Anche i centristi nel loro piccolo si radicalizzano

Più vittimista della destra, più litigioso della sinistra, ribelle ed elitario, tecnocratico e ideologico, il centro radicalizzato è il fenomeno che meglio riassume il definitivo impazzimento della politica, italiana e non solo.

14 Gennaio 2026

Uno si sveglia il primo lunedì di lavoro dell’anno, col mondo che brucia da Minneapolis a Teheran, e trova i social invasi da questo post di Enrico Mentana: «Una cosa è certa: senza la caduta di Maduro non ci sarebbe stata la liberazione di Alberto Trentini. Agli ultimi strenui sostenitori italiani del regime venezuelano l’arduo compito di spiegare perché Trentini e gli altri erano in cella senza accusa o processo». Detto che ci vuole dell’impegno per congegnare un’asserzione al contempo tanto lapalissiana e logicamente fallace, è anche vero che internet è come sempre impietosa: tutti a scrivere “che cacchio dici, Enrico?” e nessuno che chieda mai: “Come stai, Chicco?”. Si direbbe che tu abbia una vita piena di soddisfazioni e una carriera brillante, perché sei così amareggiato? Sei proprio sicuro che Maduro sia “caduto” in una cella di massima sicurezza a Brooklyn? E questi “strenui sostenitori italiani del regime venezuelano” sono qui nella stanza con noi, adesso?

Ecco, in un’epoca che sembra riuscire a spiegarsi a sé stessa quasi solo attraverso ossimori, un cristallino esempio di “centro radicalizzato”. Forse avete sentito il termine, non certo in chiave lusinghiera, per designare una certa area politica ma soprattutto social e opinionistica ubiqua, mediaticamente sovrarappresentata ma allo stesso tempo in qualche modo sfuggente, individuabile più che altro in maniera patente, come in modo celebre fece il giudice della Corte Suprema americana Potter Stewart con il concetto di pornografia: «Non saprei definirla, ma la riconosco quando me la trovo davanti».

È un fenomeno relativamente nuovo – o che per lo meno ha assunto proporzioni intimidatorie, sui social, sull’onda di paure ed entusiasmi da guerra di civiltà accesi dalle crisi in Ucraina e in Medio Oriente – ma ha interpreti spesso non di primissimo pelo: attempati cronisti passati negli anni dalle contestazioni all’ambasciata americana alle tartine all’interno, raminghi ex dalemiani con un grande futuro alle spalle, sedicenti ex radicali, economisti dal sobrio curriculum accademico anglofono e dal profilo X pieno di bandierine. Se vogliamo trovare una data simbolica d’origine, il centro radicalizzato compirà quest’anno un quarto di secolo: fu infatti il 29 settembre 2001 che fu dato alle stampe il delirante articolo di Oriana Fallaci intitolato La rabbia e l’orgoglio, testo sacro di due o tre generazioni di sciroccati islamofobi, significativamente non su La difesa della razza né su Libero ma sul borghesissimo e autorevolissimo Corriere della Sera, diretto all’epoca addirittura dal “progressista” Ferruccio De Bortoli.

Più gradasso della destra, più litigioso della sinistra

“Centro” perché assume, almeno a parole, una posizione di scocciata e autorevole equidistanza dalle opposte polarizzazioni. “Radicalizzato” perché interpreta le proprie posizioni con il furore ideologico, la veemenza dialettica e lo sprezzo dall’avversario che normalmente associamo agli estremismi. Più vittimista e gradasso della destra, più settario e litigioso della sinistra, più che superare le tradizionali categorie politiche questo centro radicalizzato sembra talvolta volerle occupare, allo stesso tempo, tutte quante.

Non sorprende che questa nuova area politica, o categoria dello spirito, pur volano di splendide e rapidissime carriere politiche e giornalistiche, non goda esattamente di una popolarità travolgente. Rappresentato da una pletora di partiti e correnti dal minutaggio televisivo esorbitante e dal consenso elettorale trascurabile (l’appuntamento con la bilancia, di cui vorrebbe farsi ago, eternamente rinviato come per la prova-costume), il centro radicalizzato è trattato dalla destra – alla quale di quando in quando corregge bonariamente la sintassi, senza con ciò riuscire a celare un fondamentale sentimento di gregaria ammirazione – con la distratta bonarietà che si riserva a un servo sciocco, ma ha un rapporto molto più codipendente e morboso con la sinistra.

“Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”, “Lei lo faccia internare”, “E poi chi me le fa le uova?”. La celebre storiella che in Io e Annie riassume il rapporto di Woody Allen con le donne va benissimo per riassumere anche quello di ciò che resta della sinistra italiana con Calenda, Paolo Mieli e la redazione del Foglio. Idoli polemici comodissimi in una fase di orizzonti strategici confusi («Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: Pina Picierno) la cui approvazione è però vissuta specialmente nel Pd come l’orizzonte di Galeano: irraggiungibile, ma serve a camminare. Dal canto suo il centro radicalizzato ha con la sinistra una relazione che oscilla tra il paternalismo senile e la ribellione adolescenziale: se ne sente in qualche modo una parte – forse per l’antica fantasia da padroni del vapore, sulla tratta Lingotto-Leopolda, di una sinistra marxianamente organizzata, nel senso di manovrata da una borghesia estrattiva che si appropria del plusvalore politico e di consenso prodotto dal duro lavoro di una massa di militanti alienati – ma prova per essa un sorgivo disprezzo, e ama più d’ogni altra cosa uscirne con la teatralità di Milord di Sailor Moon nel celebre meme. Dunque non è insolito imbattersi in furibondi influencer d’area che, oltraggiati da una vetrina spaccata o da qualche imprudente esternazione di Francesca Albanese o Alessandro Barbero, stracciano sulla piazza social la tessera di appartenenza a una “sinistra” o a un “movimento pro-pal” cui non hanno mai dato pallido segno di appartenere. Nei casi più fortunati, la coraggiosa diserzione viene premiata da un retweet di Crosetto.

La postura nei confronti dell’ingenua “estrema sinistra” (tutto ciò che eccede le posizioni di Paolo Gentiloni) è nelle intenzioni maieutica, nei risultati per lo più passivo-aggressiva: a chi ha manifestato per Gaza si domanda beffardamente perché allora non scende in piazza anche per il Donbass, per Teheran, se è al corrente del fatto che c’è anche un genocidio in Congo, un’alluvione in Nepal, un’ondata di influenza stagionale in Molise. Ricevuta la risposta a queste pugnaci domande, che solitamente è banale e conclusiva, si assume un’espressione saputa e vagamente offesa.

Nostalgia canaglia

Facile da detestare, dicevamo, il centro radicalizzato è però forse prima ancora interessante da comprendere: c’è ad esempio un eccesso di zelo che non nasconde un lieve ma inequivocabile fremito di incertezza nel Grazie, Occidente! di Rampini, o una sfumatura lugubre e perfino autodistruttiva nelle frenesie censorie che portano politici “liberali” come Picierno e Calenda a congratularsi rumorosamente a mezzo social per aver fatto cancellare l’ennesimo simposio da sottoscala di dipartimento di qualche anziano storico filorusso (l’idea che poi in Italia le conferenze accademiche siano strumento di manipolazione del consenso è semplicemente spassosa): sono queste interferenze a rivelare che, nel profondo, il laicissimo e pragmaticissimo centro radicalizzato è nostalgico e identitario almeno quanto, se non di più, delle ideologie che tanto ha a noia.

Perché il trauma che lo genera è reale, non immaginario, la sua nostalgia è riferita non a vaghe fantasie culturali, ma a una stagione egemonica vissuta in pieno e poi sfuggita dalle mani, gli anni Novanta in cui l’Occidente si era illuso di poter decretare la fine della Storia a suo piacimento, in cui se si parlava di impeachment del presidente americano non era per un tentativo di insurrezione ma per un pompino, in cui la Terza Via di Clinton e Tony Blair offriva a un ceto medio sazio e operoso e a una borghesia col vezzo del progressismo l’opportunità, finalmente, di allineare cuore e portafogli. Ne parliamo come di un fenomeno politico ma probabilmente è in essenza sociale: i social media non hanno fatto altro che aprire l’armadio di Dorian Gray di una classe dirigente terrorizzata dalla vecchiaia e dal declino. Non è mai troppo sportivo ridurre le aree politiche a tratti nevrotici, ma cos’è in fondo il centro radicalizzato, con le sue fantasie di guerra di civiltà ed esportazione della democrazia, di restaurazione globale di una placida pax borghese, col suo scientismo baronale, col suo atlantismo in bancarotta finanziaria e morale che scatta a tradimento come il braccio teso del Dottor Stranamore, se non un’espressione di irriducibile e irrazionale attaccamento a un ordine simbolico al collasso?

Il vincente perdente radicale

Molti ricorderanno Il perdente radicale di Enzensberger, lo sconfitto che introietta il giudizio negativo della società su se stesso e trasforma la propria emarginazione in negazione esistenziale. Ne abbiamo conosciute di recente infinite incarnazioni: dal terrorista suicida all’incel, dallo sciamano Qanon dell’assalto al Campidoglio al complottista no-vax. Meno noto è forse che in quel saggio del 2007 lo scrittore tedesco tratteggiava una figura emergente simmetrica e a suo modo altrettanto inquietante, il vincente radicale: «Anche costui è un prodotto della cosiddetta globalizzazione, e sebbene tra i due gruppi non si possa istituire alcuna simmetria, essi hanno in comune alcune caratteristiche (…) Anche il Master of the Universe in campo economico, che per potere e ricchezza supera tutti i suoi predecessori, è socialmente del tutto isolato, in balía costante dei propri fantasmi, già per meri motivi di sicurezza è affetto da perdita della realtà, si sente frainteso e minacciato».

Ne L’estremismo, malattia infantile del comunismo, l’estremista veniva definito invece come colui che confonde i propri desideri con la realtà storica materiale. Citare Lenin contro certi autorevoli commentatori rischia di arruolarci tra gli «strenui sostenitori italiani del regime venezuelano»? Correremo il rischio.

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