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Fa talmente caldo che a Firenze le cere anatomiche del Museo di Storia Naturale hanno rischiato di sciogliersi
Un guasto all'impianto di aria condizionata ha messo a rischio quasi duemila modelli anatomici, alcuni dei quali hanno 250 anni.
A Firenze, durante l’ondata di caldo di luglio, il guasto all’impianto di climatizzazione del Museo di Storia Naturale dell’Università – la Specola – ha costretto il personale a trasferire d’urgenza alcune delle opere più fragili della collezione in ambienti climatizzati. Le opere in questione sono modelli anatomici in cera realizzati a partire dal 1771, circa 1400 pezzi custoditi in 562 urne, allestiti in un impianto museografico che è rimasto sostanzialmente invariato dal XVIII secolo. Tra i loro autori ci sono Clemente Susini, Francesco Calenzuoli, Luigi Calamai ed Egisto Tortori, nomi che non dicono niente alla maggior parte delle persone, ma che rappresentano il vertice assoluto della ceroplastica scientifica europea. Alcuni di questi oggetti hanno duecentocinquant’anni, sono sopravvissuti a guerre, alluvioni, secoli di trascuratezza, ma hanno quasi ceduto al luglio di Firenze, perché l’impianto di aria condizionata non reggeva più i 35 gradi.
A fine giugno anche le Gallerie degli Uffizi avevano subito un guasto al sistema di climatizzazione. In quel caso le opere non avevano riportato danni grazie alla tenuta dei microclimi all’interno delle teche espositive. Ma le cere della Specola non godono dello stesso tipo di protezione perché sono esposte in urne di vetro in sale che dipendono interamente dall’impianto centralizzato, e la sala coinvolta dal guasto era quella non ancora raggiunta dal recente intervento di riqualificazione del museo. Come scrive Il giornale dell’arte, è un dettaglio che racconta come funziona la conservazione del patrimonio culturale in Italia: a macchia di leopardo, con interventi parziali che lasciano sempre qualcosa fuori dalla zona protetta. L’Ateneo ha agito rapidamente, ma rapidamente, in questo caso, ha significato trasferire oggetti di estrema fragilità, alcuni dei quali non vengono spostati da decenni, attraverso corridoi e scale di un palazzo settecentesco, con 35 gradi all’esterno.
A oggi, la conservazione delle opere non è più solo una questione di restauro, di fondi, di competenze, è anche una questione di infrastrutture climatiche. Gli impianti di climatizzazione dei musei sono diventati sistemi critici nello stesso senso in cui lo sono le reti elettriche o idriche: se cedono durante un’ondata di caldo, le conseguenze sono irreversibili. La Specola è un unicum internazionale, non esiste al mondo una collezione di ceroplastica scientifica paragonabile per dimensioni, qualità e integrità museografica. Il fatto che la sua sopravvivenza dipenda dall’efficienza di un impianto di condizionamento messo sotto pressione da temperature che continuano e continueranno a salire è una vulnerabilità di sistema, non un incidente isolato. Gli Uffizi, la Specola, e presumibilmente decine di altri istituti culturali italiani, come anche palazzi pubblici, case e uffici, stanno affrontando la stessa situazione: sono state pensare per un clima che non esiste più, con impianti progettati per temperature che l’estate 2026 ha già superato.