A Belfast, dopo il pogrom

Sono trentacinque gli arresti seguiti alle violenze delle scorse settimane. Mentre la polizia prova a indentificare altri sospettati e 20 mila persone scendono in piazza contro il razzismo, per gli immigrati e le minoranze della città la vita è diventata un inferno.

20 Giugno 2026

Secondo i protocolli dell’NHS, il servizio sanitario nazionale britannico, gli infermieri dovrebbero indossare l’uniforme solo una volta arrivati in ospedale e togliersela al momento dell’uscita. È una norma igienica che Chinonso, infermiera nigeriana residente a Belfast, infrange per un motivo ben preciso: è l’unico modo in cui si sente sicura durante il tragitto. O meglio, era l’unico modo, perché, come mi racconta, neanche quello è servito.

“Credevo che, se avessero visto che ero un’infermiera, mi avrebbero lasciato in pace.” Si riferisce ai manifestanti – o terroristi, come sarebbe giusto definirli – che da una settimana stanno mettendo a ferro e fuoco Belfast e altre zone dell’Irlanda del Nord. Chinonso è arrivata nel Regno Unito cinque anni fa, durante il Covid, nel primo periodo post-Brexit, quando l’NHS soffriva, oltre che per gli effetti della pandemia, per la partenza di numerosi lavoratori europei. «Chi ha la fedina penale sporca non potrà mai lavorare per l’NHS, i controlli sono severissimi», dice per spiegarmi perché quella divisa la facesse sentire più sicura sull’autobus. I rivoltosi sono a caccia di criminali, di immigrati che mettono a rischio la sicurezza degli irlandesi. O così dicono. Secondo questa logica, un’infermiera non potrà mai essere una loro vittima.

La scintilla

Tutto è partito da un accoltellamento avvenuto l’8 giugno a Belfast: un uomo di 44 anni, Stephen Ogilvie, è stato gravemente ferito e ricoverato con lesioni che gli hanno causato la perdita di un occhio. Un cittadino sudanese di 30 anni, entrato in Irlanda del Nord attraverso la Repubblica d’Irlanda, è stato accusato di tentato omicidio. Da quel momento, Belfast est è esplosa. Case e auto sono state date alle fiamme, negozi e attività gestite da minoranze etniche sono stati assaltati e bruciati, e i quartieri con presenza di immigrati sono diventati il bersaglio di una caccia organizzata. Poi le violenze si sono allargate ad altri quartieri e fuori dai confini della città.

È iniziat, di fatto, una caccia all’uomo, fondata sull’idea che gli immigrati siano un rischio per la sicurezza dei cittadini, nonostante non esista alcun dato che dimostri un tasso di criminalità più alto tra gli immigrati che tra gli irlandesi. Se l’intenzione è dare la caccia a pericolosi criminali, che cosa c’entra un’infermiera, che per il lavoro che fa non può avere precedenti penali? Come avrete intuito, indossare l’uniforme per Chinonso non è bastato a risparmiarle svariati episodi di violenza razziale, l’ultimo dei quali pochi giorni fa, mentre tornava a casa dal turno ancora in uniforme. È stata colpita alla testa con una pietra da un gruppo di manifestanti anti-immigrazione.

«C’è solo un autobus che posso prendere per andare al lavoro. Non guido e andarci a piedi è fuori discussione. Oggi mi faccio aiutare dai miei colleghi, che mi vengono a prendere e mi riaccompagnano. Non c’è sicurezza per noi, questa è la verità», racconta con la voce tremante. Dopo anni di abusi, oggi si chiede se valga la pena restare: è una decisione dolorosa, dice, soprattutto perché è stata sua sorella, già infermiera a Belfast prima di lei, a convincerla a venire a vivere qui. Chinonso fa notare, con una domanda retorica e un’amarezza sconcertante: se le persone come lei lasciassero l’Irlanda del Nord, chi resterebbe a occuparsi dei genitori anziani degli irlandesi?

La storia di Chinonso, in questo senso, non è un’eccezione. Un’altra infermiera è stata rincorsa e intimidita da quattro uomini incappucciati mentre andava al lavoro all’Ulster Hospital di Dundonald: nonostante l’aggressione, ha insistito per svolgere il proprio turno. Il sindacato Unison ha riferito di lavoratori sanitari stranieri seguiti fino a casa, di lettere infilate sotto le porte che intimano di andarsene «o finire bruciati», di personale che ha paura di lasciare le proprie case e che fa scorta di cibo.

Chi raccoglie i pezzi

«Abbiamo dovuto trovare sistemazioni temporanee per tantissimi professionisti sanitari», mi dice Imani Strong, vicedirettrice del North West Migrants Forum, un’organizzazione con sede a Derry che fornisce assistenza legale, sanitaria e sociale alle comunità di migranti e di minoranze etniche del nord-ovest dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi giorni il Forum sta assistendo e raccogliendo fondi per chi è stato costretto a lasciare la propria casa, per chi non può uscire di casa, andare al lavoro, andare a scuola.

«Se il governo non intende fare qualcosa nel lungo termine», mi dice con una rabbia percepibile ma tenuta ammirevolmente sotto controllo, «allora dovrebbe almeno istituire un fondo perché le persone possano permettersi di andare avanti con la propria vita quando situazioni del genere si verificano».  Insomma, non è la prima volta. «Ogni estate ci sono disordini e violenze di questo tipo, e le persone sono costrette a lasciare le proprie case, le proprie vite. Vedo bambini che hanno paura di andare a scuola perché il loro compagno di banco potrebbe aver preso parte alle proteste. Vedo proprietari di negozi che non vogliono aprire bottega per non mettere a rischio dipendenti e clienti».

A questo si aggiunge un’altra arma, più recente: volantini generati con l’intelligenza artificiale, che imitano comunicazioni ufficiali delle autorità, annunciano chiusure di strade o negozi che in realtà non sono mai state decise. Sono falsi, ma il loro unico scopo, terrorizzare, si realizza comunque, perché chi gestisce un’attività o una scuola preferisce non rischiare. E la vita di centinaia di persone si blocca. La cosa più agghiacciante che mi racconta Imani ha a che fare con l’atmosfera che si respira durante le proteste. «Questa è la ricostruzione di un mio collega», specifica, spiegando che lei, in quanto donna nera, non potrebbe mai avvicinarsi a quelle zone. «Sembra quasi di essere a un festival. Ci sono famiglie con bambini. Tutti sono lì a ridere e divertirsi, finché non inizia la violenza, gli attacchi».

Portare dei bambini a una manifestazione del genere, se così vogliamo chiamarla, è, oltre che sintomo di una filosofia genitoriale a dir poco discutibile, anche illegale: costituisce “child endangerment”, messa in pericolo di un minore, mi spiega Imani. I video mostrano ragazzini giovanissimi dietro balaclava nere e cappucci. «Sono convinta che molti di questi giovani prendano parte perché è un modo di passare la serata, qualcosa da fare». Quali che siano le motivazioni di questi ragazzini, resta il fatto che non sono loro a orchestrare tutto questo. James McCarthy, reporter per Belfast Live, ci tiene a specificare: «Le forze paramilitari, che si pensa abbiano orchestrato tutto questo, sono anche pesantemente coinvolte nel traffico di droga». C’è una linea che corre tra l’abuso di sostanze, grandi gruppi di giovani provenienti da aree con basso investimento pubblico, un clima da festival, e il fatto che questo tipo di disordini accada sempre d’estate. «Basta che una persona migrante, o percepita come tale, commetta un crimine, e si scatena l’inferno. Accade ogni estate», ripete Imani. «Sono crimini orribili, ma nessuno si mobilita quando un irlandese, o un bianco, commette un crimine».

C’è qualcosa di diverso questa volta?, le chiedo, alludendo al fatto che, a differenza del solito, questa storia ha fatto il giro del mondo. «È come le altre volte, ma più in grande».

Una violenza diversa, orchestrata dall’alto

Quello che rende questa ondata più spaventosa è la sua dimensione. Non è più violenza che nasce dal basso, dall’indignazione delle classi operaie marginalizzate: è istigata, amplificata e orchestrata da una rete globale di estrema destra, con risorse enormi e capacità organizzativa di livello industriale, che questa rabbia la strumentalizza. Dopo l’accoltellamento di Stephen Ogilvie, Tommy Robinson, figura di rilievo dell’estrema destra inglese e mondiale, ha scritto sui social: «Ancora una volta, l’attacco di un invasore alla nostra gente», intimando all’intero Regno Unito di scendere in strada. Elon Musk ha risposto scrivendo che «solo protestando ripetutamente e ad alta voce cambierà qualcosa», un post visualizzato oltre 7 milioni di volte.

McCarthy mi racconta che per le strade si sono riversati giovani di Belfast, ma anche tantissime persone venute da fuori, probabilmente per rispondere a questa sorta di “chiamata alle armi” via social media. «Gli attacchi non sono casuali», mi racconta. Da mesi circolano liste di HMO, abitazioni ad occupazione multipla, dove i gruppi dietro queste violenze credono che possano vivere migranti. Sia i gruppi che le loro attività di raccolta di dati sensibili sugli immigrati erano stati segnalati alle autorità da diversi mesi dall’Accountability Project Northern Ireland.

«Poi prendono d’assalto gli alberghi dove vivono i richiedenti asilo, urlando ogni tipo di minaccia e insulti razzisti a chi sta al loro interno e a chiunque si metta in mezzo», mi racconta, dicendo di essere stato attaccato mentre filmava una di queste proteste per un articolo. Tra le vittime collaterali di questa strategia ci sono anche le liste con nomi e indirizzi di presunti immigrati, mescolati spesso a indirizzi di irlandesi e studenti che vivono nelle stesse zone, come mi spiega Raied Al Wazzan, dottore di origine irachena e membro del Belfast Islamic Centre, che vive a Belfast dal 1990.

«Conosco tanti studenti che vivono in queste case a occupazione multipla (con i coinquilini, per intenderci) molti anche irlandesi, inglesi, che se ne sono dovuti andare perché avevano paura che il loro indirizzo fosse su una di queste liste». Liste che, tra l’altro, erano note alla polizia da mesi, come ha rilevato il Guardian.

I numeri della violenza

A una settimana dall’inizio di quest’ultima ondata di violenze, circa 200 famiglie sono state evacuate, e tra le persone messe in fuga dalle loro case c’erano anche neonati. Decine di persone sono rimaste senza casa dopo che i rivoltosi sono andati porta a porta a colpire cittadini stranieri, bruciandone le abitazioni.

Tra i manifestanti ci sono ragazzini che non sembrano avere più di dodici o tredici anni. «È difficile stabilire un’età, perché sono tutti mascherati», mi dice Imani, «ma resta il fatto che non si tratta solo di ragazzini. Ai margini degli scontri ci sono adulti che li incitano. E ora che sono stati effettuati i primi arresti, possiamo effettivamente stabilire che non si tratta solo di ragazzini, ma di uomini adulti». I ragazzi, i bambini, vengono essenzialmente messi in prima linea e viene loro addossata la colpa degli scontri.

Ma gli autori di questa guerriglia sono molteplici: «L’ho sentita descrivere come una rogues gallery (una sfilza di delinquenti, ndr)», mi spiega Allan Preston, giornalista di The Irish News. «Ci sono i gruppi paramilitari» – la polizia ha detto che al momento non ha nessuna prova per affermare che stiano dirigendo le violenze, anche se la maggior parte delle persone con cui ho parlato sembra dare quasi per scontato il loro coinvolgimento – «ci sono gruppi spontanei, che prendono nomi del tipo “genitori preoccupati” e amplificano qualsiasi notizia che passa per il loro radar, e poi ci sono Tommy Robinson ed Elon Musk che buttano benzina sul fuoco».

Una città costruita di materiale infiammabile

Quello che gli esponenti dell’estrema destra globale probabilmente non considerano, o forse considerano fin troppo, è che Belfast, per la sua storia, è una città costruita con un materiale particolarmente infiammabile. Una città che ha vissuto sulla propria pelle cosa significhi essere divisa, cosa significhi il fatto che intere comunità vengano “bruciate fuori” dalle loro case per la loro identità.

Matthew O’Toole, deputato del SDLP e leader dell’opposizione all’Assemblea nordirlandese, ha descritto questi episodi come pogrom razzisti. Allan Preston traccia un parallelismo tra quello che sta accadendo oggi e i Troubles. In luoghi abituati alla violenza politica è più facile che se ne generi di nuova. «Il nostro problema per decenni è stato il settarismo, specialmente nella classe operaia: il fronte lealista-unionista contro quello nazionalista. E il settarismo è facilmente trasferibile al razzismo. A questi gruppi è stato insegnato ad aver paura dell’altro, del diverso. Una volta erano i cattolici, ora sono gli immigrati». O’Toole ha una visione più ottimista, proprio per via del passato del proprio paese. Dice che la sua unica speranza è che le persone di quelle zone di Belfast, che sanno cosa significa essere spinti verso la violenza, perché l’hanno visto e vissuto in prima persona, abbiano imparato la lezione e non vogliano ricascarci.

La Belfast che non si riconosce

Eppure esiste un’altra Belfast. «La marcia di sabato davanti al municipio di Belfast è stata estremamente positiva», dice Raied. «Ventimila persone sono uscite di casa per dire no al razzismo e che gli immigrati sono i benvenuti: questa è la Belfast che conosco, quella in cui ho deciso di vivere. La maggior parte della gente è aperta, di supporto, accogliente, ed è solo una minoranza che porta avanti queste azioni violente e incivili». Una minoranza, certo. Ma capace di mettere in ginocchio un’intera città.

Dietro la retorica anti-immigrazione si cela la definizione da manuale di una guerra tra poveri. Le zone di Belfast più colpite da questi disordini sono le stesse che hanno subìto più duramente la deindustrializzazione degli anni ’80 e ’90, le politiche di austerità thatcheriane e quelle successive alla crisi del 2008. Sono anche le zone che, negli ultimi anni, hanno visto crescere la popolazione migrante, in parte come conseguenza della Brexit e del calo di lavoratori europei in settori come quello sanitario, che dipende pesantemente dalla manodopera straniera.

I numeri restano comunque molto bassi. Secondo il censimento del 2022, solo il 3,4 per cento della popolazione dell’Irlanda del Nord, poco più di 65 mila persone su 1,9 milioni, appartiene a una minoranza etnica, e su quella popolazione totale solo 2.379 persone sono richiedenti asilo. «È importante ricordare che queste violenze accadono in zone che hanno visto pochissimo o nessun investimento nelle abitazioni popolari e nei servizi pubblici», spiega James McCarthy. La descrive come misplaced anger, rabbia che viene indirizzata contro l’obiettivo sbagliato. «Questi luoghi hanno visto investimenti da giganti dell’edilizia che hanno comprato interi palazzi, poi utilizzati anche per accogliere richiedenti asilo, in aree che soffrono già di una profondissima crisi immobiliare».

Il risultato è una classe operaia bianca, impoverita e arrabbiata, messa contro la nuova classe operaia composta da immigrati e dai loro discendenti. Due gruppi spinti l’uno contro l’altro da attori potenti che non puntano ad ottenere una gestione migliore dei flussi migratori, o nessun altra politica nello specifico, e che generano profitti enormi dalla rabbia condivisa online.

Che cosa resta

Non è un fenomeno isolato. Episodi simili si sono verificati a Southampton nella settimana scorsa, dopo l’omicidio di un giovane chiamato Henry Nowak da parte di Vickrum Digwa, cittadino inglese di origine indiana e religione sikhista. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha fomentato le rivolte dicendo che gli inglesi avrebbero dovuto rispondere con «pura rabbia». Altri scontri si sono diffusi a Glasgow nello stesso weekend. Tutti questi disordini hanno in comune il coinvolgimento delle stesse figure, potenti ed esposte, dell’estrema destra.

Entro la prossima settimana, è facile prevederlo, Robinson, Musk e Farage staranno già parlando del prossimo attacco, della prossima protesta, del prossimo evento capace di scaldare gli animi e far arrabbiare i loro seguaci. Ma le posizioni incendiarie che hanno sostenuto, le menti dei giovani che hanno influenzato, la disinformazione che hanno messo in circolazione, quelle restano. E restano il terrore e il trauma di migliaia di persone che non si sentono sicure nella città in cui vivono. In molti casi, le città in cui sono nate.

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