Claudio Giunta vuole che smettiamo di prendere così sul serio il pop

Nel suo nuovo libro, Il pop e la felicità, lo scrittore rivendica il primato del divertimento: parlare solo di quello che ci piace, solo perché ci piace. Ed è per questo che lui parla così tanto di Taylor Swift.

11 Novembre 2025

Ci sono due fenomeni artistici su cui Claudio Giunta è diventato il mio intellettuale di riferimento: Dante Alighieri e Taylor Swift. Il suo libro sull’Inferno (Feltrinelli) è un po’ un «tutto quello che avreste voluto sapere sugli inferi danteschi e non avete mai osato chiedere alla prof del liceo», e soprattutto senza il giogo della bacchetta scolastica che ti obbligava a sapere chi fosse Farinata degli Uberti portandoti a non godere della poesia e della metrica. Nei capitoli dedicati a Taylor Swift presenti nel suo ultimo libro, Il pop e la felicità (Mondadori), oltre all’analisi del fenomeno, alle storie personali che hanno portato Swift a fare quello che fa, alla fine scopriamo che il vero motivo per cui Giunta scrive di Taylor Swift (che lui accorcia in TS, come Eliot), è che gli dà gioia. Non dovrebbe bastare questo? Non ce lo chiediamo abbastanza spesso.

Taylor Swift mi sta molto a cuore

TS «mi sta molto a cuore», scrive, «perché è una degli artisti che in questi ultimi anni mi hanno dato più gioia e consolazione, nella mia dieta per lo più molto seria», che va da Larkin a Céchov (Giunta è professore di Letteratura all’università). Ma allo stesso tempo, come ci ha fatto vedere con Dante e la sua mania vendicativa – chi non vorrebbe mettere i propri nemici all’inferno – il focus di interesse rimane il godimento emotivo, oltre alla relatability. «I am what I am, ‘cause you trained me», canta Swift. «Chi non ha rimuginato tra sé e sé parole come queste, ogni volta che la vita lo ha messo nella condizione di doversi o volersi assolvere, incolpando gli altri?», si chiede Giunta. «Esiste sentimento o emozione più relatable di questo, cioè più di questo capace di innescare l’identificazione, nella lunga Era della Recriminazione e del Lamento che stiamo vivendo?».

Umberto Eco viene accreditato come quell’intellettuale che ha portato la produzione d’intrattenimento di massa nel mondo accademico. Ma quello che ha fatto Eco, seppur utile, seppur – in Italia – pioneristico, è stato analizzare i fenomeni popolari con gli strumenti accademici, comprimendoli nelle formine della semiotica, con un certo distacco e giudizio. Prendere i Peanuts, Fantomas e Superman (che oggi si sono spostati sullo spettro del pop: cosa direbbe Eco dei buongiornissimo kaffè! con Snoopy apocrifo?) e riconoscerli come archetipi fece alzare molte sopracciglia sotto i portici di Bologna. Parlando della “musica commerciale”, scriveva cose come: «Lodate la funzione di Ersatz che la cultura di massa riveste, e vi sarete fatti complici della sua continua mistificazione», e a posteriori fa un po’ l’effetto quasi comico di uno che arriva con una cravatta di Topolino al banchetto dell’Accademia di Svezia, un po’ falso-tentativo di Épater l’académie (il linguaggio è esoterico – Ersatz!, sostituzione in tedesco – così come il pubblico a cui si rivolge, almeno inizialmente, prima delle bustine di Minerva sull’Espresso). La sua Fenomenologia di Mike Buongiorno, diventa quasi un colto sfoggio di superiorità – anche morale – sull’uomo-simbolo della televisione italiana, e quindi su chi guarda i suoi quiz, rilassandosi e divertendosi.

Basta che funzioni

La generazione di Giunta, cioè la Gen X, è cresciuta in un “regime di bilinguismo” tra pop e non-pop. Per i Millennial, invece, questo bilinguismo si era in qualche modo apparentemente uniformato alla nascita, e per la parte “istruita” della generazione diventa topica la frase: «Guardo Uomini & Donne, ma antropologicamente», come per distanziarsi dal resto del pubblico che invece ammette di vederlo per le emozioni che suscita. Questi Millennial, incapaci spesso di decodificare il midcult, vivono tutto come esperienza o come fonte di studio – e il risultato sono gli articoli sul calcio scritti come se si raccontasse Rashomon – e cioè con un senso di colpa, senza quel filosofico treat yourself che ci insegna qui Giunta. (Un altro lato positivo di questo volume è che non si parla di sport, cioè di squadre, ma solo di fitness).

Prendendo il compianto Eco come paragone, quello che manca nella scrittura di Giunta è proprio il giudizio, è come se l’autore non dovesse dimostrare nulla, ma solo condividere le gioie del pop – certo, con acutezza, parallelismi originali, e anche con riferimenti alti ogni tanto (possiamo parlare di Boccaccio e dello Sgargabonzi nella stessa frase), ma senza fare Husserl-dropping. «Esercizi di ammirazione», li chiama questi pezzi, e più che l’analisi o gli archetipi, tra Dalla e Dylan, tra Succession e Tintoria, ci si gusta i meccanismi, gli accorgimenti tecnici, che rendono i prodotti fonte di gioia. Può il mondo accademico-editoriale-culturale amare “X” non perché “è cool farlo”, non perché è simbolo di qualcosa, non perché “spiega il capitalismo”, come il Paperon de’ Paperoni di Eco, non perché “è antropologicamente interessante”, ma perché gli tocca qualcosa nel cuore, lo fa commuovere, lo fa entrare in una trance condivisa?

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