, e che sono diventati troppo grigi. Anche se abbiamo ridipinto il bagno di verde inglese per rendere quello scorso mercoledì un po’ diverso. Così tanto differente che, in realtà, era proprio un altro giorno.

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