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Il nuovo spot di Chanel è praticamente un film: è diretto da Michel Gondry, interpretato da Margot Robbie e “remake” di un famosissimo video di Kylie Minogue Il video in questione è quello di "Come Into My World", che nel 2001 fu diretto proprio da Gondry.
Un anno fa Grimes aveva detto che si sarebbe iscritta a LinkedIn e ora l’ha fatto davvero usando il suo vero nome, Claire Boucher Nello stesso posto pubblicato su X un anno fa aveva detto che avrebbe pubblicato tutta la sua nuova musica su LinkedIn.
Zuckerberg sta addestrando una AI a fare il Ceo di Meta perché secondo lui tutti i dipendenti Meta dovrebbe avere un assistente AI che sappia fare il lavoro al posto loro In molti hanno sottolineato una differenza sostanziale tra Zuckerberg e i dipendenti di Meta, però: lui non può essere licenziato e rimpiazzato dall'AI.
Il nuovo film di Sean Baker è già uscito e si può vedere gratuitamente online Si intitola Sandiwara, è un cortometraggio ambientato a Penang, in Malesia, le protagoniste sono la premio Oscar Michelle Yeoh e la cucina malese.
Il nuovo progetto di Hayao Miyazaki sono dei diorami che riproducono alla perfezione scene di film dello Studio Ghibli Il regista sta lavorando a 31 "scatole magiche", basate su altrettante sue illustrazioni, che verranno esposte a luglio al Ghibli Park, in Giappone.
A causa dei depositi di petrolio colpiti dalle bombe, a Teheran c’è anche un gravissimo problema di inquinamento dell’aria Molti cittadini di Teheran hanno raccontato di star soffrendo da giorni di mal di testa, irritazione a occhi e pelle e difficoltà respiratorie.
Tajani al seggio che vota Sì è diventato l’involontario e perfetto meme che celebra la vittoria del No La foto del Ministro degli Esteri che esercita il diritto di voto è diventata, suo malgrado, il simbolo di tutto ciò che è andato storto nella campagna per il Sì, tra citazioni sbagliate e foto imbarazzate.

Com’è The Trial of the Chicago 7, il nuovo film di Aaron Sorkin

Su Netflix dal 15 ottobre, racconta uno dei più famosi processi degli Stati Uniti.

20 Ottobre 2020

Chi non sopporta lo stile del regista e sceneggiatore Aaron Sorkin lo accusa di riproporre in ogni suo lavoro gli stessi “tic” (così li definisce Vulture): personaggi dotati di un idealismo così puro da risultare disumano, discussioni politiche concitatissime che si scaldano fino a raggiungere un climax in cui uno dei litiganti grida un concetto chiave (e poi cala il silenzio), prevalenza di uomini che si parlano addosso pontificando di democrazia e libertà, ruoli femminili marginali. Se The Trial of the Chicago 7, appena arrivato su Netflix il 15 ottobre, funziona benissimo, è proprio perché – sempre Vulture – siamo nel luogo in cui questi “fastidiosi tic” trovano piena soddisfazione, ovvero il famoso processo dei 7 di Chicago, conosciuto come uno dei più verbosi, snervanti e paradossali della storia. Un vero e proprio “spettacolo teatrale”, come lo definì uno degli imputati, Jerry Rubin, rispondendo a una domanda del giudice. Tanto che, come racconta il New York Times, nei successivi 50 anni è stato rimesso in scena varie volte, anche a teatro.

Sorkin è il quarto regista che lo trasforma in un film. In realtà fu Steven Spielberg, nel 2007, a commissionargli la sceneggiatura. Spielberg voleva far uscire il film, diretto da lui stesso, prima delle elezioni del 2008. Nel cast dovevano esserci anche Will Smith e Heath Ledger, ma la produzione venne sospesa e ripresa anni dopo, in seguito al successo al botteghino del primo film di Sorkin, Molly’s Game, del 2017. E infine eccolo qui, nel 2020, con Spielberg nei panni di produttore e Sorkin in quelli del regista. Conosciuto soprattutto per le serie di culto West Wing (arrivata da poco su Prime Video) Sorkin, è stato sceneggiatore di The Social Network, Steve Jobs e di uno dei più famosi “legal drama” del cinema, Codice d’Onore del 1992.

Cosa racconta The Trial of the Chicago 7: nel 1969 sette attivisti contro la Guerra del Vietnam, esponenti di anime diverse della sinistra americana, finirono sul banco degli imputati con le accuse di cospirazione e incitamento alla sommossa durante proteste scoppiate nel corso della Convention democratica di Chicago il 28 agosto del 1968. Le accuse, inizialmente archiviate, vennero recuperate subito dopo l’elezione di Nixon per mettere in atto quello che nel film viene più volte definito un processo politico, in cui i 7 vennero utilizzati come capro espiatorio. Alla fine, cinque di loro vennero condannati a 5 anni di carcere e a una multa di 5mila dollari per aver attraversato i confini statali con lo scopo di istigazione alla sommossa. Nel 1972 la sentenza fu ribaltata sulla base della parzialità del giudice e dei pregiudizi culturali e razziali di alcuni giurati.

Mescolando fiction e materiali d’archivio, il film passa con agilità dal tono comico a quello drammatico. A fare i simpatici sono quasi sempre Abbie Hoffman e Jerry Rubin, i due esilaranti fattoni fricchettoni hippie interpretati da Sacha Baron Cohen e Jeremy Strong (meglio conosciuto come “Kendall Roy di Succession”), che anche nella realtà si divertirono a trasformare il processo in una specie di performance artistica, masticando “jelly beans”, facendo facce strane, mandando baci, vestendosi in modi assurdi, suggerendo al giudice di provare l’Lsd (come ha raccontato a Esquire Usa, Jeremy Strong avrebbe usato sul set una “fart machine”, così, per fare scherzi agli altri attori e rendere l’atmosfera ancora più tesa). Le scene più drammatiche riguardano invece Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II), co-fondatore delle Pantere Nere, unico imputato nero (e l’unico che non c’entrava niente con l’evoluzione violenta delle proteste: era stato a Chicago soltanto poche ore), che partecipò al processo senza rappresentazione legale e a un certo punto venne imbavagliato e legato (ma non solo per qualche minuto, come si vede nel film: Seale rimase legato e imbavagliato per diversi giorni), prima di essere rilasciato.

A rappresentare le anime diverse della sinistra americana sono i bei dibattiti tra il capellone Abbie Hoffman e il moderato in perenne maglioncino e camicia Tom Hayden (futuro membro del senato della California e futuro marito di Jane Fonda), interpretato da un criticatissimo Eddie Redmayne (troppo british). Oltre al divino Michael Keaton, che compare per poco, è degno di nota Joseph Gordon-Levitt nel ruolo di un riluttante Richard Shultz (procuratore dell’accusa): dovrebbe essere spregevole, ma di fronte alle follie del giudice Julius Hoffman perfino lui rimane perplesso. È questo il genere di errori o mistificazioni di cui è stato accusato Sorkin, che in vari momenti ha cambiato le carte in tavola, rendendo il tutto un po’ troppo “gradevole”: a quanto pare. Nella realtà Shultz era un “pitbull” spietato, e volerlo dipingere così empatico e dubbioso è stato considerato uno sbaglio, più che una licenza poetica, perché modifica il senso della storia.

La violenza della polizia contro i manifestanti che viene ricostruita nella fiction, invece, risuona nelle vere immagini d’archivio. Manganellate, gas lacrimogeni, sangue, e il motto intonato da migliaia di persone: «Tutto il mondo sta guardando». A un certo punto, in una delle scene più intense del film (quella in cui la vetrina di un bar crea una netta separazione, come dice Abbie Hoffman, tra due realtà inconciliabili: dentro i vecchi politici a bere e chiacchierare tra loro, «come se gli anni ’60 non fossero mai esistiti», fuori gli attivisti circondati dai poliziotti, «gli anni ’60 sotto gli occhi di tutti»), gli agenti si tolgono le targhette identificative per aggredire liberamente i manifestanti senza il rischio di essere riconosciuti. Sono immagini che richiamano alla mente le proteste scatenate dall’uccisione di George Floyd, il senso di rabbia e d’impotenza, la brutalità della polizia (a proposito, il 22 ottobre sono 11 anni dalla morte di Stefano Cucchi: su Netflix c’è anche Sulla mia pelle). C’è chi dice che The Trial of the Chicago 7 è uno dei migliori film dell’anno e chi lo accusa di aver addolcito un po’ troppo la pillola: hanno probabilmente tutti ragione.

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