Quella di Brooklyn Beckham è la ribellione di tutti i figli usati come contenuti per i social dai genitori

Il drama Beckham non è solo l’ennesimo celebrity saga da consumare tra un tiktok e un reel. Riguarda qualcosa di più profondo: cosa succede quando i bambini figli di una famiglia brand diventano grandi e provano ad allontanarsi da ciò che li ha resi famosi?

22 Gennaio 2026

Negli ultimi giorni, la presa di distanza di Brooklyn Beckham dalla sua famiglia è stata raccontata come una faida pubblica, una crisi privata resa spettacolo. Ma le parole che Beckham ha scelto, parlando di anni di silenzio, di controllo esercitato dai genitori, di una famiglia che avrebbe privilegiato la promozione pubblica e gli accordi commerciali sopra ogni altra cosa, spostano il discorso su un altro piano, non quello del gossip, ma quello del potere. «Mi sono sempre sforzato di mantenere private queste cose», ha scritto Beckham sul suo profilo Instagram, spiegando di aver deciso di parlare solo dopo che la sua famiglia ha continuato a rivolgersi alla stampa per mettere in difficoltà lui e la moglie. Non per riconciliarsi, ma per «difendere me stesso per la prima volta nella mia vita». Il punto, qui, non è stabilire chi abbia ragione, ma osservare la reazione collettiva. Crescere, inseguire la propria strada, in questo caso, non viene letto come un passaggio naturale, come un’evoluzione, ma come una violazione, come una rottura del personaggio a cui si era affezionati.

I Beckham sono stati una famiglia-brand prima ancora che Instagram insegnasse ai genitori a trasformare i propri figli in contenuto. I loro bambini sono cresciuti davanti alle telecamere, sui red carpet, in campagne pubblicitarie, dentro una narrazione coerente fatta di successo, bellezza e unione. E quando oggi, uno di quei bambini prova a diventare adulto, sposandosi, cambiando priorità, o chiedendo autonomia, non sembra crescere, ma tradire un patto implicito. Non si tratta solo di essere figli di famosi ma essere cresciuti dentro una struttura che funziona come un’azienda, con un’identità visiva, una strategia, un racconto condiviso. In una famiglia-brand, l’infanzia non è solo un’esperienza privata, è una risorsa narrativa, ogni foto, apparizione, ogni fase di crescita diventa materiale d’archivio.

Essere più bambini degli altri bambini

Nel caso Beckham, questa dinamica è stata a lungo celebrata come esempio di controllo e successo. David e Victoria Beckham hanno incarnato per anni un ideale di famiglia compatta, glamour, perfettamente armonica. Ma proprio questa compattezza rende oggi difficile qualsiasi deviazione. Perché in una storia raccontata come perfetta, ogni cambiamento suona come una stonatura e ogni stonatura, nel linguaggio dei brand, è un problema da gestire. Questa tensione non nasce oggi. La cultura occidentale ha sviluppato una vera ossessione per i bambini famosi almeno dai primi del Novecento, quando l’idea moderna di pubblico ha iniziato a proiettare sui più piccoli un desiderio contraddittorio. Quello che il pubblico ha sempre chiesto alle child star è qualcosa di impossibile. Non interpretare un personaggio, ma essere se stessi, solo in modo più intenso. Superare la timidezza dell’infanzia, offrire emozioni non filtrate, restare per sempre in quella zona ambigua in cui innocenza ed esperienza convivono nella stessa performance.

La differenza è che adesso questa dinamica si innesta su un ecosistema completamente diverso. I primi social media baby – i figli della Instagram era – stanno diventando adulti portandosi dietro un archivio digitale che non hanno contribuito a costruire. Foto, video, momenti imbarazzanti o intimi, litigi ripresi, episodi insignificanti, tutto è rimasto online, indicizzato, replicabile. Per molti di loro, l’identità adulta non nasce da zero, ma deve fare i conti con una versione pubblica già esistente, spesso impossibile da cancellare. I genitori, in questo scenario, non sono più solo genitori famosi, ma anche editor, publisher, responsabili di una narrazione che solleva domande profonde su consenso, privacy e potere. Diventare grandi significa scoprire che la propria storia è già stata raccontata, e che non sempre coincide con ciò che si vorrebbe essere.

Adulti sbagliati, a prescindere

Il pubblico ama i bambini famosi perché sono rassicuranti, ma odia gli adulti che diventano. Odia quando si sposano “troppo presto”, quando prendono le distanze dalla famiglia, quando cambiano corpo, stile, desideri, in breve, odia quando smettono di essere ciò che erano. Nel drama Beckham, Brooklyn non viene criticato per una scelta specifica, ma per il fatto stesso di voler essere altro, di non aderire più al ruolo assegnato. Un esempio lampante di questa dinamica è North West. Cresciuta come parte integrante del dispositivo narrativo Kardashian, North ha recentemente sperimentato una micro-ribellione estetica, una fase goth, un nuovo account, un tentativo – per quanto controllato – di differenziarsi. È un gesto minimo, ma altamente simbolico, tuttavia anche questo viene immediatamente assorbito, commentato, demonizzato, trasformato in contenuto. E se West rappresenta la ribellione inglobata, c’è poi l’esempio di Millie Bobby Brown, che incarna il panico morale che si scatena quando una ex bambina famosa cresce nel modo “sbagliato”. Negli ultimi anni, Brown è stata sottoposta a un controllo ossessivo, sul proprio corpo, sulle scelte personali, sulla sua presunta maturità, e sulla scelta di diventare madre.

E qui entra in scena un equivoco che ritorna ogni volta che si parla di questi casi, l’idea che il privilegio annulli qualsiasi forma di disagio. Ma il disagio che emerge non riguarda la mancanza di opportunità, riguarda l’impossibilità di cambiare senza essere puniti. Eppure Il dibattito sui nepo baby era nato come critica a un sistema che smentisce l’idea di meritocrazia. Due parole che bastano a scatenare conflitti perché rendono visibile una verità scomoda, cioè che il talento non nasce mai nel vuoto. I nepo baby sono amati, odiati, derisi, osservati con un’attenzione che raramente riserviamo a chiunque altro. Perché i figli delle celebrità funzionano anche come ponti emotivi, collegano il presente a un passato pop condiviso, attivano nostalgia, continuità, familiarità, ma questo ruolo simbolico ha un prezzo. Perché se è vero che nascono con grandi vantaggi, è altrettanto vero che spesso crescono in ambienti segnati da disfunzioni, aspettative sproporzionate, confusione tra affetto e performance.

Alla fine, ciò che davvero non viene perdonato a questi figli famosi non è il nepotismo, né la chirurgia, né l’ambizione. È il tentativo di separarsi dalla famiglia come unità narrativa, perché le famiglie-brand piacciono solo se restano compatte e chi prova a uscirne rompe la storia, e quindi deve essere esposto al pubblico biasimo. Il drama Beckham, allora, non parla solo dei Beckham, ma di una generazione cresciuta senza diritto all’incoerenza, senza possibilità di sparire, senza spazio per diventare semplicemente adulta. Forse la vera trasgressione, oggi, per chi è cresciuto sotto i riflettori, non è diventare famoso da solo, ma è diventare normale. E la domanda è: che adulti siamo disposti ad accettare che diventino, gli ex bambini famosi?

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