Bottega Veneta ha aspettato un anno per tornare a sfilare, e ha fatto bene

Giustissima la decisione, dopo l’addio di Matthieu Blazy a dicembre dello scorso anno, di prendersi il tempo che serviva per tornare in passerella con il debutto di Louise Trotter.

29 Settembre 2025

Dopo l’addio di Matthieu Blazy, a dicembre dello scorso anno, da Bottega Veneta hanno deciso di prendersi il tempo che serviva per tornare in passerella. A marzo, al posto della sfilata, il brand ha ospitato all’interno del suo nuovo quartier generale a Palazzo San Fedele una performance per pochi intimi, con Patti Smith e i Soundwalk Collective. Una scelta che, considerato il debutto della nuova designer Louise Trotter andato in scena ieri, è stata pienamente ripagata. 

L’inglese di Sunderland, fattasi notare con le sue precedenti direzioni creative – Lacoste e Carven – non ha deluso le aspettative, pur altissime dopo il percorso di ripensamento di Bottega Veneta operato da Blazy e da Daniel Lee prima, con una collezione che è una dichiarazione d’amore all’intrecciato della maison vicentina. Alla presenza di un parterre di celebrities che vanno da icone del passato – come Lauren Hutton, da cui l’omonima borsa, per questa stagione rivista nelle proporzioni – a attori del presente, come la testimonial Julianne Moore e Tramel Tillman, l’intransigente capo ufficio Seth Milchik in Severance, sfilano trench in nappa strutturati e abiti da seta in cotone leggero. Il vero cuore pulsante della sfilata però, è nelle lavorazioni della pelle, tramutata in tessuto fluido, corporeo, capace di seguire con una certa morbidezza i movimenti di chi lo indossa: un omaggio a quella “soft functionality” la cui religione era professata da Laura Braggion, prima direttrice creativa del brand tra gli anni ottanta e l’inizio dei duemila.  Così sfilano cappotti dai volumi maxi, dove persino le cinture in vita sono in intrecciato; sciarpe in pelle da appoggiare al collo, con frange sulle estremità; cappotti decorati da maxi nappe; vestiti al ginocchio sui quali i volumi della pelle sono educati a creare vuoti e pieni che esaltano una femminilità raffinata. 

Bottega Veneta Primavera Estate

Bottega Veneta Primavera Estate 2026

Non solo di pelle però si costruisce l’archetipo dell’artigianalità secondo Bottega Veneta; tutti i tessuti subiscono un processo di metamorfosi, che li addomestica e li tramuta in altro. D’altronde, il brand si chiamava originariamente Bottega Veneta artigiana, a segnalare non solo la toponomastica, ma anche un certo universo valoriale dal quale, nei suoi sessant’anni di vita non si è mail allontanato. Le gonne in vetroresina riciclata in tinte acide, sono il perfetto contraltare delle maglie dai volumi boxy e dai colli tondi, autorevoli senza mai perdere il baricentro di una silhouette che si adagia sul corpo senza sforzo.  E l’idea dell’artigianalità anche come lavoro e obiettivo di una comunità unita da certe affinità elettive è rilevante per la stessa Trotter. «Mi piace che la bottega sia un laboratorio artigianale, con una storia lunga e multiforme in Italia» ha spiegato. «Implica lo sforzo collettivo dell’attività artigianale, dove contano la manualità, chi realizza i prodotti e chi li indossa. È il luogo in cui la mano e il cuore diventano la stessa cosa».

A fare da colonna sonora a quella che era una vera e propria dimostrazione di forza – non della designer quanto delle potenzialità del brand – c’è un’opera audio dal titolo ’66-’76, realizzata dal regista premio Oscar Steve McQueen, che rimescola (anzi, intreccia) le versioni di Wild is the Wind di Nina Simone e di David Bowie. «Volevo intensificare le emozioni delle persone, renderle più sensibili ai vestiti come davanti all’opera» ha spiegato McQueen nella nota ufficiale diramata dall’ufficio stampa. «Quando ho assistito a sfilate di moda, ho sempre pensato che fossero infatti l’incarnazione contemporanea dell’opera, come doveva essere vissuta in passato. Non è né antiquata né polverosa, bensì all’avanguardia». Una scelta sicuramente dotata di un suo lato sentimentale, che ha poco a che fare con la casualità: la versione di Simone è datata proprio 1966, cioè lo stesso anno della fondazione del brand. «Credo che il lavoro di un artista sia soprattutto questione di decisioni» ha proseguito McQueen. «Naturalmente c’è anche molto lavoro, ma tutto si riduce alle scelte. Quando ho deciso di unire quelle due voci, ho sentito che erano complementari, che desideravano stare insieme. È stato come un incontro necessario. In questo duetto tra due personalità straordinarie e ambigue, ho trovato un’intensificazione del romanticismo e del desiderio insiti nella canzone. Spero che questo contribuisca ad amplificare l’emozione della sfilata e del tempo storico che stiamo vivendo». Una missione artistica che sembra essere stata compiuta, al netto di una collezione che ha il solo difetto dell’abbondanza della proposta: una selezione più precisa dei pezzi da mandare in scena avrebbe aiutato a intensificare la potenza di un messaggio che, al suo debutto, sembra già una dichiarazione d’intenti capace di conquistare le simpatie di nuovi e vecchi appassionati del brand.

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