Il nuovo film di Kelly Reichardt, presentato a Cannes e distribuito in Italia da Mubi, non rientra davvero in nessuna delle tante definizioni che ne sono state date. Ed è proprio per questo che è così sorprendente.
Dopo aver visto Die My Love ho scritto un messaggio a mia madre per ringraziarla di non essere impazzita subito dopo avermi messo al mondo. Ovviamente, lei ha pensato che fossi impazzito io, mi ha chiesto di che diavolo stessi parlando, io le ho detto che avevo appena finito di vedere un film in cui una donna impazzisce subito dopo aver messo al mondo un figlio, lei mi ha detto che dovrei smetterla di vedere questi «film di diauli» (è il suo modo di definire tutti i film che raccontano storie che le fanno paura, cioè quasi tutte), mi ha dato la buonanotte e se ne è andata a dormire.
Die My Love in effetti potrebbe essere un film di diauli, perché è più facile accettare che quello che succede a Grace (Jennifer Lawrence) sia causato dall’invasione di una forza ultraterrena – il diavolo che violenta Rosemary in Rosemary’s Baby, il Babadook che insidia Amelia in The Babadook, il Black Adam che trasforma Tomasin in una strega in The Witch, una qualsiasi metafora che l’horror ha tagliato con l’accetta per descrivere la mente danneggiata di una donna – che da un neurotrasmettitore difettoso. Ci sono momenti di Die My Love talmente inquietanti che ci si convince davvero che Grace sia indemoniata, che la forza maligna che si è impossessata del suo corpo non sia di questo mondo.
La battaglia universale
Grace prende a testate i muri e gli specchi. Grace scortica le pareti di casa sua a unghiate. Grace si lancia attraverso una porta finestra, sfondandola, cadendo in mezzo alle schegge che le trafiggono la carne. Grace minaccia di lanciarsi fuori dalla macchina. Grace cammina in tangenziale con le ciabatte, diretta da nessuna parte, spingendo il passeggino in cui ha sistemato suo figlio Harry. Grace porta l’odioso cagnolino di suo marito Jackson (Robert Pattinson) in mezzo alle frasche e gli spara con il fucile, uccidendolo.
La messa in scena di questi momenti – con scelte come la pellicola Ektachrome, il formato 1.33:1, la fotografia di Seamus McGarvey, il montaggio di Toni Froschhammer, il blu e il grigio che coprono tutto con una polvere da inverno post atomico, il verde e il giallo che brillano come se il sole si fosse avvicinato troppo – fa davvero pensare che quello di Grace sia un mondo in cui si muovono i diauli, il parco giochi di un demonio che si balocca con il cervello di una giovane donna. Viene da pensarla così fino a quando nel film non interviene la regista Lynne Ramsay, a spiegare che Grace esiste davvero, nel mondo vero, e che sta semplicemente combattendo «la battaglia universale», come la definisce lei. «Sono qui, sei tu che non mi vedi», dice Grace al suo inetto marito, dice Ramsay al suo illuso spettatore: esistono davvero persone che soffrono e che soffrono così, in questo modo imbarazzante, grottesco, violento, mostruoso, mortifero. Die My Love parla anche di questo, di come tutti i progressi nel discorso sulla malattia mentale consistano in un semplice allargamento del recinto della tollerabilità: va bene una neomamma che piange a dirotto e si strappa i capelli, fin qui ci arriviamo; una che cammina a quattro zampe nell’erba alta brandendo un coltellaccio, qua ci fermiamo. Da questo punto di vista, la cosa più simile che c’è a Die My Love è Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, per il modo in cui espone l’inconcepibile geometria della malattia mentale, rimettendo al suo posto chi si illude di aver capito.
Dopo la prima a Cannes, l’inizio di una lunga serie di trionfi nel circuito dei festival, la critica ha avuto fretta di dimostrare di non aver capito granché di questo film. Parla di depressione post partum, hanno detto e scritto. Parla di una madre snaturata, hanno detto e ripetuto. E dire che Die My Love è persino didascalico nell’esposizione di se stesso. C’è una scena, la più brillante e imbarazzante del film, in cui Grace si trova a una festa con amici e parenti. Una conoscente la avvicina e attacca a parlare di maternità e a lamentarsi di come delle peripezie dei genitori, delle mamme soprattutto, nessuno parli abbastanza. «Ma se non si parla d’altro, cazzo» (ammetto che questo suo disprezzo per il moderno discorso sulla genitorialità me l’ha resa subito carissima, probabilmente inquinando il mio giudizio sul film tutto), risponde Grace prima di spogliarsi e tuffarsi in piscina, provocando una crisi cardiorespiratoria al suo mortificato marito.
«È più complicato di così», ha detto anche Ramsay a quelli (tutti) che le hanno chiesto di questo film sulla depressione post partum che lei ha girato evidentemente a sua insaputa. È talmente più complicato di così che per spiegarlo Grace è costretta a dire che «non ho nessun problema a legare con mio figlio. Ho un problema a legare con tutto il resto di questo mondo del cazzo». Grace è anche una scrittrice che non riesce più a scrivere, ha un marito che non vuole più fare sesso con lei, è una creatura metropolitana che improvvisamente, misteriosamente si ritrova a interpretare la parte della mammina-mogliettina della famiglia nel bosco, senza poter nemmeno serbare la speranza italiana che un magistrato venga a salvare lei e suo figlio dall’inferno bucolico del Montana.
È più complicato di così
«Mi hai trascinato nella casa in cui tuo zio si è suicidato sparandosi nel culo!», sbotta durante una manesca litigata con Jackson (gloria eterna ai co-sceneggiatori Enda Walsh e Alice Birch, fuoriclasse del dialogo, artisti capaci di maneggiare credibilmente l’immagine di un uomo che si suicida tirandosi una schioppettata tra le natiche). Ha anche partorito, Grace, certo. Ma viene quasi istintivo condividere il suo nervosismo per questo disturbo comportamentale che sembra affliggere tutti quelli che la circondano, tutti a dirle che «è normale», che «capita a tutte» di perdere la testa dopo la nascita di un figlio (con una deliziosa scelta di casting, Ramsay mette tutti i discorsi normalizzanti in bocca a Sissy Spacek, interprete a sua volta di due leggendarie pazze del cinema americano, Holly della Rabbia giovane e Carrie di Carrie – Lo sguardo di Satana). Ma «mio figlio è perfetto», spiega inutilmente lei a quelli che pensano che la sua pazzia sia iniziata nell’utero. Non a caso, Grace impazzisce per davvero solo quando la costringono a stare lontana dal figlio.
Die My Love è comunque «più complicato di così», è più complicato di quasi tutti i film che mi sia capitato di vedere nel recente passato. Pochi film sfidano così apertamente lo spettatore, mettendone alla prova sensi e coscienza. Dal punto di vista estetico, Die My Love è un visione quasi punitiva, con i suoi bui e le sue sgranature e i suoi stacchi di montaggio che portano il punto di vista dello spettatore quasi sempre nell’angolo volutamente sbagliato, disorientandolo, frastornandolo. Ma questa estetica indemoniata – ancora una volta torniamo lì, al film di diauli – è inevitabile, è lo specchio in cui si riflette la coscienza devastata di Grace, le immagini sono i vetri di una serra dentro la quale vediamo Ramsay che coltiva la pianta della malattia mentale di Grace.
A Grace gli psichiatri seduti tra il pubblico hanno diagnosticato diverse malattie – della depressione post partum abbiamo detto, e poi c’è stato anche il disturbo bipolare e la mania e tutte tre le cose assieme – dimenticandosi di quella che Ramsay ha raccontato in tutti i suoi film precedenti: l’isolamento. Die My Love è un film che parla di questo, e la maternità è ovviamente una delle forme possibili dell’isolamento, una delle iterazioni conosciute della battaglia universale. Jennifer Lawrence, che di questo film è tutto, anima e corpo (soprattutto corpo, non c’è un’attrice capace come Lawrence di manipolare questa materia grezza senza trasformarla, se Emma Stone è la più brava che c’è a travestirsi, Lawrence è la più brava che c’è a “svestirsi”), ideatrice e produttrice, ha detto che la sua interpretazione è ispirata ai mesi successivi alla nascita del suo secondo figlio, mesi in cui si sentiva «un alieno». Chissà se questa cosa la sapeva anche quel furbacchione di Martin Scorsese, quando ha inviato a Lawrence una copia del romanzo Ammazzati, amore mio di Arianna Harwicz di cui questo film è adattamento. Sta di fatto, che da quel momento Lawrence non ha pensato quasi a niente altro che a Die My Love.
Le situazioni di lui e di lei
Chiaramente, Die My Love è un film che racconta un’esperienza femminile del mondo ed è per questo tanto meglio osservabile da un punto di vista femminile. Il film è anche questo, un discorso su quanto diverse siano le vite interiori dei maschi e delle femmine, spesso tenute attaccate a malapena dai fluidi corporei, dal sesso e dalla sue conseguenze (i figli). Una notte, Jackson se ne va in campagna con il suo telescopio a guardare le stelle. Grace lo segue e, interdetta, gli chiede cosa stia facendo. Jackson le risponde che sta guardando le stelle, perché a chi non piacciono le stelle. Grace se ne va sbuffando, chiedendosi «chi cazzo se ne frega dell’universo». Questa è spesso la distanza tra i lui e le lei: siderale.
Ma anche in questo caso Die My Love si dimostra più complicato di così, un gioco di specchi, un ammasso di superfici riflettenti sulle quali seguire lo svolgersi della stessa vicenda, la storia dell’impazzimento di Grace. Una di queste superfici è certamente Jackson, il marito d Grace, interpretato da Robert Pattinson (a cui prima o poi bisognerà riconoscere ufficialmente il titolo di migliore di questa generazione di attori americani, mondandolo finalmente del peccato originale di Twilight). Anche lui è più complicato di così, almeno di come appare all’inizio, un buzzurro come tanti se ne trovano nelle storie di coppie sbagliate.
E poi Ramsay comincia a ripulire la superficie di questo personaggio, rivelando uno specchio sul quale viene proiettata l’altra parte della storia di ogni coppia malata: lui che si convince di poter essere normale abbastanza per entrambi, di poter riparare le pareti marcite della sua mente coprendole con una carta da parati decorata a piccoli gesti amorevoli e quotidiani. «Posso fare di più», sussurra un disperato Jackson a Grace. «Basta così», risponde lei. Ed è soltanto in questo momento che pure un frescone come Jackson capisce che cosa ha provato a dirgli Grace per tutto il tempo che sono stati insieme: «It’s the loneliest thing in the world, waiting to be found», si diceva in un’altra mirabile opera sulle donne che scompaiono (The Killing, quarta stagione). E una volta che Grace capisce che nessuno la troverà, che il mondo le ha riservato un posto unico e che accanto non le si siederà mai nessuno, solo allora fa l’unica cosa davvero sensata da fare: impazzire.
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