I generi alimentari stanno prendendo il posto della moda nella definizione dello status culturale. È una tendenza che esiste da anni ma che si sta rafforzando in questo momento di crisi economica, come confermato anche dal report The Status Economy di Highsnobiety.
“Ma cosa fai quest’estate?” è la versione in Birkenstock di “Ma cosa fai a capodanno?”. È come se la ciclicità annuale, interrotti ormai i rituali che ci legavano alla terra e alle stelle e agli dei, si manifestasse solo quando c’è l’illusione di separarci dal giogo del capitalismo. E non appena si sente in giro l’odore dei primi gelsomini, o si vede la coda in gelateria, si inizia a pensare a dove ci si parcheggerà a luglio e agosto.
Il mondo è in fiamme. Disastri climatici catastrofici, siccità in Amazzonia, genocidi in Medio Oriente, partiti populisti anti-europeisti e xenofobi che si avvicinano al potere, i russi che continuano a invadere l’Ucraina, conflitti in Sudan, la fine dell’accordo nucleare – il New Start – tra Russia e Usa, case a Milano carissime, bombardamenti in Libano, carestie ad Haiti, migranti che muoiono di caldo, Sal Da Vinci che vince Sanremo, ritorno dell’Ebola in Africa, e poi l’hantavirus, che apre subito lo spauracchio di una nuova pandemia con relativi lockdown stile Covid 19… Ma molti sembrano disperati soprattutto per una cosa: quest’anno i voli saranno ridotti per via dell’operazione trumpiana in Iran, e i voli che ci saranno costeranno troppo.
Il volo
Panico. La gente non parla d’altro. Nei bar si maledice il Ceo di Ryanair come fosse un demagogo signore delle armi. La chiusura a singhiozzo dello stretto di Hormuz è terribile solo perché mette a rischio il volo Fiumicino-Ibiza. “Voli estivi, la crisi del cherosene spaventa gli italiani e le compagnie aeree”, titola il Corriere della Sera. “L’estate dei voli perduti”, dice Repubblica. Sui social clickbaiting allarmistico: “12mila voli cancellati”. Panorama, titolando “Voli cancellati, ritardi e prezzi alle stelle” propone “la guida per salvare le vacanze estive”. Sembra il capriccio degli occidentali coccolati, al sicuro, con la casa intatta, senza droni assassini che svolazzano davanti alle finestre, e che pensano solo a quale isola greca scegliere, a quale capitale europea scartare, scrollando Booking e AirBnb come fossero social dopaminici e mettendo in subaffitto il loro bilocale a Turro o a Centocelle “dal 10 al 26 luglio, vicinissimo alla metro!”. A prima vista appare come uno sfizio, come le brioche di Maria Antonietta, come l’incapacità di saltare, almeno un anno, la meta distante, di non sapersi accontentare di una Freccia verso la Versilia o il Salento.
A pensarci bene però, mettendosi degli occhiali con le lenti post-marxiste, più che una forma di egoismo il dolore di dover saltare, o modificare, la vacanza estiva, per i Millennial sembra più sintomo di un profondo malessere. Certo, c’è chi non vede l’ora di andare in spiaggia o nei ristorantini folkloristici per postare foto, per fare scatti finto-rilassati ai tavolini con le gambe infilate sulle spiagge delle Cicladi, o al telo mare con sopra un tascabile di Sally Rooney o Deborah Levy rovinato dalla salsedine, o il reel dal gommone in qualche arcipelago del sud-est asiatico, o da qualche colazione nell’autentico bnb francese/islandese/croato consigliato da “amici” di Instagram. Ma, tic di vanitas e di FOMO a parte, non staccare mai è percepito, nella testa dell’italiano, e forse dell’europeo, come una vera tragedia.
Sono in vacanza, sono in vacanza, sono in vacanza
Si lavora tanto e si guadagna poco, i prezzi salgono, i boomer comandano, e i 90enni conducono i programmi tv in prima serata. E forse, anche inconsciamente, molti sanno che quei dieci giorni in Grecia a dormicchiare o in Corea a mangiare e a comprare prodotti di skincare, sono in realtà l’unica salvaguardia al burnout. Anche perché l’elemento “esotico”, la lingua straniera, le abitudini diverse, i supermercati esaltanti come caverne di Aladino, aumentano la sensazione di lontananza e di fuga, distaccano ancora di più dalla realtà. La hustle culture, certo, arriva anche mentre sei sulla sedia a sdraio, le mail possono essere mandate anche il 15 agosto, ma ci si ripete il mantra di resistenza al tecnofeudalesimo: “sono in vacanza, sono in vacanza, sono in vacanza” e si resiste a non cliccare sull’icona di Gmail, si vorrebbe buttare l’iPhone in mare e al limite, come gesto di massima libertà, lo si lascia in camera mentre si va a fare una passeggiata. Si fugge dal doomscrolling, così come dalle richieste del capo o del cliente o di sé stessi.
“Perché i millennial sono sempre stanchi?” si chiede un articolo su Nylon. Il rapper Post Malone se l’è tatuato sulla faccia: “Sempre stanco”. «Essere stanchi è una forma di radicalismo al #resisti!», dice l’articolo, alla “resilienza” – a proposito di pandemia – che ci viene imposta in quanto eterni precari. I Millennial americani, raccontava un sondaggio di cinque anni fa, si rilassano in media solo sette ore a settimana.
A un evento del Salone del Libro Michele Serra, alla domanda sui libri che legge e come li sceglie, ha detto che ora non legge più come una volta, perché si naviga, oggi, «in orizzontale, citando I barbari di Baricco» e «leggere un romanzo vuol dire fermarsi in un punto e andare nel profondo», e quasi con fastidio ha chiesto al pubblico: «Ma come diavolo facevamo a 25, a 30 anni a leggere così tanto!». Certo, non c’erano i social, non c’era l’iperconnessione e tutto quanto descriviamo ormai da 15 anni almeno come causa della flessione e accelerazione e cancellazione del tempo individuale – la letteratura scientifica su questo è esaustiva. Non è un caso che in vacanza si portino i mattoni, che si dica che questa sarà l’estate di Musil o di Middlemarch.
Tanto tempo fa, in una vacanza lontano lontano
L’idea che le vacanze saltino vuol dire non riuscire a trovare, nemmeno per quei dieci giorni l’anno, quel momento di un tempo più antico, più lento, in un luogo lontano che somigli al paese dei mangiatori di loto, dove si cancelli la nostra abitudine allo scroll or die, all’ansia da notifiche, alla gioia da notifiche, dove perdere il senso di tornare a Itaca potrebbe salvare dalla distruzione di sé. Il senso di colpa si zittisce, insieme al telefono, e si legge senza esser interrotti dagli schermi.
La vacanza, seppur breve, ottenuta volando lontani in qualche modo, diventa eco del ritmo naturale della vita umana che abbiamo perso, incapaci come siamo a dire di no al lavoro. Disperarsi quindi nel non poter partire lontani, forse – o magari è solo per giustificare quello che è un vero capriccio – vuol dire non poter fuggire dalle vite che non amiamo perché stressanti in un modo innaturale e inconsciamente sentirsi imprigionati. La vacanza lontana è l’ultimo luogo in cui esiste ancora quel tempo dilatato che, noi quasi quarantenni, abbiamo assaggiato nell’infanzia, ma senza, proustianamente, ricacciarne fuori anche i dolori. Ma perché – cadendo in una retorica un po’ naïve – questa vita deve essere ridotta all’estate e al luogo lontano? Che la sete di esotismo turistico sia benzina per pensare che anche a casa, anche senza prendere un Boeing, si può vivere un po’ di più “come se fossimo in vacanza”?
