Si sono sbizzarriti. Si va da Brindisi che, come sempre più spesso, piega il verbo “navigare” da intransitivo a transitivo (calco dell’inglese?) e, naturalmente, aggiunge come carico anche una bella metafora, non “navigare nel futuro” che sarebbe comunque complicato, ma proprio “navigare il futuro” che, si capisce, deve essere una cosa ben diversa. Ad Alberobello che col suo “Pietramadre” regala un titolo che sarebbe perfetto anche per un Premio Strega. “Pietramadre”, una storia di riscatto, ambientata nella Puglia dei muretti a secco, tra emarginazione, rivalsa sociale, orgoglio e dignità. C’è naturalmente il latinorum del “Pompei Continuum” – ma chissà che la vicenda Sangiuliano non si ripercuota anche sulla candidatura – e di Santa Maria Capua Vetere che, indecisa tra la via Appia e l’anfiteatro dei gladiatori ha speso entrambi con “Regina Viarum” e “Spartacus Resurgit”. Come diceva Totò “Abondandis in abondandum!.
A un passo dal latino, Aiello Calabro ci prova con l’italiano medievale (e la “J” al posto della “I” che fa subito nobiltà) di “Ajello terra antica et grossa et nobile et civile…” e i puntini sospensivi che fanno subito sogno, magia, sospensione e incanto, come insegna ogni commentatore ossessivo di Internet. (Tuttavia, il volgare rischia subito di suonare come la lingua di Brancaleone). Pure Mazzarino si richiama al nome antico di “Mazaris, il grano e le identità plurali” anche se stupisce che manchi la parola “antichi” accanto a “grani”. Ormai sono indissolubilmente legati. Così come sono, ormai, indissolubilmente legate anche “le piccole cose”, anche se non si capisce mai bene quali siano. (Ginzburg parlava bene delle “grandi virtù” opponendole alle “piccole virtù”, ma bisogna arrivare in fondo al libro per scoprirlo).
Ma i topoi di quel linguaggio evocativo che, a leggere bene, è ormai linguaggio pubblicitario suonano quasi a ogni rigo. Aliano ha un paesaggio unico dal punto di vista naturalistico ed è la città in cui venne confinato Carlo Levi, ma il “Terra dell’altrove” del suo dossier potremmo vederlo in uno spot sulla Cappadocia durante una partita di tennis o sulla fiancata di un tram sponsorizzato per i viaggi in Perù. Allo stesso modo “bello” e “bellezza” appaiono in ben tre dossier, a rendere esplicito il rapporto tra cultura, com’è qui intesa, e turismo. Si nota, tra l’altro, una decisa presenza di città del Sud: ben 14 su 17 sotto Roma, dodici dei quali non sono capoluoghi di provincia.
A tal proposito, controllando sul sito del Ministero, si scopre che solo una volta – nel 2022, Procida – il titolo non è stato vinto da un capoluogo di provincia. E qui entra in gioco l’ultimo aspetto: quando poi una città vince il bando e diventa capitale cosa succede? Perché, rileggendo “l’albo d’oro”, alcune di queste città – come Matera o come Bergamo e Brescia – hanno sfruttato l’occasione e molti ancora le ricordano. Ma – senza googlare – chi saprebbe dire qual è la capitale italiana della cultura quest’anno?

Se in Occidente la cancellazione dei famosi sembra essere parte del passato, per quanto recente, in Corea del Sud è sempre esistita e non se n’è mai andata. Ha anche avuto esiti tragici, come nel caso dell’attrice Kim Sae-Ron.