Stili di vita | Estate

La trasformazione del bikini

La prova costume è acqua passata: ora è il costume, che deve adattarsi a ogni tipo di forme, quello messo alla prova.

di Clara Mazzoleni

Questo articolo fa parte di “Studio estate”, una serie di pezzi dedicati ai simboli e ai luoghi dell’estate. Potete leggerli tutti qui.

 

Qualche settimana fa, un’amica che ho sempre invidiato per la sua magrezza e le sue forme ridotte al minimo indispensabile (taglia 36) mi ha scritto stupita che, per la prima volta, una sua foto in micro-bikini pubblicata sui social non ha sortito il solito effetto: nessuna pioggia di like e messaggi da parte di entusiasti ammiratori e, soprattutto, invidiose ammiratrici.

È un momento strano per il corpo femminile (ma forse, per il corpo femminile, è sempre un momento strano). Nel corso di un anno o poco più, l’atteggiamento dei media nei confronti dell’aspetto fisico delle donne è completamente cambiato. Così come il make-up, la lingerie, e l’abbigliamento in generale, anche il costume da bagno sembra essersi adattato all’infinita varietà dei corpi: intero o microscopico, sgambatissimo o quasi a pantaloncino, a vita alta o brasiliano, imbottito o a fascia, ognuna scelga quello che preferisce e valorizza le sue forme. Certo, mentre attendo in fila alle casse per restituire un costume argentato acquistato online vedo scorrere un video con anonime modelle magrissime e un’ossuta testimonal. Ma è solo questione di tempo: prima o poi anche i marchi più popolari dovranno adeguarsi alla moda della donna “normale”.

Ma cos’è una donna normale? Fantabody, il marchio milanese di body e costumi che abbiamo riconosciuto nell’ultimo video di Liberato (e avevamo già visto indossare da Myss Keta e le sue ballerine, ma anche Dua Lipa, Maggie Gyllenhaal e molte altre) propone modelle formose, medie e molto magre, e quest’anno sceglie tra le sue testimonial Valeria Yoko Plebani, bellissima atleta di 22 anni che sul corpo porta i segni della meningite fulminante che l’ha colpita quando ne aveva 15, lasciandole il corpo pieno di cicatrici e facendole perdere le falangi di mani e piedi. I body madreperlacei e asimmetrici di Fantabody sono la versione soft di quelli proposti da Wovo store, più sexy e vinilici, anch’essi indossati da modelle di tutti i tipi. Una varietà di proposte per una varietà di corpi: scorrendo le fotografie della sezione underwear sul sito di Everlane, è già da un po’ che troviamo di tutto, per tutte. A essersi ammorbidito, sembra soprattutto lo sguardo delle donne nei confronti di se stesse e delle altre donne, il più spietato. Lo vediamo anche su Instagram: non mancano influencer che hanno fatto dei loro difetti una virtù, dal monociglio di Sophia Hadjipanteli al seno sceso di Chidera Eggerue.

doing the ocean a favour by standing in it.

Un post condiviso da Chidera (@theslumflower) in data:

Per quanto riguarda l’ideale di bellezza supremo, è cambiato anche quello. Basta fisici minimali e marmorei, viva la soffice perfezione di Emily Ratajkowski (e grazie tante). Una forma ancora più difficile da raggiungere: se prima alle bellissime o aspiranti tali bastava ammazzarsi di palestra, condannarsi a una dieta perenne o affidarsi a un buon chirurgo, ora come si fa? Bisogna riuscire a ingrassare, o a non ingrassare troppo, soltanto sul culo, ottenendo glutei morbidi ma non troppo, conservare una vita sottile – pancia piattissima – e avere un seno naturalmente pieno, che nelle stories di Intsagram possa muoversi libero di qua e di là. «La perfezione è questa», ci dicono i media, ma poi ci rassicurano: non preoccupatevi, voi “normali” potete piacervi così come siete, anzi, viva la varietà di corpi, pesi, colori, sfumature, imperfezioni, macchie, cicatrici, peli, deformazioni, cose in più e cose in meno!

Il bikini si chiama così perché il suo creatore, il sarto francese Louis Réard, si aspettava che nel 1946, anno in cui lo inventò, avrebbe avuto un effetto “esplosivo” (nell’Atollo di Bikini gli americani conducevano i loro esperimenti nucleari). Ad esplodere, la prima volta che lo fece indossare in pubblico da una spogliarellista (non trovò una modella professionista disposta a farlo), fu il rifiuto delle donne dell’epoca, troppo pudiche per indossarlo. Bisognò aspettare fino agli anni Sessanta, e Brigitte Bardot, Ursula Andress, Mariangela Melato, Stefania Sandrelli, perché esplodesse davvero, al cinema e sulle riviste, arrivando sulla pelle delle donne comuni. Oggi, essere emancipate in fatto di costume da bagno significa avere persino la libertà di tornare indietro, pescare in ogni epoca, e scegliere il modello migliore per sé, decidendo cosa fare dei propri difetti: se nasconderli o esaltarli, trasformandoli in un messaggio, un punto di forza.

È bello poter finalmente trovare qualcosa di veramente adatto alle proprie caratteristiche, che sia una sfumatura di fondotinta o un bikini. La prova costume è acqua passata: ora è lui, il costume, che deve adattarsi a noi. E se il mercato della diversity è diventato un business – i marchi si sono accorti che accontentare fette di mercato normalmente ignorate funziona benissimo – tanto meglio. Io, ad esempio – nell’attesa che qualche influencer si decida a sdoganare la scoliosi – sono contenta di aver trovato, per la prima volta, un intero semplicissimo, che sognavo da anni: asimetrico ma senza buchi né oblò, molto coprente e poco scollato sulla schiena. Storta io, storto lui, insieme sembriamo quasi a nostro agio.

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