Prima di Rosa Parks, di Martin Luther King e del movimento per i diritti civili, c’è stata la ribellione di Claudette Colvin

È morta a 86 anni la prima donna a rifiutarsi di cedere il posto a un bianco sul bus, quando aveva solo 15 anni. Non accettò mail il ruolo né di martire né di icona, ma senza la sua ribellione le rivoluzioni di quegli anni non sarebbero state possibili.

15 Gennaio 2026

Intervistato a proposito di Claudette Colvin, venuta a mancare lo scorso martedì 13 gennaio all’età di 86 anni, l’avvocato e attivista per i diritti civili Fred Gray ha detto: «Bisogna ricordare che per ogni Rosa Parks, per ogni Martin Luther King, ci sono centinaia, probabilmente migliaia, di individui che gettano le basi». Claudette Colvin non è stata solo una di questi migliaia di individui. Lei è stata la prima. Era un pomeriggio del marzo 1955 a Montgomery, in Alabama. Claudette Colvin aveva 15 anni e stava tornando da scuola con i suoi compagni, a bordo di un autobus, nella sezione segregata, quella in cui potevano sedersi le persone nere, a patto che non ci fossero bianchi in piedi. Le regole della segregazione razziale sugli autobus imponevano che i posti davanti fossero riservati ai passeggeri bianchi, quelli dietro ai passeggeri neri. Questi ultimi dovevano persino salire dalla porta anteriore per pagare il biglietto, per poi scendere e risalire dalla porta posteriore.

Se la sezione dei bianchi si riempiva – cosa che accadeva di rado, dato che gli afroamericani erano i principali utenti del trasporto pubblico, appartenendo alle fasce più povere della popolazione, spesso senza accesso a mezzi privati – allora un’intera fila di neri doveva alzarsi per far sedere un solo bianco. Colvin, quel giorno, si rifiutò. Intervistata anni dopo, dirà che era stata «la storia a tenerla incollata a quel sedile». Sentiva la mano di Harriet Tubman che le spingeva una spalla e quella di Sojourner Truth sull’altra. Colvin urlò che era suo diritto costituzionale rimanere seduta e si rifiutò di alzarsi fino a quando non venne prelevata da agenti di polizia, ammanettata e portata in centrale. Nella sua biografia Claudette Colvin: Twice Toward Justice (2009), Phillip Hoose racconta come Colvin trascorse l’intero tragitto pregando che i poliziotti non la violentassero – una paura più che fondata

Nemica pubblica

Colvin fu inizialmente accusata e condannata per disturbo della quiete pubblica, violazione delle leggi sulla segregazione e aggressione a un agente di polizia. Quest’ultima accusa verrà sempre smentita. La risposta della comunità fu controversa. I genitori temevano ritorsioni da parte del Ku Klux Klan; molti compagni di classe l’accusarono di aver reso le loro vite più difficili, di averli messi nel mirino. Venne definita una pazza, un’estremista, da altri afroamericani come lei. Colvin venne rappresentata dall’avvocato civilista Fred Gray e ottenne che almeno l’ultima accusa, quella di aggressione, fosse ritirata. Entrò a far parte di movimenti politici a cui appartenevano figure come il pastore Martin Luther King Jr. e la sarta quarantaduenne Rosa Parks, il cui destino e memoria si intrecceranno fortemente a quello di Colvin. 

Divenne poi una delle ricorrenti nel caso legale Browder v. Gayle, la causa federale innescata dal medesimo gesto, questa volta svolto proprio da Rosa Parks, che nel 1956 portò la Corte Suprema a dichiarare incostituzionale la segregazione sugli autobus pubblici. È a questo punto che la storia, che, proprio come un autobus affollato, offre pochi, contesissimi posti, viene scremata a beneficio della memoria collettiva. Parks diventa l’icona, la pioniera, il volto unico di una battaglia. Parks era una donna adulta, parte di molti gruppi politici, più apprezzabile dalla borghesia liberale, diranno molti storici. Colvin viene dimenticata, o etichettata dalla comunità come una combina guai, una testa calda. 

In tempi recenti, nel tentativo di correggere la narrazione e riconoscere il ruolo di Colvin, si è spesso scaduti nell’ossessione opposta: chi è arrivato prima, chi ha fatto cosa per primo. Basta una rapida ricerca su Google per imbattersi in decine di titoli come: “La storia di Colvin, la vera Rosa Parks”. La mitologia delle icone funziona così: riduce, seleziona, ripulisce. La realtà è che Parks diventerà anche mentore di Colvin, nonostante fosse stata l’azione di Colvin ad ispirare quella di Parks, e che molti altri arresti succedettero a quello di Colvin e precedettero e ispirarono quello di Parks, avvenuto nove mesi più tardi. La differenza non sta nella cronologia, bensì nell’intento. 

Una giovane donna arrabbiata

Quello di Parks fu un gesto studiato, pianificato, strategico, frutto di anni di attivismo politico. Parks non oppose resistenza all’arresto di proposito, così che l’accusa formale fosse solamente violazione delle leggi razziali e il caso potesse essere utilizzato come simbolo. Caso seguito dallo stesso Fred Gray, che aveva già rappresentato Colvin ed era parte del piano. Quello di Colvin fu invece il gesto spontaneo di un adolescente, informato soltanto dalle lezioni di storia afroamericana apprese a scuola e dalla frustrazione e dalla rabbia accumulate per il mondo in cui era nata e per il modo in cui era costretta a viverci. Colvin non lo sapeva, ma quella ribellione avrebbe fatto la storia. Il mondo, però, non era pronto ad ascoltarla. O almeno non da lei: una ragazzina povera che, di lì a poco, sarebbe rimasta incinta fuori dal matrimonio.

Non era la martire perfetta. Non era l’eroina senza macchia di cui il movimento aveva bisogno. Non era un’icona spendibile. Alle domande sul suo rapporto con Parks, nelle pochissime interviste da lei rilasciate, Colvin non ha mai risposto con rancore, ma piuttosto con una delusione quieta, descrivendo il suo mancato riconoscimento come l’essere costretta a festeggiare il Natale a gennaio invece che il 25 dicembre. Intervistata nel 2013 da Democracy Now! in occasione del centenario della nascita di Rosa Parks, Colvin disse: «Non credo ci sia posto per molte icone. Nella storia c’è spazio solo per alcune. È come quando diciamo che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America» – per poi precisare che l’America era già abitata e che né Colombo né tutti gli altri esploratori dimenticati dalla storia avevano in realtà scoperto nulla.

Negli ultimi anni, questa storia è stata lentamente riabilitata anche sul piano culturale. Nel 2022 è stato annunciato Spark, film debutto alla regia dell’attore Anthony Mackie, con Saniyya Sidney nel ruolo di Colvin. Nel 2021, quasi sei decenni dopo l’episodio dell’autobus, molte cose erano cambiate per Colvin. Aveva cresciuto due figli, visto nascere quattro nipoti, si era trasferita prima a New York e poi in Texas, aveva lavorato come operatrice socio-sanitaria ed era poi andata in pensione. Una cosa non era cambiata: la sua fedina penale. Colvin presentò così un’istanza al tribunale per la famiglia della contea di Montgomery, in Alabama, per ottenere la cancellazione del suo precedente minorile. Daryl Bailey, procuratore distrettuale della contea, sostenne la richiesta, dichiarando: «Le sue azioni nel marzo del 1955 furono dettate dalla coscienza, non criminali; ispirate, non illegali; avrebbero dovuto ricevere elogi, non un’azione penale».  Colvin commentò la sentenza dicendo: «A 82 anni, finalmente, non sono più una juvenile offender (una delinquente minorile)

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