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Come siamo arrivati a meditare sulle app?

Dal successo di Calm a quello di Headspace, diventata anche una serie Netflix di cui il 15 giugno uscirà la nuova stagione.

di Francesca Faccani

Alcune delle schermate di Headspace

«Inspira. Trattieni il respiro per tre, due, uno. Ora rilascia la tensione», dice una voce femminile che sussurra su un sottofondo di cicale, cascate e uccellini fin troppo rumorosi. Sullo schermo del telefono c’è la scena notturna di un lago illuminato da una luna a tre quarti. Questo è lo scenario tipico delle lezioni di “Sleep and meditation” di Calm, l’app di meditazione più scaricata al mondo. Suona quasi ironico che meditiamo dal cellulare per risolvere gli stessi problemi che ci causa il suo uso compulsivo: ansia, stress, distrazione. Eppure sembra funzionare: si contano 100 milioni di utenti, che sono triplicati solo nello scorso anno. Calm è la più famosa, poi c’è Headspace, che ora ha anche una serie su Netflix, in classifica per molte settimane, Meditopia, Reflectly. «Quand’è stata l’ultima volta che non hai fatto niente, assolutamente niente?», è il mantra di Headspace, che sintetizza l’offerta di queste app di meditazione: silenzio, calma, niente, cioè le aspirazioni ultime nell’era nevrotica dello smartphone. Vogliamo solo cancellarci, per qualche secondo, fermare quella voce che ci dice che anche oggi non abbiamo combinato niente; la meditazione è un rimedio antichissimo che esiste dal 1500 a.C. e che è arrivato a noi sotto forme diverse, app, audiolibri, serie Netflix.

Headspace è la prima a nascere. A fondarla nel 2010 è un monaco buddista, Andy Puddicombe, che presta anche la voce alle lezioni. Ha 22 anni quando, dopo un periodo maniaco-depressivo scappa dalla sua casa di Londra e finisce nelle montagne dell’Himalaya, dove conosce dei monaci che gli consigliano di praticare la religione buddista, «per trovare la felicità. Lo racconta nel primo episodio della serie di Netflix, uscita a inizio anno e di cui il prossimo 15 giugno uscirà la nuova stagione. Quando ritorna a Londra, vuole insegnare quello che ha imparato, inizia a tenere delle lezioni. Durante una di queste viene fermato da un uomo, gli dice di lavorare nel marketing, e gli propone di fondare un’azienda monetizzando sugli antichi insegnamenti buddisti. Crea così Headspace che diventa l’app che conosciamo oggi, e che ha i suoi primi uffici nella Silicon Valley, forse il luogo meno buddista mai concepito. Le pratiche di Headspace durano dieci minuti, durante i quali Andy – è lui a dirti di chiamarlo così ­– ti guida ad «allenare la nostra mente, per averla più libera, e un maggiore senso di pace mentale, fisica e quotidiana», promettendoti di raggiungere con te un equilibrio mentale. Disegnini simpatici realizzati dalla grande compagnia Vox Media accompagnano la voce di Andy, gentile, come ti aspetteresti ispirazionale, che ti potrebbe convincere a seguirlo fino all’Himalaya e che ti fa dimenticare di essere, in fin dei conti, un imprenditore.

Calm, invece, nasce quasi per caso. Due americani comprano il dominio “calm.com” senza ben sapere cosa farsene. Uno dei due meditava ogni tanto, e quando l’altro lo vede in silenzio per terra è inizialmente un po’ stranito, spiega in un’intervista uscita da poco per Atlantic. Ci pensa un po’ su e inizia a vedere nell’amico che pratica vipassana «il modo per risvegliare il cervello umano. Una delle abilità più redditizie nella società occidentale». Si trasferiscono anche loro nella Silicon Valley, dove trovano come investitori e primi clienti proprio chi lavora nel mondo dell’informatica e delle start-up, attratti dall’idea di sintonizzarsi e migliorare il proprio mindset lavorativo. Perché Calm non fa mai uso della terminologia buddista, né accenna mai alla religione. I corsi che offre sono più mirati a ottenere effetti concreti e immediati, come farti addormentare e rilasciare lo stress. È di Tamara Levitt la voce che ti accompagna nella maggior parte delle lezioni. Istruttrice di mindfulness nelle campagne canadesi, il suo “Hi, this is Tamara” è diventato virale come il “ciao, come posso aiutarti?” dell’iPhone di Siri.

Le app di meditazione come Calm e Headspace hanno subito fatto proseliti tra i tipi della Silicon Valley, poi tra i Millennial con la loro ossessione per l’auto-miglioramento e gli stili di vita di piante e verdure. Poi, con la pandemia, ci hanno conquistati tutti. Ad aprile 2020 i download delle app hanno visto un aumento del quasi 20 percento rispetto ai mesi prima. Come ricordiamo, i tappetini da yoga e meditazione sono spariti dagli scaffali di Decathlon con la stessa velocità del lievito. A inizio anno Headspace ha lanciato una serie Netflix di meditazione per principianti, seguita da una seconda stagione focalizzata sul sonno uscita lo scorso aprile. È stato per qualche settimana lo show più visto sulla piattaforma. Le guide su Netflix sono per metà delle frasi pronunciate da Andy in linguaggio ispirazionale e Asmr, e metà rumori di sottofondo, suoni su cui svolgere la pratica appena acquisita.

Era proprio il Ceo di Netflix ad aver detto che il loro unico concorrente era il sonno. Quindi ora c’è anche la serie che ti aiuta a dormire mentre la guardi. Forse era proprio il sonno l’unico baluardo rimasto da colonizzare. Così, anche Calm nell’ultimo anno ha cercato soluzioni per attrarre gli utenti nelle ore notturne: ha lanciato le storielle della buonanotte, lette da attori e personaggi famosi con una tendenza alla voce Asmr, come Nicole Kidman e Keanu Reeves. In un’intervista recente uno dei creatori ha fatto sapere che quando è stata rilasciata Dream with me, la favola letta da Harry Styles (tra l’altro uno degli investitori), l’app ha smesso addirittura di funzionare per qualche ora.

Alla fine, la meditazione sul cellulare non è tanto diversa da quella di persona, e funziona allo stesso modo, lo dice uno studio. È dal 1500 a.C. che la gente medita, si pensa che il punto di inizio sia stato un tempio himalayano, dove veniva praticata la meditazione come puro esercizio spirituale dalle popolazioni buddiste e hindu. Con la traduzione delle scritture cinesi e indiane in inglese avvenuta nel 1700, ha iniziato a espandersi in Occidente, grazie anche ai viaggi che i santoni facevano in America. È diventato poi un fenomeno popolarissimo nel dopoguerra con la New Age, questa fascinazione per l’equilibrio, la pace. Che cerchiamo ancora, più di prima. Non importa come, se nel mezzo ci infili qualche imprecazione, ma questa pratica ti promette un momento di silenzio e di non pensare a niente. E il niente è il mondo sul quale sono riusciti a monetizzare questi giganti della Silicon Valley. Che tanto cerchiamo ora, fuori dai rumori del cellulare e della tv, e che pure troviamo solamente lì.