Il regista ha avuto il coraggio di fare quello che i grandi autori fanno quando decidono di confrontarsi con un classico: cambiarlo a piacimento, per salvarlo dall'oblio, per evitarne la musealizzazione.
In questi anni si è creata come una spaccatura tra pubblico e critica cinematografica. Sempre più film osannati dalla critica vanno male al box office, e sempre più film stroncati dalla critica trovano il favore degli spettatori. Pensiamo ai casi recenti di Super Mario Galaxy e Michael, il biopic su Michael Jackson; o, se vogliamo rimanere tra le produzioni italiane, pensiamo a Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone e, prima ancora, a Io sono la fine del mondo di Angelo Duro, diretto sempre da Nunziante. Le persone sono andate a vedere questi film, portandoli a un successo economico innegabile, e spesso lo hanno fatto quasi usando il parere negativo della critica come elemento determinate: se loro, gli intellettuali, i so-tutto-io, i professoroni la pensano così, allora è il caso di recuperarlo.
Si è rotto qualcosa: quel rapporto di fiducia che una volta univa chi scrive a chi guarda, che rendeva autorevole un giornalista e curioso lo spettatore. Per carità: non stiamo parlando di un rapporto ossequioso, servile, al limite della dipendenza intellettuale (o forse sì?). C’era, però, più spazio per il dialogo e per un confronto reale, basato sugli argomenti e non sulle sentenze. Oggi no, oggi se non dici immediatamente se una cosa, un film o una serie, è bella o brutta, un capolavoro assoluto o una merda totale, sei noioso, inconsistente, «solo chiacchiere e distintivo».
La crisi della critica è cominciata tanto tempo fa, e ha a che fare anche con la crisi dell’editoria e del giornalismo. Ma è innegabile che con l’arrivo dei social media sia diventata ancora più profonda. Oggi tutti possono dire quello che pensano di un film, e possono farlo senza intermediari, senza dover rispettare embarghi, senza dover sottostare a questo o a quell’accordo con il distributore. Facebook, Instagram, X e TikTok si sono trasformati in pulpiti digitali, da cui chiunque si può affacciare e parlare alla folla di mipiace, cuoricini, retweet e stories. Chi ha ragione, chi ha torto. Il dibattito pubblico intorno a film e serie tv si è trasformato in una sorta di campo minato: metti un piede lì e sei morto, ecco la shitstorm.
Non cerchiamo pareri onesti, sinceri, pronti a dirci effettivamente com’è qualcosa: cerchiamo qualcuno che la pensi come noi, che possa rassicurarci, che non ci faccia sentire soli (e questo, va detto, succede per qualunque argomento e tema, non solo il cinema). Viviamo nell’epoca delle tifoserie. Ma qual è il ruolo del critico? Forse c’è altro oltre il semplice parere, oltre la piattissima dicotomia tra “è bello” ed “è brutto”; forse la critica deve dare gli strumenti a chi la legge o ascolta per farsi una sua idea, per costruire un pensiero personale, per avere modo, indipendentemente, di avventurarsi tra titoli e registi diversi.
Ora che Letterboxd, una piattaforma dove chiunque può scrivere quello che pensa di un film, assegnando un voto fatto di stelline, è in vendita, le cose si faranno più chiare. Netflix, Sony e Paramount Skydance sono interessate a comprarla e sono pronte, pare, a sborsare 250 milioni di dollari. Ma chiediamoci: quanto vale la passione delle persone? Quanto vale quel senso di comunità che unisce chi condivide lo stesso interesse? I distributori provano a correre ai ripari, anche dall’eccessivo entusiasmo, adottando soluzioni diverse. Si è parlato a lungo, per esempio, della decisione di Universal Pictures di non organizzare eventi ad hoc per influencer e content creator per la presentazione di The Odyssey di Christopher Nolan. (Alla fine, intendiamoci, i content creator e gli influencer hanno comunque potuto vedere il film, solo non da soli e non per primi).
Il problema, dicono, è gonfiare le aspettative del pubblico. Se tutti parlano bene di qualcosa, e poi quel qualcosa non mantiene le promesse e le premesse, c’è il rischio dell’ennesimo cortocircuito: il pubblico non solo non consiglia il film, ma suggerisce di evitarlo come la peste, ché ci hanno tradito, preso in giro e truffato. È vero che certi influencer e content creator, al settimo cielo per essere stati presi seriamente in considerazione dai distributori, tendono a farsi prendere la mano, a dire che una cosa non è solo bella ma addirittura un assoluto capolavoro, quando in realtà non lo è. Succede ovunque. Negli Stati Uniti come in Italia. E qui da noi, ultimamente, si è fatto largo – o meglio: è tornato prepotentemente – un altro tema: il conflitto di interessi. Se ti invitano a un’anteprima, se ti danno i gadget, ti pagano il viaggio, ti trattano come un ospite, che cosa potrai mai dire di quel film o di quella serie? Sei coinvolto, che tu lo voglia o no. Sei, ecco, in conflitto.
La risposta che ha accolto la decisione di Universal Pictures è stata una risposta quasi unanime: una felicità strana, arrabbiata, per la decisione di tenere fuori questi influencer che passano tutto il giorno a pontificare su YouTube e Instagram, tra dirette, storie e video più o meno brevi. Anche questo, però, suona piuttosto paradossale. Perché i content creator, online, continuano ad andare bene, a fare i loro contenuti, a essere visti, a pubblicare, condividere e a pontificare – alcuni lo fanno, è inutile negarlo. Insomma, parliamo di bolle: la bolla di chi ama i film, la bolla di chi vuole un confronto reale; la bolla di chi vuole avere ragione; la bolla di chi segue i content creator e la bolla di chi, al contrario, li odia (o li invidia?).
Ciò che rimane, e che rimane in modo piuttosto evidente, è che c’è più tempo per approfondire, per decostruire un film, per raccontarlo per ciò che è davvero e non per ciò che crediamo (o speriamo?) sia. La critica non dà più strumenti, dà pareri. E più è caustica, più è cattiva, più è senza pietà, più allora – ci diciamo – è affidabile. Ma non è così. Anche questo è un meccanismo di sopravvivenza per rimanere rilevanti, per non passare rapidamente nel dimenticatoio e per poter capitalizzare il più possibile, con click, copie e visualizzazioni online, prima che un film sia finalmente in sala. Il punto non è trovare sempre qualcosa di buono in ciò che si vede; il punto è provare ad allargare il proprio sguardo e a prendere in considerazione elementi e sfumature che nel qualunquismo quotidiano rischiano pericolosamente di perdersi.
Questo i content creator e gli influencer lo fanno? Dipende. Dipende dal singolo caso, dipende dal mercato; dipende da quello che cerchiamo. Su YouTube ci sono canali che offrono video-saggi, non video-recensioni, in cui non il film, ma lo stile di questo o quel regista e l’approccio di questo o quell’attore vengono analizzati e sviscerati. E questa è critica, con o senza patentino, con o senza tesserino dell’Ordine dei Giornalisti. La crisi dell’editoria, poi, ha favorito un altro fenomeno, e cioè la migrazione di giornalisti e critici dalle testate di settore verso le piattaforme digitali, dove poter sperare di andare bene e, finalmente, guadagnare. Google, dopotutto, è un editore molto più affidabile di tanti altri: ti chiede di raggiungere una certa soglia di iscritti e di visualizzazioni, e bene o male ti lascia libero.
Ci sono tanti esempi positivi, in questo senso. Uno su tutti è Storyline, il canale di Gabriele Niola, che sì, fa critica. Va dietro le quinte dei grandi film, li racconta, ce li presenta come avventure pazzesche; magari trae anche qualche conclusione, però ci offre gli strumenti – rieccoci – per farci una nostra idea e per capire effettivamente che tipo di mondo fosse quello della Hollywood degli anni Ottanta o Novanta (Niola ha pubblicato un libro, Fare film è un inferno, pubblicato da UTET). Ma ci sono anche altri nomi, come Francesco Alò, sempre critico e giornalista, Slim Dogs e Mauro Zingarelli, che spiega come vengono costruite e realizzate determinate scene nei film. La decisione di Universal Pictures di vietare, o comunque di arginare, la partecipazione di influencer e content creator è una non-decisione. Non c’è niente di definitivo, e comunque, come dicevamo prima, influencer e content creator sono stati invitati alle anteprime – in Italia, da quello che sappiamo, non è mai stato sollevato il dubbio.
Per anni abbiamo ripetuto che nessuno legge più le recensioni, che sono un formato vecchio, andato, da dimenticare. E se in parte è così – si rincorrono i meccanismi, i ragionamenti, gli approcci, si rincorre lo stesso tono polemico che hanno alcuni critici –, è altrettanto vero che le recensioni continuano a conservare un potere comunicativo specifico, che serve tanto ai distributori quanto agli stessi spettatori. Una recensione è, sostanzialmente, un’analisi. E, dentro di sé, può conservare uno o più consigli. E per chi deve portare in sala un film, è una sorta di biglietto da visita. Frasi e periodi interi vengono citati e inseriti all’interno dei materiali promozionali, poster e trailer, e usati come garanzia: vedete? Lui dice che è bello, tocca andare in sala. Le recensioni sono monete di scambio in un’economia che va sempre più veloce, sempre più di fretta, che non dà la giusta attenzione ai film, ai registi e agli attori. Le recensioni, quando scritte bene, possono essere un punto di riflessione, un modo per cominciare un dibattito. E se sono scritte male, nessun problema: si prende questa o quella frase, più o meno soddisfatta, più o meno entusiastica, e si aggiunge alla card per Instagram. Siamo riusciti, ancora una volta, a svuotare un gesto del suo vero significato e ad accontentarci.
Il vero problema è un altro. Ed è un problema che coinvolge tutti: influencer, content creator, pubblico e critica. Il problema è questa cultura asfissiante dell’hype, del fare bene, dell’essere i primi, di vendere entusiasmo quando c’è a malapena qualcosa di cui essere contenti, di dimostrare agli altri che essere stati invitati a questo o a quell’evento è stata un’occasione bellissima, più unica che rara, e che è toccata a noi, non a voi, perché noi siamo speciali. «Io so’ io», direbbe il marchese del Grillo di Alberto Sordi. E quindi sì, bisogna essere felici. Non parliamo più dei film, ma parliamo di noi stessi. Parliamo di come siamo stati a un’anteprima, di come si è svolta. Parliamo dell’intervista di due o tre minuti che ci hanno fatto fare con il cast, a cui non abbiamo chiesto assolutamente niente del film, perché ci siamo concentrati sul gelato che hanno mangiato a Roma, sul vestito che hanno scelto, su quel giochino così divertente che, ne siamo sicuri, ci farà fare click, views e condivisioni: se ci dice bene, diventiamo virali. Il caso di The Odyssey è solo la punta dell’iceberg. E una cosa è certa: né una storia su Instagram né un TikTok salveranno il cinema.
